Aveva dianzi ormeggiato ivi la nostra corvetta il Tukery. V'entrammo, soffocati dall'afa, per ristorarci. Veduti gli opimi fichi, il generale n'ebbe allegrezza grande: e, fico per fico mangiato, ne descriveva i pregi.

—Più zuccherosi a mio gusto quelli di Nizza, soggiunse, in forma di postilla, Basso, suo compaesano.

Al nome di Nizza, tacque il liberatore esule, e cessò la festività della conversazione. Abbandonati i fichi e la corvetta, montammo per una cordonata, che arieggiava il bramantesco, in cima del ripidissimo colle ove giace Nicotera.

La notte, introdotto il colonnello borbonico nella camera di
Garibaldi, stettero entrambi in privato discorso mezz'ora.

Poi questi mi ordinò di accompagnarlo a bordo. Il colonnello entrò lieto e uscì intorbidato. Pungevami curiosità di saperne qualche cosa. Accennai alla bellissima rada di Nicotera, al valore dei soldati napoletani, ed a non so quali altri argomenti atti ad ingraziarmigli, e finalmente gli domandai:

—Vi combinaste?

—No. Il generale fu spinoso e inflessibile.

—Stupisco che non abbia accettato di rimandarvi liberi e disarmati come Melendez e Briganti.

—Questo ei voleva. Io gli chiesi il passaggio tutelato sino a Napoli, per risparmiare nuovo sangue. Tre brigate sostenute da altre due nel Cosentino non possono piegarsi all'ignominia di cedere le armi davanti a villani insorti.

—Ma voi siete stretti fra gl'insorti e noi. Ineluttabile la resa.