XVII.
XVII. — Presa l'isola, si pensa subito a mantenere e a fortificare il castello della capitale: perciò un distaccamento di quindici galere, come dire buon numero di gente ai lavori; di ufficiali a dirigerli, di ciurme ad eseguirli, di soldati a difenderli. Duolmi non trovare nome di ingegnere; perchè essendo già da cinque lustri inventata la nuova maniera di fortificare, ed oltre alle due scuole del Sangallo e del Martini surta pur la scuola mista con Basilio e con Leonardo, come altrove ho detto e dirò, doveva naturalmente svolgersi l'arte medesima nella guerra viva, nell'assedio e nella difesa delle piazze, e nei loro risarcimenti. Indi si potrebbe forse dimostrare che le opere a cantoni di nuova maniera, le teste del ponte, e i tre rivellini fiancheggiati intorno al vecchio castello, tanto dalla parte dell'isola, che di terraferma, come si vedono delineati nelle carte del cinquecento e del seicento[51], sono stati primamente imbastiti di terra e di fascine nel 1502 dagli ingegneri che le armate di Venezia e di Roma in quel tempo non lasciavano mai di aver con loro in qualsivoglia spedizione. Dovevano probabilmente essere tra i Veneziani gli allievi Urbinati del Martini, dell'Amoroso, di Ciro; perchè il Senato dalla Romagna e dalla Marca traeva il nervo delle sue fanterie; e già sentivano della nuova maniera i primi Savorgnani, Girolamo Genga, e quel Basilio della Scola che era stato sopra l'artiglieria di Carlo VIII e dei Signori veneziani, e aveva poco anzi fatto modelli di fortezza in nuova forma[52]. Tra le genti di Roma dovevano essere ingegneri della scuola Sangallesca; perchè in quel tempo di tanta ricchezza e concorrenza di maestri si raunava in Roma attorno al Valentino per amore o per forza il fiore dei grandi artisti, come Antonio Giamberti, Leonardo da Vinci e i loro seguaci; per opera dei quali in questi tempi avevano a rafforzarsi con opera di nuova maniera il castello di Santangelo, le rocche di Nettuno e di Civitacastellana, e le due fortezze di Bologna e di Perugia. Qualcuno degli allievi di cotesti maestri deve aver diretto i nuovi lavori a Santamaura. Fia bene averlo notato per quei riscontri che col tempo e con altri documenti potranno venirci innanzi.
Finalmente dal contesto e dalle esplicite dichiarazioni del nostro Commissario, secondo la lettera diretta al Grammaestro, apertamente si rileva come tutti allora volevano dare al Turco e ai pirati; e come pur tutti si scusavano di non poterlo fare. Niuno taceva la necessità di spegnere l'incendio, questi lo diceva a quello, e ciascuno ne lasciava il carico all'altro. Il mondo sempre a un modo: ostacoli, impotenze, e scuse non mancano mai a chi ne cerca; e la buona volontà sempre di mezzo. Che dubbi? Tutti hanno ragione. E per tanta sovrabbondanza di ragioni in ogni tempo sono cresciuti, durano e dureranno i disordini.
XVIII.
[1503.]
XVIII. — Nel vero l'acquisto di Santamaura avrebbe potuto riscaldare le pratiche della lega, e dar campo al Grammaestro, almeno nell'anno seguente, di eseguire il suo divisamento: ciò era condurre l'armata del Papa, di Francia, di Venezia, e di Spagna a Costantinopoli, mentre Bajazet era impigliato ai confini estremi ed opposti del suo imperio nelle guerre cogli Ungheresi e co' Persiani. Poteasi a un tratto cessare dal cristianesimo la calamitosissima peste e il vituperosissimo servaggio. Ma Consalvo di Cordova allora allora rompeva la tregua e assaltava i Francesi, volendo cacciarli al tutto dal Regno; allora l'Italia da un capo all'altro andava sossopra, e allora volavano le famose mine contro il castello dell'Uovo, condotte secondo i principî del nostro Francesco di Giorgio Martini, ingegnere sanese; alle quali, checchè ne abbia altri congetturato[53], è impossibile assegnare lui stesso come direttore, perchè era già morto l'anno avanti del mese di gennajo, nella sua villetta della Volta a Fighille, come pur da venti anni sopra sicuri documenti il Milanesi ha dimostrato[54].
Bisogna tuttavia notare che delle mine al castello dell'Uovo nel 1503 si è fatto gran rumore di maraviglie e di scritture, perchè eseguite dagli stranieri, tuttochè non fossero altro che copie: al contrario tanto poco si è detto della prima mina originale, allumata quivi stesso in Napoli otto anni avanti contro Castelnovo da un italiano, che infino a jeri si dubitava dell'inventore e dell'esecutore. Sorte comune di tutti quasi i nostri successi domestici. Ma ora gli è tempo di mettere la cosa a certezza colla testimonianza dei contemporanei: essendo oramai evidente che la prima mina, condotta con principî tecnici, e di efficace operazione, e con pieno successo, brillò il venerdì ventisette novembre 1495 contro la cittadella o mastio di Castelnovo in Napoli, tenuto dai Francesi di Carlo VIII, ed assalito da Ferdinandino di Aragona, durante il breve risorgimento della sua Casa[55]. Certo altresì l'ingegnere nella persona del celebre Francesco di Giorgio Martini, scrittore di quell'importantissimo Trattato di architettura civile e militare che fu pubblicato dal professor Carlo Promis. Il quale Martini più volte era stato richiesto dell'opera sua dai principi Aragonesi, e certamente nell'assedio di Castelnuovo serviva di ingegnere maggiore al giovane re Ferdinando, come ne fa fede lo Spannocchi, oratore dei Senesi in corte di Roma, per una lettera pubblicata dall'Angelucci[56]; e per lungo discorso il contemporaneo Vannoccio, ed altri[57]. Dunque il Narciso toscano del Giovio, celebre macchinatore di opere ammirabili, maestro di lavori sotterranei, che offerì l'opera sua al re Ferdinandino per espugnare Castelnovo di Napoli, fu senza dubbio il nostro Francesco[58]; il quale oltracciò nelle sue tavole lasciò disegni bellissimi delle mine, certamente finiti prima del cinquecento tre.
[18 agosto 1503.]
In mezzo ai rumori delle mine e delle armi, nazionali e straniere, morissi a' diciotto d'agosto papa Alessandro, precipitò Cesare Borgia, Giacopo d'Appiano riprese Piombino, tutti gli altri tornarono alle case loro: e per quel che riguarda i successi della nostra marina devo chiudere il primo libro dicendo che i Veneziani, costretti a fare la pace col Turco, seppero dare buon conto di Santamaura per ricuperare in cambio la Cefalonia che avevano perduta[59].