In questo mezzo spesseggiavano a manipoli i più lesti camminatori delle nostre schiere ad afforzare le gracili file dei cappelli conici.
Smontati di sella, penetrammo fra le case del poggio che domina Soveria. Garibaldi visitò i diversi posti: arditissimo quanto cauto ed antiveggente, diede le disposizioni necessarie per la varia fortuna, indi si collocò nel centro della prima linea a fianco d'una strada incassata che precipita a Soveria. I nostri della destra trassero alquanti colpi contro i cacciatori, ma i cacciatori tacquero. Nuovi colpi e l'istesso silenzio. Allora s'intesero voci sparse di Viva Garibaldi, siamo fratelli. Le medesime voci riecheggiarono fra i borbonici.
Accostandosi via via e questi e quelli, si confusero insieme e si abbracciarono.
—Adesso la pera è matura, esclamò Garibaldi.
Se non che il grosso dell'esercito nemico accampava in Soveria. A mezzodì sopraggiunse un battaglione di Cosenz e si postò sulla strada maestra. Allora il generale voltosi a me:
—Tornate a Ghio; gli do tempo a decidersi fino al tocco.
Andai col maggiore Caldesi. Avvertivasi già nelle truppe un incipiente movimento di decomposizione e di sfacelo. Ma non trascorsero cinque minuti, che vi capitò in mezzo Garibaldi, soletto.
Propagatasene elettricamente la notizia, un nugolo d'uffiziali staccatosi dalle compagnie gli fece ressa intorno, anelando di vederlo, di conoscerlo, d'ammirarlo. I fanti buttarono via i fucili, i lancieri abbandonarono i cavalli, gli artiglieri i cannoni.
—A casa, a casa, urlarono tumultuariamente. E in meno di un'ora quelle armi e quel campo furono nostri.
Garibaldi da Soveria andò a Napoli coi cavalli di posta.