In principio il cannone era la parte posteriore della bombarda, dove si metteva la polvere e il coccone: poscia allungato diveniva artiglieria compiuta, e manteneva il nome di Pezzo. Se ne facevano dei grandi e dei piccoli d'ogni maniera, e li chiamavano basilischi, aspidi, dragoni, sagri, falconi: nomi spaventevoli di uccelli rapaci, di bestie imaginarie, di mostri favolosi. In somma più che trenta tra specie e varietà che ricordo qui in ordine di grandezza: basilisco, dragone, possavolante, serpentino, colubrina, cacciacornacchi, aspido, girifalco, sagro, pernice, pellicano, sagretto, falcone, falconetto, smeriglio, ribadocchino, cerbottana, saltamartino: oltracciò le artiglierie di canna corta; cioè bastardi, rebuffi, crepanti, veratti, aquile, mojane, cortane, vugleri, tarabusti; e le molte varietà denominate dagli uffici speciali, onde dicevansi spacciafossi, spazzacampagne, traditori, trabucchi, redèni, forlini, e più altri nomi che uscivano dall'arbitrio dei fonditori, e dei capitani, come ne dice per questi tempi l'Ariosto[97].

Arrogi il composto di ciascuna di queste forme coll'altra; e più le artiglierie di molte canne unite insieme, che chiamavano organi: pezzi fusi con due o tre anime, o con più camere giranti attorno a una tromba sola per moltiplicare i colpi, e si dicevano cannoni composti o compagni; di che abbiamo i disegni nel Valturio di Rimini, e nelle cartelle di Leonardo all'Ambrosiana; e abbiamo i campioni nei musei di Europa. Tra i quali niuno ch'io sappia novera un vecchio cannone da ventiquattro che ho veduto all'arsenale di Tophanè in Costantinopoli, di tromba aperta ad entrambe le estremità, e alla culatta una gran ruota massiccia e girante dietro la tromba, in guisa da presentarle successivamente dodici incamerature cavate nell'istesso massiccio della gran ruota, capaci di altrettante cariche, e però di dodici colpi in punto.

Intanto le arti belle, già risorte, piaceansi adornare di nobili disegni le terribili bocche da fuoco: fiori, fogliami, festoni, corone, delfini, figure d'uomini e di animali, stemmi e imprese di squisito lavoro si spiegano e s'intrecciano sulle maniglie, sulle gioje, sulle fascie, e sui bottoni de' pezzi; tanto da renderli preziosi anche come monumenti delle arti del disegno, e degni di stare nei musei allato alle statue e alle sculture.

Appresso il criterio filosofico si applica, a toglier via la confusione, i ghiribizzi, e l'arbitrio; e forma ordinatamente sopra norme stabili i generi e le specie. Primo genere il cannon prototipo, lungo venti bocche a palla di ferro da libbre cinquanta; e gli si dà l'aggiunto di Cannone intiero, ordinario, comune: tutti gli altri a un bel circa multipli o summultipli del primo. Onde cannon doppio da cento, mezzocannone da ventiquattro, quarto cannone da dodici, ottavo cannone da sei. Neglette le piccole differenze, come si usa delle frazioni.

Secondo genere i cannoni di canna lunga, che pigliano nome di Colubrine: e tra queste l'ordinaria o comune di trentadue bocche, traente palla da libbre trentadue. Indi coi multipli la doppia da sessantaquattro, la mezza da sedici, la terza da dieci, e la quarta da otto; senza contare le straordinarie di bocche quaranta, e le bastarde di ventisei.

Terzo genere i cannoni di canna corta, da due a otto bocche, che pigliano nome di mortaj e di petrieri per scaraventare palle cariche, carcasse, scaglie, ferracci, e catene.

Le specie subalterne e le varietà traevano dalle forme e condizioni accessorie, e le esprimevano con aggiunti diversi: onde cannoni colubrinati o serpentini dicevano i più lunghi di canna al di sopra delle venti bocche in calibro di misura. Gli altri dicevano bastardi, sottili, rinforzati, poveri o ricchi di metallo, reali, seguenti, incamerati, lisci o rigati. Davano altresì aggiunti diversi secondo l'ufficio: e nomavano cannoni da campo che ora diciamo da campagna; cannoni da batteria, che ora diciamo da breccia; e cannoni da muro, che ora diciamo da piazza e costa.

Questo valga per chiarire tutta insieme la nuova nomenclatura che mano mano ci verrà innanzi nella storia e nei documenti, secondo il metodo fin qui tenuto. Penso di spiegare da me le ragioni del mio racconto, e di scusare le altrui postille. Penso a Tito Livio (mi si perdoni l'altezza del paragone) che se avesse creduti necessarî i discorsi degli altri sopra le sue Deche, egli avrebbe fatti da se i commentarî; e certamente meglio, rispetto alle sue intenzioni.

XIII.

[Agosto 1510.]