[23 aprile 1535.]
IV. — Torniamo a quei signori che aspettano in Civitavecchia, se pur gli abbiam lasciati, in procinto di salire nella sala maggiore della rôcca; dove il Pontefice, contornato dai cardinali e dai prelati della curia, vuole riceverli a pubblico concistoro. Entrano in frotta e in bellissime assise, odono dal supremo Gerarca parole di conforto, e vedono il tradizionale vessillo della Croce, da lui benedetto, passare nelle mani del conte Gentile per essere consegnato all'Imperatore. Appresso al Conte e al vessillo tornano i militari a bordo: e papa Paolo coi ministri salito in cima alla torre della stessa rôcca, quasi nel centro del porto, dove ora è l'orologio dei quattro prospetti, levando la voce e le mani al cielo, spande la papal benedizione sulla moltitudine genuflessa, pregando dall'onnipotente Iddio a loro favore e a difesa del popolo cristiano quella felicità di vittoria, che poco dopo di fatto conseguirono. Silenzio profondo, quando non volevasi altro udire che la voce del Pontefice; e scoppio di plauso, e suon di trombe e di campane, e salva generale di artiglierie, quando tutti si furono levati in piedi[515].
Parve tanto importante lo spettacolo della giornata, che papa Paolo, giusto estimatore delle cose grandi, volle conservarne la memoria ai tempi futuri con una medaglia storica. Io ne ho avuto alle mani nitidissimo esemplare e fresco di zecca per favore del cardinale Antonio Tosti, altre volte lodato; e ciascuno facilmente potrà trovarne l'incisione nelle opere dei noti illustratori della numismatica papale[516]. Nella medaglia voi vedete sotto ricco baldacchino nella sommità del campo, coperto il capo di tiara e gli omeri del grandioso ammanto, il pontefice Paolo III, tra suoi cardinali e ministri, distendere la mano in atto di benedire; e quasi direi in atto di pronunciare quelle parole che sembrano suonargli sul labbro, e che certamente rimpetto alla sua bocca si leggono scolpite nell'epigrafe: «LA . BENEDIZIONE . DEL . SIGNORE . DISCENDA . SOPRA . DI . VOI.» Attorno ai gradini del trono vedete i visconti e i decurioni della terra sorreggere le aste del baldacchino; appresso le mura merlate, sulle quali sovreggia la torre, dove si compie il sacro rito; e abbasso vedete nel porto la moltitudine dei navigli accalcati in scorcio gli uni sugli altri, supponendosi il maggior numero nascosto dal cerchiolino del campo, e dalla projezione prospettica della torre. Intorno spicca ritratto l'orizzonte del luogo verso il mare, sì come nel vero si presenta a chi riguardi da quella torre medesima inverso ponente la ampia insenata della valle dell'Alga, le colline di Tarquinia, e da lungi la chiusura dei monti che fan capo all'Argentaro.
Nel dritto della medaglia avete la figura ritratta a immagine di «Paolo.iii.pontefice.massimo», come quivi stesso si legge: ed egli vi si mostra scoperto il capo, calva la fronte, ricca la barba, e rabescato il manto. Fatto memorabile: e però spesso ricordato dai Farnesi, anche nelle pitture classiche dei loro palazzi, e nel celeberrimo di Caprarola[517].
[24 aprile 1535.]
Il giorno seguente, come per continuazione di tanta allegrezza, col vento favorevole di terra, tutto il naviglio sciolse le vele, coprì d'ogni intorno l'orizzonte, e a gruppi paralleli sulla perpendicolare del lido si rivolsero inverso la Sardegna, dove avevasi a fare la massa. Papa Paolo restossi per altri cinque giorni in Civitavecchia, infino al ventotto del mese, che tornò in Roma. Nel qual tempo le storie e i documenti municipali segnano il termine dei lavori della rôcca nuova, oggi detta la Fortezza, e ne attribuiscono il compimento a Michelangelo: sentenza confermata dalla perenne tradizione.[518] Non mica che il Buonarroti abbia disegnato di pianta e tirato su dalle fondamenta il mastio ottagono, perchè tale era già nel primitivo disegno di Bramante, cioè simile agli ottagoni anteriori di Civitacastellana, e di castello Santangelo; e tale pur disegnato vent'anni prima comparisce negli originali di Antonio Picconi[519]: anzi più fino a un certo segno di altezza doveva già esser murato nel chiudere il circuito della fortezza. Voglionsi però attribuire a Michelangelo, oltre al finimento, le decorazioni, che sono tutte di suo stile; belle, nobili e fiere, come si conveniva all'opera e all'autore. Certamente in questi tempi Michelangelo era tra noi, e in gran favore presso il Papa, famigliare ed architetto di palazzo[520]: certamente suo è lo stemma di casa Farnese, a gran rilievo sullo spigolo del sagliente con nobili e fieri svolazzi di travertino bugnato e rustico: similmente sua la cornice bellissima, che sostenuta da mensoloni coi gigli frapposti ti mostra il primo tipo di quel che egli stesso ebbe a fare dappoi nel cornicione notissimo dei palazzo Farnese in Roma.
V.
[Maggio-giugno 1535.]
V. — Il mese di maggio, con buona parte del mese seguente, passò nel raunare l'armata, il convoglio e le genti, andando e tornando pel golfo di Cagliari questi e quelli da parti diverse a compiere il fornimento ed a mettersi in pronto per l'imminente fazione. Nello stesso tempo si raccoglievano le cifre, espresse dappoi colle consuete varianti da diversi scrittori. Noi possiamo ridurle come segue: dodici galèe del Papa, quattro di Malta, dieci di Sicilia, quattordici di Napoli, sedici di Spagna e ventidue del Doria, comprese le tre di Genova; in tutto settantotto galèe. Un galeone e dodici caravelle di Portogallo sotto l'infante don Luigi, fratello del re e dell'imperatrice. Più una trentina di legni minori tra fuste, galeotte e brigantini. La moltitudine delle navi a vela conteremo insino al dugento, per non crescerle oltre al bisogno che abbiamo di trasportare le munizioni, le vittuaglie, e li trentamila soldati tra italiani, spagnoli e tedeschi[521]. Alla testa di tutti la reale di Spagna, fatta costruire dal Doria in Genova, per la persona dell'imperator Carlo V: galèa di trenta banchi, e di sessanta remi a scaloccio, tutti in un piano, maneggiati da trecento rematori a cinque per remo: galèa per le misure di lungo e di largo maggiore di ogni altra, e similmente per forza e bellezza. Oro in ogni parte, profusione alla poppa, sculture, intagli, metalli, tappeti, seta, porpora. Soldati, marinari e gentiluomini in bellissime assise: gli stessi rematori vestiti di nuovo con drappi di raso e catene d'argento agli spallieri[522].
Qui mi bisogna avvertire che non solo i papi e i cardinali viaggiando per gli affari loro, ma anche gl'imperatori e i grandi ammiragli e i capitani del secolo decimosesto, per le spedizioni militari mettevano in non cale i vascelli di alto bordo, e pigliavano lor posto fermo sulle galèe. Esse duravano ancora come legni di linea per eccellenza, secondo quelle tattiche ragioni del movimento libero, che altrove ho largamente trattate, e qui coi fatti e cogli esempî tutte le volte confermo. V'avea tante navi all'armata, e tanti vascelli, e cocche e caracche comodissime e grandissime: ma Carlo imperatore, e il Doria generale, e ogni altro intendevano per uso proprio preferire il bastimento sopra tutto militare, cioè la galèa di vigoroso remeggio. Dunque i famosi vascelli dei tre ponti per mezzo al secolo decimosesto non ancora mettevano conto nella tattica navale. E quando dico bastimento, galèa, nave, vascello, e simili, io parlo nel proprio e tecnico significato di queste voci generiche e particolari, secondo la lingua nostra, non piacendomi l'equivoca miscela dei retori cinquecentisti, che scrivendo (particolarmente in latino) per seguire le eleganze classiche dei termini antichi confondono il significato tecnico dei moderni. Costoro chiamano monoremo la feluca e la fregata, chiamano bireme la fusta e la galeotta, dicono trireme per galèa, quadrireme per capitana, cinquereme per reale, sereme per imperatoria, eccetera; come se il remo fosse l'unità di misura esprimente coi multipli la maggior grandezza e dignità del bastimento. Peggio quando non sono costanti e coerenti con sè stessi o cogli altri nell'uso e significato della stessa voce; e quando con un solo vocabolo vogliono significare più specie; e sempre quando ingenerano falso concetto, trasportando i nomi particolari dalle prime polière ai posteriori bastimenti da remo, troppo diversi da quelle. Nelle polière salivano giustamente i numeri, come gli ordini dei rematori e dei remi sovrapposti; ma nelle galèe posteriori i numeri medesimi portano a falso concetto, dove remi e rematori tenean le caviglie all'istesso livello sur un piano solo. Fuste, galeotte, brigantini, feluche, galèe, capitane, reali, e tutti i legni di questo genere sempre tra noi, pel tempo di che parliamo, col remeggio in un sol piano. Valga l'esempio della famosa galèa di Vittor Fausto, costruita a Venezia nel 1529, e lodata in verso e in prosa da cento scrittori, come quella che più d'ogni altra, a parer loro, rispondeva all'antico. Ebbene? chi la chiama cinquereme, chi quadrireme, chi di cinque ordini per fianco, chi di cinque remi per banco, chi di cinque uomini per remo. Avrebbero fatto meglio, invece di cento elogi, lasciarci una sola descrizione tecnica, o un solo disegno geometrico. Allora si sarebbe veduto chiaro, che ell'era sottosopra una galèa come le altre, senza palchi sovrapposti, con più remi a sensile, maneggiati da più persone in ciascun banco, e sulla stessa coverta. Di fatto, dopo la prima comparsa, fu messa in conserva nell'arsenale, d'onde non uscì più per quarant'anni, finchè nello straordinario armamento della guerra di Cipro non venne a pigliarsela Marcantonio Colonna, il quale in pochi giorni l'armò a scaloccio di palamento simile a ogni altra galèa, secondo il costume del cinquecento[523].