—Signor maggiore! egli proruppe rizzandosi e battendo il pugno sul tavolo. Le sue pupille apparvero vitree e senza luce.
—Siamo nemici e vi parlo da nemico.
I tre soldati, solleciti dei fagiuoli, rientrarono con un fastello di legna. Ghio, trapassando dall'ira alla calma, con mite favella disse:
—Ma, figliuoli miei, lasciatemi in pace; andate. E leggermente spingendoli accompagnolli alla porta.
Io continuai:
—Generale, rinunciamo alla discussione astratta, e veniamo al concreto. Voi vi aggirate in un equivoco. Vi credete libero e siete prigioniero.
—Come?
—Le bande armate di Morelli occupano fortemente le montagne di Cosenza. Una legione nostra sbarcata a Sant'Eufemia, per la via di Nicastro vi minaccia il fianco sinistro. Garibaldi vi romoreggia alle spalle con tre divisioni. E poi la Basilicata è in fiamme; il paese ostile vi nasconde i viveri, e vi obbliga di nutrirvi a tempi ineguali e incerti con qualche gregge involato.
—Le mie informazioni non corrispondono al vostro quadro.
—Fallaci informazioni; nuovo documento dell'avversione universale. D'altra parte, generale, i vostri soldati, affranti dalle fatiche, scorati dalle disfatte e figli di questa patria risorta all'alito della libertà, si negheranno d'avventurarsi a nuovi sbaragli, convinti oggimai che la dinastia borbonica è irrevocabilmente perduta. Io v'invito da capo a consegnare le armi e a sciogliere le vostre genti come Melendez e Briganti. Garibaldi vi offre gli stessi patti.