XIII. — Intanto il capitano di Roma e quel di Venezia, rimenando indietro Marcantonio Colonna, i due Fregosi, i due Doria e gli altri, venivano in Roma con lieta faccia accolti da Giulio, il quale volle averli tutti insieme alla mensa, e farli partecipi de' suoi disegni; dimostrando loro come senza perdersi d'animo fermato aveva di ripigliar subito subito e con maggior gagliardìa quella impresa medesima. Imperocchè niente avvilito, anzi più ardente e sdegnoso per la repulsa, armava anche esso in Civitavecchia cinque caracche e una galeazza da contrapporre alle nemiche di alto bordo; e faceva racconciare le galèe, e scriveva soldati per opera di Francesco Ghiberti, allora chierico di Camera e commissario dell'armata. In somma a mezzo agosto chiamò tutti alla mostra sulla foce del Tevere, dove esso stesso montato sul suo bucintoro volle personalmente rassegnar le caracche ad una ad una, e poi la galeazza, e appresso nove galere del Biassa, e diciassette di Venezia. Indi per dimostrazione di contentezza fece distribuire alle genti in donativo straordinario sedici botti di vino, trentadue buoi, settantaquattro montoni, e pan fresco in buon dato. Finalmente imbarcatosi sulla capitana del Biassa al centro di tutto lo squadrone romano e veneziano, colle navi grosse appresso, navigò sino all'altura di Civitavecchia[98]. Di là licenziò l'armata con molti augurii all'impresa di Genova, verso la quale al tempo stesso scendevano dall'Appennino le fanterie del Sassatelli, spintevi in fretta da Bologna: ed esso, venuto in terra, montava a cavallo dirigendosi verso Viterbo, ed oltre per Bologna e pel campo, dove si combatteva ugualmente contro i Francesi, e si preparava l'espugnazione della Mirandola[99].
[Sett. 1510.]
Altresì i ministri di Francia, consapevoli dei movimenti che da terra che da mare facevano i Papalini e i Veneziani, non lasciavano cosa alcuna opportuna alla difesa per mare e per terra. E già Piergianni colle sue caracche e colle galèe de' Genovesi era uscito al confine incontro ai vegnenti, aspettandoli nelle acque di Portovenere. Le due armate si incontrarono sotto vela con venti maneggevoli, e presero subito a combattere da lungi con grande strepito di cannonate: ma sempre da lungi, perchè si temevano a vicenda, nè l'uno ardiva investire l'altro. Anzi il Biassa e il Grillo avevano fermo di non avventurarsi a battaglia di esito incerto, per non perdere il frutto che speravano più facilmente conseguire dalle pratiche dentro alla città. Perciò continuarono la rotta sempre innanzi, e sempre sparando dalla destra contro Piergianni che seguiva costeggiando verso terra, e continuamente rispondeva dalla banda sinistra, tanto, che giunsero insieme alla vista di Genova. Colà il Biassa principalmente voleva dimostrare la costanza nella impresa, e far sentire a quel popolo lo strepito delle artiglierie, e riscuoterlo, e dargli a vedere qualche tratto di bravura. A un suo cenno Giano Fregosi, il più caldo dei fuorusciti, con una saettìa di gran remeggio e piena di gente scorse due volte innanzi alla città, fecesi sempre più presso al porto, e col suo ardire costrinse i nemici a crescergli la fiducia di entrarvi dentro. E in sul fatto cacciovvisi di mezzo, correndo lunghesso il molo e tentando a gran voce gli animi dei Genovesi; finchè preso di mira dai castelli tra un nembo di fuoco e di ferro, assicurato nondimeno dalla velocità del suo legno, potè ritirarsi senza danno. Allora soltanto il Biassa virò di bordo, e volse verso Civitavecchia senza che il nemico osasse più molestarlo[100].
[Ottobre 1510.]
Piegando oramai la stagione al verno, i Veneziani presero congedo, e ne andarono afflitti dalle tempeste per l'Adriatico, dopo perdute cinque galèe nello stretto di Messina. Ma Giulio e il Biassa restarono tanto minacciosi, e dieron sì lungamente da fare ai Francesi, e tanta parte del loro fuoco posero in petto ai partigiani, che finalmente ai venti di giugno del 1512 i Genovesi levato il rumore, e cacciato il presidio straniero, ripigliarono le forme consuete del loro governo, e chiamarono Giano Fregosi doge della patria.
XIV.
[15 settembre 1511.]
XIV. — Ora ripigliando l'argomento principale e la difesa della spiaggia romana contro i pirati, passiamo a considerare i fatti di papa Giulio anche intorno a questa necessità sempre crescente nel suo tempo. Tutto inteso a mantenere l'alleanza dei Veneziani, e la fiducia dei Genovesi, non licenziò le galèe già costruite in Ancona, nè le altre trovate in Civitavecchia; anzi aggiunsevi più due galèe e due brigantini in isquadra specialmente deputata alla guardia del Tirreno con certi capitoli che gli rendevano facile la duplicazione del numero e lieve la spesa. I quattro legni dovevano formare squadra permanente in arme per la guardia delle marine, senza escludere i legni maggiori, tenuti di riserva al bisogno straordinario, come si usa anche adesso. Pei meriti del capitan Baldassarre chiamò a questo speciale servigio Giovanni suo figlio, il quale, tuttochè giovane, godeva riputazione di esperto e valoroso marino. Il tenore delle convenzioni risulta dall'istrumento della condotta, che ora pubblico nel nostro volgare col testo originale a fronte, come fo sempre che mi si offrono documenti importanti ed inediti[101].
«Capitoli del Capitano delle galèe. In nome di Dio, così sia. — Anno mille cinquecento undici, indizione decimaquarta, giorno quindici di settembre, e del pontificato del santissimo in Cristo padre e signor nostro Giulio per divina provvidenza papa secondo, anno ottavo. A tutti sia manifesto e palese pel presente istrumento pubblico che gl'infrascritti sono patti, convenzioni e capitoli, fatti, fermati, contratti e stabiliti, tra il reverendo padre e signore Lorenzo Fieschi, vescovo Ascolano, vicecamerlengo, nella reverenda Camera apostolica luogotenente del reverendissimo signor cardinale di san Giorgio, Raffaele vescovo Ostiense, camerlengo; coll'intervento presenza e volontà dei reverendi padri P. Orlandi, vescovo eletto di Mazara e tesorier generale di nostro Signore; e più Ferdinando Ponzetti, decano dei seguenti chierici di Camera, cioè dire Filippo di Siena protonotario, Lorenzo Pinzi datario, Francesco Armellini, e Giovanni Botonti da Viterbo, insieme nel luogo dell'udienza congregati, e sugli interessi della Camera consultanti e deliberanti in nome e vece del prefato santissimo Padre e della sua Camera, per ordine speciale dell'istesso nostro Signore, espresso coll'oracolo della viva voce intorno a questo contratto: stando essi tutti i predetti da una parte, ed il signor Giovanni da Biassa dall'altra parte, ciascuno per sè stesso agente stipulante e capitolante intorno e sopra la guardia del mare e della spiaggia romana e per solenne contratto convenuti nei singoli capitoli che seguono, cioè: