III.

[Luglio 1526.]

III. — Intanto pubblicavasi la Lega di Cognac, e gli alleati scopertamente si apprestavano alla guerra contro l'Imperatore. Cacciarlo dalla Lombardia, mutargli lo stato di Siena e di Genova, torgli il regno di Napoli, pareva loro altrettanto facile nell'esecuzione, quanto lo sentivano nel desiderio[329]. Io non voglio allontanarmi dal mare: perciò lascio da parte la Lombardia, dove pestava il conte Guido Rangoni, il famoso Giovanni dei Medici, e Francesco Guicciardini; e dove già erano andati per commissione di papa Clemente a rivedere le fortezze di Romagna e di Piacenza Antonio da Sangallo, Michele Sammicheli, Battista il Gobbo, Antonio dell'Abbaco, e Giulian Leno[330]. Lascio dentro terra questi capitani ed ingegneri, e mi accosto alle maremme di Siena, dove il Doria si avvicina per sostenere gli eserciti campeggianti in Toscana.

Voleva Clemente metter giù il reggimento popolare dei Senesi favorevole agl'Imperiali, e rialzare contro di loro il partito dei Petrucci, a capo dei quali era Fabio, congiunto per matrimonio colla casa dei Medici. Perciò dal confine di Viterbo e d'Orvieto aveva spinto dieci mila tra fanti e cavalli contro Siena; e da Civitavecchia aveva fatto uscire Andrea colle galèe e mille fanti di sopraccollo per sostenerli. I dieci mila romani, fiorentini e forusciti, coi commissari Antonio Ricasoli e Roberto Pucci, al primo scontro in campagna furono rotti dai Senesi, colla perdita di tutta l'artiglieria, e di quasi tutto il bagaglio. Restò a compensare i danni minaccioso il Doria dalla parte del mare. Egli prese quante vettovaglie di là venivano ai Senesi, impedì i soccorsi, assaltò i porti, ebbe Talamone ed Orbetello, e presidiò stabilmente Portercole[331]. Quest'ultima piazza ritenne per quattro anni, arrabattandosi indarno i priori di Siena tra le ritortole della Curia e di Andrea, finchè il capitan Cencio Corso con improvvisa battaglia di mano non l'ebbe ricuperata ai Senesi nel mese di febbrajo del 1530.

IV.

[Agosto 1526.]

IV. — Maggior travaglio aveva a portare la mossa verso Genova; dove governava Antoniotto Adorno, sostenuto dal partito imperiale. Pensate Genova, città da rendere buon conto a chicchessia coll'armi in mano; pensate Antoniotto, bene assettato nel palazzo ducale, e risoluto insieme cogli aderenti suoi di non volerne uscire; pensate i capitani di Carlo V, attaccati coi denti a quella piazza importantissima tra tutte in Italia, ed anello necessario per carrucolare verso la Spagna, Napoli e Milano; essendo chiusa ogni altra linea, specialmente dai Francesi, e sapendo che perduta Genova, nè uomo più, nè soldo, nè altro qualunque soccorso sarebbe potuto passare. Dunque qui il nodo principalissimo, e qui il contrasto maggiore.

Ne fu scritto al Doria, il quale rispose non esservi altro mezzo che stringere Genova dalla parte del mare; mettersi con due armate nelle due riviere, e tenersi pronti di qua e di là a combattere unitamente contro l'armata di Spagna, che nel mezzo verrebbe per certo a portarle i soccorsi. Disegno strategico. Se fosse stato eseguito a tempo, niun dubbio che avrebbe dovuto Genova aprir le porte, Antoniotto fuggire, e i Cesariani cadersi in pessimo termine. Ma la bisogna delle leghe va sempre a un modo; ciò è dire con poca corrispondenza reciproca. Andrea si accostò presso alla riviera di levante, ma i Francesi tardarono dall'altra di ponente, i Veneziani non comparvero in tempo, e gli Spagnuoli ebbero tutta la comodità di provvedere. Entrarono alla spicciolata, genti, vettovaglie, danaro; venne di Spagna fresco fresco il duca di Borbone, col grado di capitan generale dell'esercito cesareo in Italia.

Finalmente a mezzo agosto l'armata di Francia col conte Pietro Navarro prese Savona, favorito dagli abitanti, nemici dei Genovesi; intanto che dall'altra parte Andrea Doria colle galèe del Papa e dei Veneziani faceva testa a Portofino, mettendovisi di forza per mare e per terra. Aveva seco i dieci legni della squadra papale, ed una quindicina della veneziana, venuti alla fine in questi mari, secondo i patti della lega, sotto il governo di Luigi Armero[332]. Così stettero tre mesi stringendo il blocco da levante e da ponente: a niuno più concesso nè l'entrare nè l'uscire, cresceva dentro maggiormente la penuria, e fuori vie meglio l'abbondanza per le molte e continue prede che le due armate facevano sul mare[333]. E in quel mezzo Filippino Fieschi, governatore delle armi a Portofino, col rinforzo di ottocento marinari buttatigli in terra da Andrea, dava la mala paga ai Cesariani che si erano arditi di trasalire il monte, pensandosi vanamente di poter riscuotere quel posto, e di allargare alquanto il blocco dalla parte di terra[334].

[19 novembre 1526.]