[2 marzo 1535.]
III. — La notte seguente al due di marzo il conte dell'Anguillara salpava colle dodici galere da Civitavecchia verso Napoli, ove intendeva congiungersi a don Pietro di Toledo, figliuolo del vicerè e capitano delle galèe del Regno. Ecco un altro documento da intestare nell'archivio domestico al nome del conte Gentile, della cui persona e navigli onorevolmente si parla. Breve e nitida letterina del capitano Giustiniani a Paolo III; scritta in volgare, meno le formole consuete in quel tempo della introduzione e della chiusura che sono in latino[508]: «Beatissimo Padre. Dopo l'umile raccomandazione di me stesso, e dopo baciati i Santi piedi; vengo a dire come credo che Vostra Santità per lettere dell'eccellenza del Conte intenderà che, essendo buon tempo, coll'aiuto di Dio questa notte ci partiremo per Napoli, e di là poi anderemo col resto dell'armata a trovare l'eccellenza del signor principe Doria. Le galere di Vostra Santità sono così bene armate, come ogni altra galera che sia per mare. Spero coll'aiuto di Dio, che il Conte mio padrone farà onore a Vostra Santità ed a sè medesimo, ed utilità alla religione cristiana. Io quanto più genuflesso mi raccomando alla Santità Vostra e bacio i santi piedi, pregandola si contenti avere per raccomandati i poveri miei figliuoli, e commettere al reverendo signor Datario che il memoriale dato a Vostra Santità abbia effetto. Bacio i santi piedi, pregando il signore Iddio che sana e felice conservi Vostra Santità. — Di Civitavecchia a dì 2 marzo 1535. — Umile servitore e schiavo, Paolo Giustiniani.»
[18 aprile 1535.]
Tre porti erano stati principalmente assegnati in Italia come centro della spedizione contro Tunisi: Napoli, Genova e Cagliari. Di qua le forze italiche, di là le oltramontane, nel mezzo la convergenza degli uni e degli altri, per procedere unitamente al punto obbiettivo. Il Toledo e l'Orsino, colle ventisei galere dello Stato e del Regno, erano fin dal mese di marzo in Napoli, ed aspettavano Antonio Doria, di nostra conoscenza, che doveva venire con altre ventidue galere scortando le quaranta navi grosse del marchese del Vasto colle fanterie italiane prese a Portovenere. Se non che, pesando ai due primi la tardanza del terzo, uscirongli incontro per congiungersi più presto con lui, che veniva lentamente di porto in porto, pigliando vittuaglia, artiglierie e gente, secondo che ne trovava apparecchiate: e così gli uni e gli altri capitarono a mezza via nel porto di Civitavecchia, dove altresì dovevansi imbarcare alcune fanterie nostrane scritte per l'Imperatore nella provincia della Marca[509].
[20 aprile 1535.]
Or mentre tanti bastimenti e così gran numero di soldati e di marinari incontravansi in Civitavecchia, venne il desiderio al Papa di vederli; e similmente alla gente raunata sul mare, il desiderio di riceverne la benedizione: cosa facile, e prestamente messa ad effetto. Perciò chiamarono a palazzo Biagio Martinelli da Cesena, prefetto delle cirimonie, e imposergli di allestire ogni cosa secondo il rito già usato da Sisto IV nel licenziare l'armata sua alla riscossa di Otranto contro i Turchi, come altrove ho narrato[510]. Biagio istesso, scrivendone il ricordo nei suoi diarî, dice essergli tornata vana ogni ricerca negli archivi, tanto fra le scritture del Burcardo, che del Volterrano, e di Paride (sia detto a nostro sollievo quando sovente ci troviamo in simile distretta): però conchiude di aver composto del suo una formola conveniente coll'approvazione del Papa, e spedito ai cardinali e a ogni altro della cappella l'invito di trovarsi tutti insieme nella sala del concistoro in Civitavecchia la mattina del ventitrè di aprile feria sesta, sull'ora di terza, per ricevere i capitani, consegnare lo stendardo, e dare la solenne benedizione all'armata. Aggiugne don Biagio che per certa sua infermità non si mosse di Roma; e in vece mandò a dirigere l'esecuzione Gianfrancesco Fermano, secondo cerimoniere e suo collega[511].
Aveavi nel porto dodici galèe del Conte, quattordici del Toledo, ventidue del Doria, in tutto quarantotto galèe; quaranta navi di alto bordo, il marchese del Vasto, il principe di Salerno, quel di Bisignano, lo Spinelli, il Caraffa, i due Sanseverini, il conte di Sarno, il marchese del Finale, lo Spinola e tanti altri capitani delle fanterie, e delle navi, e delle galere, con sopravi tra soldati, marinari e rematori, più di trenta mila uomini[512].
Questi sono fatti da tutti saputi o visti nel secolo decimosesto; ed altri simili saputi e visti seguiranno nei tempi posteriori, infino alla spedizione di Egitto.[513] Per l'occupazione di Roma ai nostri giorni io stesso ho veduto più volte andare e venire di Francia in flotta con armi, bagaglie, artiglierie e cavalli, dieci e venti mila uomini; e agiatamente nel porto di Civitavecchia compiere le operazioni di imbarco e di sbarco con celerità e sicurezza. Non all'amore di patria, nè alle passioni nostrane o straniere, nè ai capitani di inverno o di estate m'appello io: sì bene ai fatti, cui niuno può misconoscere, quantunque altri voglia fare le viste di obliarli. Al modo stesso, sostenuto dai fatti, ripeto che infino a cinque anni fa, quando io scrivevo e stampavo la mia Marina, e quando non correvano ancora i treni delle strade ferrate per la Liguria, nè per le province di Roma, nè pei trafori del Cenisio, allora il porto di Civitavecchia contava per uno dei centri della navigazione a vapore di tutti i paesi; non essendovi linea periodica di levante di ponente, che da Marsiglia e da Messina non facesse punta di andata e di ritorno nel porto medesimo; dove trovavano come altrove la comodità, e più che nei porti vicini la sicurezza. E quantunque d'inverno e col tempo cattivo si stia male da per tutto, nondimeno l'artificiosa struttura ed unica del nostro porto offriva ed offre ai legni combattuti dalle tempeste comodo ricetto e sicura stallìa; tanto che può dirsi arcirarissimo il caso di naufragio nel porto medesimo, come non di raro succede altrove. Lascio da parte Giovanni Villani, che, parlando di tempesta in Napoli, dice: «Quante galèe e legni avea in quel porto, tutti li ruppe e gittò in terra.» Lascio quel che tutti sanno di Livorno che non vi finisce burrasca che non lasci qualche bastimento in secco sotto al Marzocco. Lascio gli odiosi paragoni, i registri pubblici e le cifre arruffate. Basta ricordare il fatto dei giorni presenti, registrato nell'ufficiale Rivista marittima per raccogliere con certezza, come tra un centinajo di naufragî in men di due mesi, pei porti di destra e di sinistra, non se ne conti nè pur uno pel nostro; il cui movimento annuo, segnato dalla stessa Rivista ufficiale, risulta di tremila duecento otto bastimenti tra entrati e usciti, con cinquecentomila tonnellate, e trentamila persone di equipaggio, per l'anno 1872, che è il primo della decadenza. Si potrà nel tempo futuro ridurre ogni cosa al nulla, potremo cadere come Pisa e come Amalfi: ma non sarà giammai possibile annichilire i fatti del tempo precedente, nè censurare la verità delle proposizioni che li ricordano[514].