XII.
[23 agosto 1502.]
XII. — Volendo pertanto il General veneziano, e il Commissario nostro, da ogni lato circondare la piazza, dove per l'abbarramento del ponte non potevano spiegare in giro l'armata, fermarono di procedere con due divisioni convergenti da un lato e dall'altro al medesimo punto obbiettivo: sì che la divisione romana colla prua a borea per didentro, fin dove è più angusto il canale tra il continente e l'isola, tagliasse le comunicazioni colla terraferma, e togliesse ogni via di sortita e di soccorso al presidio: allo incontro la divisione veneziana, per di fuori a largo mare, fino al porto di Demata, investisse la piazza e battessela dall'altra banda.
Era il ventitrè d'agosto, e il Commissario nostro colle dodici galere romane, favorito dai venti australi, infilava rapidamente tra la terraferma e l'isola; oltrepassava lo Scorpione, il Drepano, la punta delle Torrette, il forte Sangiorgio; ed entrava nel grande stagno presso la estremità del canale, dove si tenevano in posta dodici galeotte di pirati. Costoro, già sugli avvisi, speravano poter cogliere l'armata nostra sprovveduta, o almeno conquidere i legni ad uno ad uno, come venissero a sfilare dall'angusto passaggio. Ma i Romani altrettanto animosi che guardinghi, sempre col piombino in acqua, tenendosi stretti tra loro in due linee di fronte, al primo comparire dei nemici, poggiarono tutti insieme sopra di loro, arrancando con tale impeto, e fulminando con tanta furia di cannonate, che tutte le galeotte volsero in fuga alla spiaggia; e i pirati gittandosi a guazzo fuggirono, lasciando i dodici legni abbandonati in potere dei vincitori[45].
Non per questo i nostri marini indugiarono punto in festa o in bottino: anzi provvidamente seguirono la vittoria. E poichè niuno più poteva togliere dalle loro mani la preda, tirarono innanzi, ruppero il ponte, appostarono quattro galèe alla terraferma per impedire i soccorsi; e sbarcando sull'isola un migliajo di fanti, investirono la piazza dal lato meridionale, e occuparono il borgo. La sera dello stesso giorno, coperti dalle case, ponevano l'alloggiamento vicino al castello, e ne tagliavano l'acquedotto. Prosperi successi per terra e per mare dove è accertata la direzione.
XIII.
[29 agosto 1502.]
XIII. — Il Generale dei Veneziani, che doveva dall'opposta banda consentire all'assalto improvviso, giunse coi venti australi in capo all'isola, fino alle piagge dei Pineti; ma non potè orzare tanto da accostarsi alla piazza: però in tutto quel giorno fu costretto tenersi largo sulle volte. Ma la dimane, favorito dalla brezza notturna, sbarcò la fanteria con alcuni pezzi di grosso calibro, e prese a battere in breccia il castello. Quindi da ogni parte più e più vigorosa l'oppugnazione. Quei di dentro, quattrocento assappi, cento giannizzeri, e duemila terrazzani, quasi tutti pirati, disperatamente rispondevano all'urto e alle percosse sempre più incalzanti dei Cristiani. E dalla parte dell'Epiro, affacciatosi il soccorso di mille cavalli con qualche nervo di fanti, spediti dal governatore di terraferma, furono talmente più volte frustati e rifrustati a metraglia dalle quattro galere romane, che gran ventura ebbero di potersi salvare con disperatissima fuga, e di non farsi più rivedere alla testa del ponte.
Questa cacciata abbassò l'orgoglio del presidio, composto di gente riottosa e discorde. I quali vedendo di non potersi a lungo sostenere, e sfiduciati omai del soccorso, dopo sette giorni di batteria, e già aperta la breccia, uscirono tumultuariamente sulla porta per trattare la capitolazione: chiedevano salva la vita e le sostanze di tutti, dappoichè la piazza e il castello più salvare non potevano. Nondimeno in quella che i capitani delle due parti dibattevano la forma dei capitoli, volendo specialmente il Generale veneziano ricevere a giusti patti i soldati regolari del presidio, e lasciare fuori della legge a sua discrezione i pirati; costoro, infelloniti quasi più contro i compagni che contro i nemici, presero ad altercare, mostrandosi pronti ad ogni eccesso. Pensate le milizie borgiane e marcoline se potevano tollerare in sul viso minacce e millanterie di pirati! Al primo lampo d'indignazione sprizzato dalla mano d'un fante incollerito, tutti gli altri dettero dentro, sforzarono il passo, ed ebbero di presente la terra e il castello. Così addì ventinove d'agosto venne in poter dei Cristiani la fortezza di Santamaura, dove il nostro Commissario scioglieva le catene a gran numero d'infelici pugliesi, siciliani e calabresi che gemevano in dura schiavitù; e il Generale veneziano di presente faceva appiccare ai merli per la gola o tagliare a pezzi i più tristi pirati di quel luogo; tra i quali l'istesso Camalì Aichio, detto dai Turchi Kamàl-raìs[46]. Tal sia del primo.