Trovai il Generale in colloquio con un commodoro della marina americana, ond'io m'accostai ad uno dei varî gruppi mescolati di uffiziali garibaldini, della marina sarda, della inglese, della americana, e di eleganti signore che verso il tramonto convenivano a lieti ragionamenti sulla terrazza o alla galleria occidentale. Il mese di giugno e parte di luglio del 1860 scorsero lassù inalterabilmente abbelliti dal sorriso della vittoria, dai racconti delle nuovissime maraviglie, dalla magnificenza del sito, dalla voluttà ch'effondeva l'alito periodico dei sottostanti giardini, dal viso raggiante del vincitore di Calatafimi, dalla fiducia illimitata nell'avvenire. Garibaldi in quel padiglione era un mago. Si parlava dell'entrata in Roma, di passaggio per Napoli, e dell'espugnazione di Verona come di cose indubitabili prima dell'inverno. Il luogo, il tempo, gli eventi producevano una specie d'estasi deliziosa che ravvicinava le distanze e trasfigurava le cose. Vidi uffiziali inglesi partecipare a quelle emozioni, a quelle illusioni, al pari delle più ardenti signorine di Palermo.

Ed anche adesso¹, benchè il disinganno di quattro anni abbia spazzato via con ala inesorabile fede e speranza, ci sono momenti nei quali mi sembra di sedere sul terrazzo incantato, credendo nella realtà di quell'avvenire che di lassù aprivasi allo sguardo.

¹ 1864

Ivi incontrai il maggiore Mosto, comandante dei carabinieri genovesi, e mentre gli raccomandavo di aggiugnere alla sua schiera come semplice soldato il capitano Ungarelli ferrarese, il caporale di guardia mi annunciò che otto giovinotti di mia conoscenza bramavano di parlarmi. Risposi li facesse passare.

Avanzavansi con passo vacillante, a guisa di convalescenti, squallidi le vesti e l'aspetto. La barba rasa da alquanti giorni, crescendo uniforme, faceva risaltare il malaticcio pallore del loro volto di venticinque anni, anzi tempo alterato dai solchi della vecchiaia che in quell'età sono i segni di lunghi tormenti e di angoscie profonde; gli occhi erravano incerti o si affisavano senza guardare, e pareva che il pensiero affievolito non avesse più virtù d'illuminarli. Io non ne ravvisai un solo, e dissi sottovoce a Mosto:—Non li conosco.

Accostatisi e vedutomi, notai un subito rianimarsi delle loro fisonomie come all'incontro di persona amica; io stetti sospeso in atto; ed essi:—Non ci riconoscete più? esclamarono con accento velato dalla commozione e un po' forse dal dispetto per la mia freddezza inattesa. Siamo tanto mutati? La vostra sposa ci raffigurò immediatamente e ci ha diretti qui a voi.—E voo scià, proseguì uno di loro volgendosi al maggiore genovese, avete dimenticato Pezzi, che scio Carlo chiamava Sant'Andrea?

Mosto sentì rimescolarsi, e cangiò colore non al nome di Sant'Andrea, ma a quello di Carlo suo giovine fratello caduto a Calatafimi.

—Veniamo, altri soggiunse, dalle galere di Favignana. Il 22 luglio del 1857 ci stringeste la mano quando accompagnaste Pisacane a bordo del Cagliari nel porto di Genova, e ci diceste:—A rivederci fra poco. Passarono tre anni; ora…

Trasalii a tali parole, ogni sillaba delle quali fu un getto di luce, e interrompendoli mi gettai immezzo a loro, li abbracciai tutti ad una volta, e come meglio mel consentivano l'agitazione, la gioia, la maraviglia, il rossore, li nominai ad uno, ad uno, e proruppi:—Vivi, ancora vivi!

E da capo strinsi loro la mano e li assicurai collo sguardo, colla voce e col sorriso dell'allegrezza. Poscia ricominciai:—Ma non siete tutti! Dov'è B…?