[Ottobre 1502.]

XV. — Non mi crederei di avere pienamente soddisfatto al mio debito, se pei fatti ora narrati, e pei documenti prodotti non venissi alle conseguenze, onde il magisterio della storia discende alla pratica utilità. Però devo segnalare la tattica dei nostri antichi marini: i quali senza gran fatto smarrirsi nelle astruserie dell'analisi, come oggi dicono della scienza, risolvevano a colpo sicuro i più ardui problemi della milizia navale, e non fallivano alla meta.

Eccoli pigliare guerra offensiva contro i Turchi sul mare; e primamente volgere tutte le forze contro l'armata nemica per isbrattarla dal campo, senza pensare sul principio nè ad isole nè a castelli. Questa è semplicissima teoria, e di gran momento: tuttochè non sempre osservata da altri. Col nemico vicino e grosso, le isole non si pigliano; ma in quella vece si toccano le busse a doppio tra terra e mare: essendo impossibile tentare piazza ben difesa e non patire avaria nell'armamento e perdita nella gente, intanto che il navilio del nemico resta intatto, e può sempre a suo vantaggio piombare improvvisamente e opprimerti lacero e stanco.

Dunque gli antichi coi fatti e colle parole dicevano: prima di tutto cerca l'armata nemica, e sfidala a battaglia. Se accetta, devi contare di averla vinta, posto che tu imprenda a ragione guerra offensiva con forze sufficienti. Se il nemico non accetta, suo peggio: chè dovrà tenersi vituperato agli occhi propri ed altrui, con quell'effetto morale di abbattimento, che pareggia e talvolta supera una disfatta. Nell'uno e nell'altro caso ti rendi padrone del campo. Così nel fatto presente i Veneziani fin dal principio della guerra avevano costretto l'armata turchesca a sgombrare dallo Jonio, ed a ritirarsi dietro alle guardie dei Dardanelli. Quindi divenuti padroni del mare potevano a scelta tentare l'espugnazione di questo o di quel castello o isola, che loro tornasse meglio, senza temere altro impaccio.

Sopraggiunta l'armata romana al Cerigo nel mese di luglio, i capitani alleati appuntano tra tutte la piazza di Santamaura, la cui importanza ancor si mantiene, come una delle chiavi dell'Adriatico e dello Jonio; e dove tutti i dominatori, fino al primo Napoleone e al ultimo Palmerston, han tenuto l'occhio e il presidio. Gli alleati formano due divisioni di tutta l'armata, perchè non si può altrimenti circuire la piazza: ma vanno spediti e convergenti allo stesso punto; corrono co' venti medesimi a un tempo verso borea sulle due parallele; gli uni di dentro per le coste orientali, gli altri di fuori per le occidentali; e spargono da ogni parte lo sgomento nel cuore del presidio. Ben possono andar sicuri, tanto congiunti che divisi, perchè non v'ha armata nemica appresso per attaccarli a ritaglio.

Il nostro Commissario entra improvvisamente nel canale, procede serrato in battaglia con ordine di fronte, secondo l'uso perpetuo dei legni militari muniti di rostro e di artiglierie sulla testa: dico artiglierie d'ogni genere, antiche o moderne, da corda o da fuoco. Alla vista delle galeotte piratiche, egli non dispiega le file, nè si perde in giravolte e ritortole (come altri farebbe, incaponito nel metodo eccezionale dei vascelli a vela); ma dritto ed abbrivato corre a investire: con che obbliga il nemico alla fuga, e piglia sulla spiaggia tutto il suo navilio. Nè qui si arresta: anzi procede oltre allo scopo principale, rompe le comunicazioni tra il continente e l'isola, occupa il ponte, si alloggia nel borgo, investe dalla sua parte la piazza; e appostatosi dì prua in terra colle artiglierie di quattro galèe, impedisce ogni movimento dei nemici, e ricaccia sempre indietro le migliaja dei cavalli e dei fanti che cercano rompere le linee dell'assedio. Dove è da notare il gran vantaggio delle batterie navali per la difesa dei passi in litorale aperto o di piano inclinato; perchè esse possono incrociare i fuochi e spazzare da ogni parte la campagna, senza correre pericolo di essere prese d'assalto, come non di raro avviene alle batterie, tuttochè ben difese, sulle colline.

Dall'altra parte la prima divisione corre coi venti del secondo quadrante fino all'altura della piazza, indi orza a raso, e non potendosi prolungare contro vento, tanto da presso archeggia, che alla prima brezza favorevole della notte mette in terra le genti e le artiglierie, munisce le trincere, apre la breccia, e in pochi giorni costringe alla resa il castello, e piglia tutta l'isola. Effetti sicuri di cause ordinate, quando è posto l'uomo certo alla cosa certa, e quando ciascuno fa a dovere la parte sua.

XVI.

XVI. — Venendo ai capitoli, voglionsi distinguere le condizioni diverse del presidio: altri i patti convenienti ai giannizzeri ed alle milizie regolari; altri i patti ai pirati, contuttochè chiamati corsari. Dove torna acconcio notare la enormità del confondere queste due voci, capitalmente diverse, quantunque date per identiche, e diffinite l'una per l'altra anche dalla Crusca, e dai seguaci. Non tutti i naviganti sono corsari, nè tutti i corsari sono pirati: convengono nel genere rimoto del correre; chè naviganti, pirati, e corsari tutti corrono sul mare; ma si distinguono per le diverse ragioni de' corsi loro: e le differenze si hanno a cavare non tanto dalle scritture private dei letterati, quanto dalle sentenze dei pubblicisti e della giurisprudenza marittima, cominciando dal classico Consolato del mare. Corsaro propriamente dicesi Colui, che, quantunque privata persona, nondimeno (autorizzato con lettere patenti dal suo governo) comanda un bastimento armato, e corre il mare contro i nemici del paese, in tempo di guerra, a suo rischio e guadagno. Per estensione dicesi pur corsaro o corsale il bastimento e l'equipaggio. Essi portano la bandiera nazionale, sono soggetti alle leggi dello stato, hanno tribunali che ne giudicano i fatti e le prede: devono essere rispettati dai neutri, possono rifugiarsi nei loro porti; vincitori o vinti godono sul mare le medesime guarentigie che il diritto di natura e delle genti accorda ai comandanti e persone dei corpi franchi in terra. Al contrario i pirati si pareggiano in tutto cogli assassini: Compagnia di ribaldi senza altra legge che il libito, uniti insieme per rubare sul mare, senza bandiera, o vero con bandiere bugiarde, senza rispetto di pace o di tregua, senza patenti, senza tribunali: pubblici nemici di tutti, peste e flagello dei mari.

Or di che tempra fossero quei cotali delle dodici galeotte e del castello, si fa manifesto dalle forche, assegnate non a tutti i prigionieri, ma a loro soltanto; perchè essi soli in ogni tempo, o di guerra o di pace o di tregua, rubavano e infestavano i mari per mestiero e pertinace costume ladronesco. Erano dunque veri pirati, e non corsari. Per tali gli ebbero i giannizzeri, che nella difesa li provarono riottosi; par tali i vincitori che, avutili prigioni, li fecero a pezzi; per tali, senza equivoci, gli avranno i miei lettori.