«Dato in Roma, addì venti del mese di novembre, 1534. Anno primo del pontificato. — Blosio. — Agostino cardinal camerlengo.»

II.

[7 dicembre 1534.]

II. — Appresso a questo Breve, potranno gli archivisti, che ora rimettono a sesto le carte, registrare l'istrumento della condotta di Gentil Virginio alla guardia del mare, secondo l'indicazione che qui ne do senza volerlo ripetere io, perchè simile agli altri due già pubblicati e commentati pel Biassa e pel Vettori. Al mio proposito può senz'altro bastare il preambolo per stabilire brevemente, e con documenti inediti, la certezza dei fatti, dei luoghi, delle persone e delle date[503].

«Giorno di lunedì, sette del mese di dicembre, anno 1534. — Il reverendissimo in Cristo padre e signore Agostino Spinola del titolo di santo Apollinare prete cardinale Perugino, e della santa romana Chiesa camerlengo, asserendo ed affermando di avere nelle mani certi capitoli, convenzioni e patti da essere stipulati, contrattati e celebrati coll'illustrissimo signor Gentile Virginio Orsini conte dell'Anguillara, sopra la condotta del predetto signor conte Gentile per capitano generale deputato alla custodia del mar Tirreno e della Spiaggia romana, capitoli già conosciuti da sua Santità, e firmati e stabiliti, secondo l'infrascritto tenore; e volendo come si deve obedire al comando sovrano, e provvedere altresì alla sicura navigazione del detto mare ed alla comodità di chiunque vada o venga alla romana Curia, però il predetto reverendissimo signor cardinale Camerlengo coll'intervento, assistenza e consenso dei reverendi in Cristo padri, signor Ascanio vescovo di Rimini e tesorier generale di nostro Signore, e di Giovanni de Gaddi, e di Uberto di Gambara vescovo di Tortona, chierici della Camera apostolica, insieme congregati a questo effetto, e rappresentanti tutta la Camera apostolica, per comandamento di nostro Signore da una parte, ed il predetto illustrissimo signor Gentile Virginio Orsini conte e presente dall'altra parte, intorno alla condotta del predetto Conte per capitan generale sopra la guardia del detto mare e spiaggia, gli uni e l'altro stabilirono, contrassero, e celebrarono i seguenti capitoli, patti e convenzioni, nel modo infrascritto.... eccetera.

«Fatto in Roma, nel borgo di san Pietro e nel palazzo di residenza del predetto reverendissimo signor cardinale Camarlengo, giorno, mese ed anno come sopra.»

Dunque Paolo III procedeva intorno alle faccende del mare con molta speditezza e sollecitudine: esso in men di due mesi di già aveva in pronto brevi, strumenti, capitano e squadra. Dodici galèe apparecchiavansi pel Conte: le tre della guardia, permanente in Civitavecchia, e le altre di nuova costruzione acquistate in Genova da Paolo Giustiniani, luogotenente della squadra romana[504]. Paolo, nobile veneto, ed eccellente marino[505], mostrava tra noi l'istessa bravura e diligenza che tutti in lui avean lodato per l'assedio di Rodi[506]. Il Conte altresì faceva prodigi: arrolava in pochi giorni millecinquecento fanti, quasi tutti veterani delle bande di Renzo e degli altri della sua casa, cresceva le genti di capo, chiamava marinari e maestranze dalle province, raccoglieva vittuaglie e munizioni, metteasi in punto per essere dei primi ad ogni fazione.

E ciò con molta ragione, perchè nell'invernata tutti sparlavano di Barbarossa, e dicevano che dopo il fatto di Tunisi bisognava aspettarsi da quello impigliatore colle forze navali sue proprie, e coll'armata del Sultano, e colle squadre degli altri pirati, di vedere nella prossima primavera soggiogata la Sicilia; o almeno colpite di tal guasto le marine d'Italia, che si dovesse a petto della seconda stimare per nulla la desolazione fattavi nella prima passata. Perciò concorrendo la giustizia della causa, e la necessità della difesa, ed i clamori dei popoli, facilmente si accordarono insieme Carlo imperatore, e papa Paolo, di prevenire i danni proprî, anzi di portare la guerra nel paese nemico, per troncare l'oltracotanza della pirateria, dandole sul capo, e appunto colà nel regno di Tunisi, dove era men fermo, perchè più nuovo e più violento, il suo dominio. A tal fine il Papa rilasciava all'Imperatore le decime del clero; e doppie decime imponeva per tutta l'Italia[507]; per questo la sollecitudine e i rinforzi dell'armamento prescritti all'Orsino; e con impulso straordinario l'apprestamento di navigli, di munizioni e di genti in tutti i porti d'Italia e di Spagna. Il marchese del Vasto metteva assieme dodicimila fanti italiani, bellissima gioventù, sotto tre colonnelli; Girolamo Tuttavilla, conte di Sarno, già celebre pei fatti di Corone; Federigo del Carretto, marchese di Finale, alleato del principe Doria; Agostino Spinola, di quella casata che ha dato in ogni tempo eccellenti capitani ed ammiragli. Ottomila fanti tedeschi si raccoglievano sotto le bandiere del conte Massimiliano di Herbestein, ed altrettanti spagnuoli col famoso don Fernando d'Alarcone. Il principe Doria attendeva all'armata navale ed ai vascelli di trasporto per le munizioni, pei cavalli e per le artiglierie di assedio e da campo; avendogli l'Imperatore fatto intendere secretamente di volersi trovare in persona alla condotta di questa impresa. Per timore di Barbarossa e dei pirati in quest'anno medesimo papa Paolo cominciava a pensare alla fortificazione di Roma col Sangallo, al compimento della fortezza di Civitavecchia con Michelangelo, ed ai ristauri della rôcca d'Ostia col Cansacchi.

III.