—Voi ci assicuraste il libero cammino fino a Napoli, ora espierete la mancata fede.
Un nugolo di soldati e d'ufficiali alla rinfusa ci avviluppò con grinte dure e sinistre.
—Nessuna promessa, colonnello, io gli risposi con pacata risolutezza. Le nostre promesse a voi, miratele sulla punta della nostra spada, che in questi accenti abbiamo sguainata. Se siete soldati d'onore e non assassini, largo al parlamentario!
Spronammo i cavalli e ci aprimmo il varco. Intanto un lanciere al galoppo portava il comando del generale Ghio che nessuno ci torcesse un pelo.
Il drappello delle guide aspettavaci con ansietà e principiava già a non aspettarci più. Narrai l'aneddoto, ed all'omerica rassegna delle nostre forze furono fatte le più grasse risate del mondo. E Nullo a me, allungandosi i baffi:
—Va a ragguagliarne il generale.
Dopo un miglio m'avvenni nel generale Cosenz accompagnato da due aiutanti, il quale sperava per mezzodì nell'arrivo d'un suo battaglione colle lingue fuori. Dopo tre miglia, incontrai Garibaldi, sui colli di sinistra alla testa di un migliaio e mezzo di calabresi condotti dal maggiore Mileti. Rendutogli atto dell'avvenuto, lo interrogai se dovevo recare la risposta a Ghio.
—Che risposta! venite con me, andremo a dargliela di costà la risposta!
Garibaldi, nel dispiccarsi dall'esercito coll'esigua scorta delle guide e degli aiutanti a fine di ghermire per le falde dell'abito il corpo di Ghio sguizzatogli di mano, fece a fidanza sulle squadre degli insorgenti calabresi. Le rinvenne per verità, e con la sua arte inimitabile di destreggiarsi sui monti, pensava molestare ed impedire il Ghio di tanto, suscitandogli intorno nuove genti e nuove armi, che le proprie divisioni avessero tempo di giungere.
Ghio aspettava la risposta; i soldati di lui cibavansi con penosa incertezza le agnelle rubate, e noi, un migliaio che circuiva dieci migliaia, in meno di due ore li avviluppammo. Il nemico diffuse tosto in catena i suoi battaglioni di cacciatori e le offese stavano per iscoppiare. Da un campo di maiz notavamo distintamente le esperte manovre di quei cacciatori, e il generale Sirtori opinava ch'ei a loro talento potessero tagliarci a fette tutti quanti. Sirtori guardava il lato militare ed esterno della situazione e tornava difficile obbiettargli; ma all'intuito di Garibaldi non isfuggiva la visione del lato morale ed intrinseco. Conoscitore dell'aritmetica delle rivoluzioni, computò su numeri misteriosi ma reali, e verun diverso pensiero lo inforsava.