—Il dittatore, generale Garibaldi, manda me, suo aiutante di campo, a conferire col vostro comandante supremo.

—Il general Ghio?

Io ignoravo se Ghio od altri fosse il comandante, ma risposi come chi sa:

—Appunto.

Forse per ostentazione delle loro forze non ci bendarono gli occhi.

In tutta la lunghezza del villaggio, sui due lati della contrada scintillavano a intervalli i fasci d'armi.

I soldati altri addormentati, altri seduti; quelli in piedi scuoiavano e rosolavano agnelle e pecore. Bella gioventù, perfettamente equipaggiata. Stava adunata sulla piazza la cavalleria, e l'artiglieria in fondo al villaggio.

Novemila fanti, cinquecento lancieri, cencinquanta gendarmi e undici cannoni. L'ingombro dei cariaggi, delle ambulanze, dei muli rendeva malagevole la nostra traversata, benchè i soldati ci facessero ala con segni di rispetto e assai più di sbalordimento, perchè veruno di loro pareva potesse spiegarsi come noi, creduti lontanissimi, fossimo già alle loro calcagna. Palleggiati per quattro mesi di sorpresa in sorpresa, eglino sentivansi moralmente oppressi da una forza arcana, invincibile e inevitabile. Nelle stanche menti Garibaldi assunse grado grado le proporzioni e la parvenza del Fato. Traluceva dai loro sembianti il presentimento di nuovi e non immaginabili guai, e affisando con molta fame e con rimesso ciglio le agnelle alla bragia, sembrava dubitassero che cuocerle non fosse sinonimo di mangiarle.

Il capitano conduttore ci fece salire una scala di legno esterna d'una casipola di contadino all'estremità di Soveria, padiglione del comandante.

Aperta la porta senza toppa, entrammo in una cameruccia atra pel fumo d'un ampio camino, ove la massaia e tre soldati attizzavano il fuoco sotto un paiuolo di fagiuoli, e sotto una tegghia di stufato che, gorgogliando, esalava soave odore di garofano. Presso una trave ospitale del soppalco nidificò una coppia di rondini, che con fidati voli andavano e venivano da un finestrino senza impannata. A traverso le fessure del vecchio solaio scorgevansi accatastate alla rinfusa nella stanza sottostante biche di paglia e fascine, e tini e botti. A lato del camino, su due scansie, una lista di piatti di peltro in costa e una di terraglia smaltata, e in basso due secchie a foggia d'anfora, di rame lustrato, appese a ganci di ferro orizzontali. Nel mezzo un tavolo ovale rivestito di noce in parte scrostata, e una pila di tre mattoni che pareggiava la differenza d'un piede rotto. Alla parete opposta del camino un letto con coltre di damasco in seta, articolo di lusso, che si consente anche il povero nelle Sicilie.