E volgendomi al sottotenente De Cristoforis di Milano, che rideva della scena eroicomica:
—Siimi padrino.
Ritiratosi il comandante senza pronunciar verbo nè avverbio, il suo degno aiutante, il quale oltre la camicia aveva rossi anche i calzoni, osservò che, trovandoci noi davanti al nemico, ne avrebbe dapprima dimandata licenza a Garibaldi.
Ne avvertii Garibaldi, ma la licenza non fu mai dimandata, nè più potei ripescare il giovinotto. Due anni dopo, il comandante segnalossi contro l'uomo che avevalo alzato a quel grado.
Corsi al pero. Il generale giaceva sopra alcune pezze di damasco ecclesiastico stese sull'erba e comandava si cercasse il maggiordomo del vescovo.
—Questa genia pretina, esclamava con insolita collera, è uguale dappertutto. M'hanno assegnato a posta quel letto affinchè fossi mangiato vivo.
—Che cosa accadde? feci a Basso sul cui volto riverberava l'ira di
Garibaldi.
Il generale corcatosi in casa del vescovo, due centinaia di cimici, senza la retroguardia, lo svegliarono mangiando le sue carni. Per la prima volta in sua vita egli conobbe la via della fuga.
Dopo due ore di sonno, restituito alla calma abituale, mandò a liberare il maggiordomo.
Oltrepassato Monteleone, ove la famiglia Gagliardi diedeci ospitalità principesca, ci apprestavamo ad una seria battaglia contro le tre brigate, allorchè si riseppe che per un ordine sbagliato o mal compreso del nostro capo dello stato maggiore generale, agl'insorti, le tre brigate ottennero il passo franco e scapparono. La congiunzione coll'altre due della prima Calabria avrebbe loro assicurato il cammino su Napoli, ingrossandosi d'ottomila uomini in Basilicata, e avrebbele abilitate d'affrontarci con solida speranza di successo.