Prese le lettere, Giacopo navigò difilato all'isola del Cerigo, dove erano ad aspettarlo cinquanta galèe di Venezia sotto Benedetto da Pesaro suo fratello; più tre galere di Rodi, comandate dal cavalier di Scalenghe; e quattro di Francia col capitano Prégeant de Bidoux, cavaliere gerosolimitano, chiamato dai nostri Piergianni, uomo assai noto nella storia del suo paese, per essere stato dei primi a rilevare colà le arti marinaresche[41]. Piergianni voleva in breve tornarsene a ponente, i Gerosolimitani dovevano proseguire verso Rodi, e i Veneti, già padroni del mare per averne cacciato il nemico, divisavano congiungersi coll'armata di Roma per gittarsi improvvisamente sull'isola di Santamaura, e toglierla dalle mani dei Turchi. Avrebbe voluto Giacopo, secondo gli ordini di papa Alessandro, condursi oltre fino a Rodi, e rassegnare il naviglio e le genti al cardinale Legato: ma stretto dalle preghiere e dalle ragioni dei Signori veneziani, ebbe per bene di compiacerli e di restarsi con loro, non inviando altri al Grammaestro che il capitano Cintio Benincasa con una sola galèa per fare le sue scuse e portargli le lettere che da Roma e dal Cerigo gli si mandavano.

X.

X. — Cintio nobile anconitano, come tutti sanno, specialmente nella sua patria, dove tuttavia si mantiene nell'antico splendore la famiglia dei marchesi Benincasa, era cavaliero destro e valente tanto nelle armi quanto nelle lettere; capitano, oratore e poeta di chiara fama; accetto nelle corti dei principi, feudatario del re d'Ungheria; ed uomo (secondo la tempra delle nostre città marittime) atto ad ogni cosa onorata e forte. Nelle arti marinaresche poi eccellentissimo per tradizione dei suoi maggiori, tra i quali primeggia Grazioso Benincasa, autore di un Portolano composto nel 1435, non sopra altre carte, ma (come egli stesso scrive) tratto dal vero, toccato colle mani e veduto cogli occhi. Portolano in dieci o dodici esemplari autografi tutti bellissimi, che si conservano ancora negli scrigni di Ancona, e di altre biblioteche in Europa; noverandoci anche quello di Andrea, figlio di Grazioso, custodito nella biblioteca di Ginevra. Non mi dilungo, quantunque richiesto, appresso agli antichi portolani, e molto meno appresso alle carte marine dei secoli passati, perchè è impossibile trattarne a dovere senza il sussidio delle figure e delle tavole, che non rilevano a' miei editori. Valgami il desiderio di saperle una volta tutte raccolte e riprodotte a facsimile in grandioso Atlante per soddisfare alle ricerche degli studiosi ed alle citazioni degli scrittori. Allato alle tavole del vecchio Torcello, e dell'Anonimo posseduto dal Luxoro; allato a tanti altri cartografi genovesi e veneziani non disgraderà la comparsa del Crescentio di Roma, e dei Benincasa d'Ancona; e con essi entrerà quel Freduccio che primo segnò nel 1497 la declinazione della bussola; e quel Bonomi, parimente anconitano, che offerì ai Colonnesi la carta portata da Marcantonio vincitore a Lepanto[42].

Ma frattanto il capitano Cintio era giunto in Rodi, ed aveva presentato al Grammaestro le lettere di papa Alessandro, del commissario Giacopo, e del generale Benedetto. Le prime contenevano scuse per l'anno passato e speranze pel presente. Il Commissario scriveva di essersi congiunto al Cerigo coll'armata, e aver dovuto cedere alle pressantissime istanze del Generale di restarsi con lui per dargli mano nell'impresa imminente, come udirebbe a voce dal messaggiero. Finalmente il Generale con due lettere, confermando le cose scritte dal Commissario, aggiugneva che volendo questi a ogni modo andare a Rodi, non aveva altrimenti lasciato di farlo che per le grandi preghiere dello stesso scrivente, cui non sembrava nè onesto nè utile perdere il migliore tempo in distrazioni e viaggi di complimenti, quando si avevano eccellenti opportunità di combattere, come secretamente gli verrebbe riferito dal Capitano di Ancona e dai suoi Cavalieri.

Il Grammaestro, udite le relazioni di Cintio, lodavane il bel garbo; e ponendogli innanzi ricca collana di oro da portare sul petto per amor suo, gli consegnava le risposte. Al Papa diceva di spedire forze maggiori, e di procurare il concorso efficace delle grandi potenze: al Commissario di attendere con buona licenza e di grande animo all'impresa divisata: e al Generale, le stesse cose ripetendo, aggiungeva buoni consigli, notizie recenti, e offerte amplissime di sè e dell'Ordine suo[43].

XI.

[Agosto 1502.]

XI. — Mentre queste lettere di andata e di ritorno solcavano il mare Carpazio, Veneti e Romani movevano verso lo Jonio col disegno di abbassare l'orgoglio del terribile pirata Camalì Aichio, che faceva da principe nell'isola di Santamaura; e da quel centro con molti bastimenti sottili infestava le riviere e i naviganti dell'Adriatico e dello Jonio.

Fra le sette isole possedute lungamente dai Veneziani, che non ha guari formavano stato indipendente sotto la protezione dell'Inghilterra, ed ora stanno insieme col regno di Grecia, non ultima di grandezza e di popolazione avvisiamo l'isola di Santamaura, chiamata altresì Leucade; e specialmente ricordata nelle storie pel salto che dicono quindi abbia fatto da una rupe nel mare la poetessa Saffo, tradita dal giovanetto Faone: salto che per lungo tempo a gara ripetevano gli amanti disperati della Grecia e di Roma, pensandosi di spegner pure nella scossa repentina delle gelide acque il fuoco ardente della passione. L'isola si prolunga da presso alle coste dell'Epiro, proprio rimpetto alla provincia dell'Acarnania; non essendovi di mezzo altro che un canale di dieci miglia, angusto altrettanto che lungo, e nella estremità superiore verso borea tanto sottile, da farci supporre che nei secoli più remoti sia stata congiunta da quella parte l'isola al continente. Ma nel tempo della nostra impresa, come al presente, essa era ed è circondata per ogni lato dal mare, quantunque nella parte più ristretta, sopra bassi fondi, ed a cavaliere di alcune isolette o scogli vi sia stato gittato un ponte che sbarra il canale, mette l'isola in comunicazione colla terraferma, e mena di fronte alla metropoli, donde tutta l'istessa isola piglia il nome. Questa città così posta, e con buoni sorgitori attorno, è stata sempre piazza di molta importanza per chiunque guerreggia nello Jonio, e più o meno fortificata secondo i tempi. Nel principio del secolo decimosesto ell'era ricinta in giro di grossa e buona muraglia, fiancheggiata da massicci torrioni, munita di molta artiglieria, e maggiormente assicurata da un castello di pianta quadrilunga, protetto da cinque grandi torri rotonde, e da quattro piccole torri quadrate. Intorno alle scarpate della piazza e del castello fossi profondissimi, allagati dal mare; e aperto alle spalle sur una penisola il borgo, abitato da pescatori e da povera gente[44].