All'alba in sella. A ventiquattro guide, comandate da Nullo, fu commessa una ricognizione sul nemico trascinatosi alcune miglia di là.
—Badate, Garibaldi raccomandò secondo il consueto, di non inoltrarvi troppo.
Io m'aggiunsi a quello stuolo d'amici, e via.
Dopo otto miglia eccoci al tu per tu coi posti avanzati delle tre brigate. Erano le cinque ore. Un torrentello separavali da noi. Discernevamo i comignoli delle case e il campanile del villaggio di Soveria situato in una valle oblunga. Sulla sua destra il colle si erge a forma di poggio ove altre case disseminate biancheggiano, e vi scorgemmo squadriglie di cacciatori. A sinistra le sinuosità del terreno si addolciscono, quindi si rizzano in colline a curva. Nel retrocedere per ragguagliarne Garibaldi, mi rivolsi a Nullo con queste parole:
—Permetti che io vada prima ad intimare la resa al condottiero borbonico?
La mia proposizione suscitò qualche ilarità negli amici, visto il nostro numero di ventiquattro, e considerato che il generale era lontano cinque o sei miglia e da quindici a trenta l'esercito.
—Lasciami andare; tentiamo. Terrò in ciarle il generale nemico e
Garibaldi potrà sopraggiungere.
Stette Nullo sospeso; poi acconsentì. Per rendermi autorevole mi diede la sua berretta di maggiore, il luogotenente Zasio per compagno e una guida. Spiccato un ramoscello di salice e appiccicatovi a foggia di pennoncello la mia pezzuola, con codesto segno parlamentare precedevami la guida. Un cacciatore con carabina spianata ci cantò l'alto chi va là? E la guida:
—Oratore di Garibaldi!
Introdotti nel campo, presentossi un capitano, e scambiati i saluti d'uso, gli feci con gravità: