Finalmente il grosso dell'armata spagnuola salpava da Cartagena per rifornire la piazza di Genova: venti galèe di scorta, ventidue navi da carico, grandi provvigioni, molti cavalli, quattromila fanti veterani, Ferrante Gonzaga, Ferdinando Alarcone, e don Antonio Lannoy vicerè di Napoli, venivano di lungo verso il golfo: ma costretti da grossa tempesta di scirocco, riparavano a san Fiorenzo sulla estremità boreale della Corsica, aspettando l'opportunità di movere tutti uniti al soccorso di Genova[335]. Per opposito i confederati si mettevano in punto con deliberazione di tenere il passo, e in gran fretta da Portovenere chiamavano quelle galèe veneziane che vi si erano raccolte a spalmare. Assembrati distesero l'ordinanza, mettendo in battaglia quarantaquattro legni di linea così[336]: sedici galèe e quattro galeoni di Francia, tredici galèe di Venezia, e undici del Papa: al centro Pietro Navarro, alla destra Andrea Doria, alla sinistra Luigi Armero, i galeoni alla fronte.
Disposta in tal modo l'ordinanza, e mandate a ciascuno le istruzioni precise per governarsi nello scontro imminente, si volgevano di faccia al vento, persuasi che il nemico con tante navi quadre non potrebbe venire altrimenti che sotto vela, di buon braccio, e secondo il rombo della giornata, come e dove essi aspettavano. Nè ebbero ad indugiarsi gran fatto, chè a diciannove di novembre ecco l'armata di Spagna dalla parte di Sestri orientale; e incontanente i confederati all'incontro dal ridosso di Portofino, navigando quelli a vela e questi a remo risolutamente gli uni contro gli altri. S'incontrano dinanzi a quella lingua di terra che i Genovesi chiamano Codimonte[337]. Pietro Navarro intima la battaglia con un tiro di corsia, colpisce giusto, e mette abbasso l'asta e la bandiera dell'almirante spagnuolo: grida di lieto augurio tra i confederati, e di confusione tra i nemici. Il Doria e l'Armero volano innanzi arrancati, e gli altri a gara contro i vegnenti, traendo a furia di tutte le artiglierie. In breve le due armate di qua e di là si avvicinano, sparisce il campo del mare interposto, si mescolano, si urtano, si afferrano; e rimane una selva intricata d'alberi e d'antenne, scossa dal fuoco, dal ferro, e dal cozzo. Una nuvola di fumo corre sull'orizzonte: bassa e bianca a prima uscita; ma crescendo i tiri si condensa colle fumate seguenti, si leva in vorticose spire, torreggia, si oscura, intercetta la luce da ponente, e nasconde il sole prima del tramonto. Tra quel tenebrìo, quanto tu mai intesamente riguardi, non vedi che lampi contro lampi; e non odi che il rombo del tuono tutto intorno, e lo scroscio delle murate, e il precipizio degli attrazzi, interrotto soltanto dal fremito dei combattenti. Il mare intorno si fa livido, copresi di rottami, ribolle. E dopo quattro ore di combattimento, quantunque cresca la notte, puoi vedere l'armata spagnola rotta dalla testa alla coda, alcune navi sommerse, altre prese, e la maggior parte in fuga per l'alto mare, e malconce, correre per ricetto inverso Napoli. Il vento e la notte levano gli avanzi delle loro navi dinanzi alle nostre galere[338]. Dunque gli alleati mantengono il blocco, e lo stringono maggiormente: ma non per questo Genova apre le porte; anzi ostinata nella difesa fino agli ultimi di agosto dell'anno seguente, aspetta di aprire le porte al Doria, al Trivulzio, e alla girata del re Francesco.
V.
[Gennajo-febbrajo 1527.]
V. — Or qui la materia sempre più mi si arruffa: ed io nè voglio allungar le fila, nè posso troncarle. Sento dentro di me la stessa ambascia, già provata da Jacopo Sadoleto, vescovo allora e consigliero di papa Clemente, e poscia amplissimo cardinale, quando inutilmente studiavasi a dissuadere coteste guerre intestine[339]. La stessa ambascia dico, e forse maggiore: perché a lui fu concesso allontanarsi, ed a me non è dato potermi tirare da parte. Metterò dunque in compendio quanto per necessità delle seguenti sciagure mi tocca.
Il Lannoy, novello vicerè, sbarcato a Napoli dopo la rotta di Codimonte, piglia il comando dell'esercito imperiale, passa i confini, occupa Frosinone; e i Colonnesi in favor suo levano rumore nella Campagna. Renzo da Cere e Alessandro Vitelli ricacciano indietro il Lannoy, e costringono i Colonnesi alla fuga. Clemente allora chiama il conte di Valdimonte, ultimo rampollo della casa Angioina per metterlo colle armi sul trono di Napoli[340].
Andrea Doria, richiamato a Civitavecchia, imbarca le terribili bande nere, capitanate da Orazio Baglioni per la morte di Giovanni de' Medici, ucciso poco anzi da una archibugiata nel Mantovano[341]: imbarca alla Fiumara del Tevere il nuovo Re di Napoli, che procedendo come luogotenente del Papa, e sostenuto dalle forze di Venezia e di Francia, occupa Ponza addì ventitrè di febbrajo; e di là coi proclami e colle armi piglia Mola di Gaeta, Torre del Greco, Castellamare, Sorrento e Salerno[342].
Al tempo stesso Renzo da Cere, Alessandro Vitelli, Orazio Baglioni, Battista Savelli, Pietro Biraghi ed altrettali condottieri del Papa s'impadroniscono di Tagliacozzo, di Sora, dell'Aquila, e già già si appressano alle mura di Napoli, secondo i disegni preparati dai tattici maggiori della lega. Tutto a seconda dei loro desiderî nell'Italia meridionale, e continuati successi delle armi per terra e per mare[343].
[25 marzo 1527.]