I Cesariani dall'altra parte, palpitanti all'imminente e finale rovescio, pigliano l'unico partito che resta ai disperati in questa fatta guerre. Mandano oratori al Papa, si gittano in ginocchio, e fanno ogni sforzo di spaventi e di tranelli per distaccarlo dalla lega. Ora essi pensano al pianto dei popoli, al sangue degli innocenti, al trionfo del turco, ai progressi dell'eresia: in somma non chiedono altro che tregua. E i ministri di Roma con Cesare Fieramosca, inviato dal Lannoy, addì venticinque di marzo in fretta e in furia, con poca participazione degli alleati, sottoscrivono la tregua di otto mesi. Il Lannoy sgombra dagli strali della Chiesa; e Clemente richiama indietro da ogni campo le milizie e i capitani, dando il congedo a tutti per levarsi dalle spese[344]. Pensate sorpresa e rabbia di Francesi, di Veneziani e di Fiorentini: pensate scorno e rovina di Curia e di Romani. Ecco il punto: restiamo soli, e disarmati.
[5 maggio 1527.]
Il duca di Borbone venuto poc'anzi di Spagna a Genova e a Milano, con suprema autorità, come ho detto; già indettatosi con Carlo, e conscio più che altri delle segrete intenzioni di lui per ogni caso di questa guerra[345]; non vuole udir verbo nè di pace, nè di tregua, nè di Lannoy; dicendo non avere esso sottoscritto nulla, nè esser tenuto a nulla dalla firma degli altri: anzi a reciso protesta di volersi continuare nella marciata verso Firenze e verso Roma. Francesco Maria della Rovere, duca d'Urbino e generale dei Veneziani, richiamato dai suoi signori per questi casi oltrepò, consapevole dell'animo dei Medici sul conto dei Rovereschi, e dei fatti di Lorenzo già duca d'Urbino, chiude gli occhi, e lascia fare. Dunque il Borbone si avanza dalla Lombardia verso Roma senza ostacolo; e con lui il famoso Frandesberg degli strozzini, e trentamila uomini d'ogni nazione, tedeschi, svizzeri, spagnuoli, fiamminghi, luterani e ribaldi. Costoro sicuri per lo scioglimento dell'esercito papale, e tratti all'esca dell'ingordo bottino, danno l'assalto a Roma addì cinque del mese di maggio 1527.
[6 maggio 1527.]
E quantunque il traditore di Francia, e corifèo di Spagna miseramente lasci la vita nei prati di Castello, nondimeno l'opera scellerata si compie pei seguaci del suo nome: i quali nel dì sei di maggio uccidono quanti vogliono per le strade di Roma, dicono quattromila cittadini; e saccheggiano la città, le chiese, i monasteri con tanto sfogo d'avarizia, di libidine e di crudeltà, quanto mai nè prima nè dopo, nè dalle barbare genti nè dalle incivilite, non si era veduto nella afflitta città[346].
VI.
[Giugno-luglio 1527.]
VI. — Ora non mi talenta il seguire lo svolgimento dei trattati intorno alla persona del Papa, nè il discorrere della sua ritirata e dimora in castello Santangelo, nè della fuga in Orvieto, nè del Governo che fecero l'Imperatore e i Confederati di questo intricatissimo negozio. Lascio cui spetta il riconciliamento di Clemente e di Carlo, la coronazione di Bologna, e l'assedio di Firenze, dove niuna parte ebbe, nè bella nè brutta, la mia marina. In quella vece invito il lettore a venir meco dove ci aspetta Andrea Doria: il quale sorpreso dagli inaspettati avvenimenti, senza istruzioni, senza paghe, e senza partito, nondimeno meglio di ogni altro coll'ingegno e colla fede giovò alla causa ed alla incolumità del Pontefice. Imperciocchè avendo ripigliato personalmente la castellania della fortezza, e il comando della piazza in Civitavecchia, coi marinari e co' soldati delle galèe e coll'ajuto dei terrazzani, trovandosi in luogo forte per natura e per arte, non volle mai consegnare la città agli Imperiali; ma vi si tenne sempre fermo e in buon ordine, tanto che coloro non si ardirono di assalirlo: per opposito presero a carezzarlo, pregandolo con molte lusinghe ed impromesse, che volesse accettare la condotta ed unirsi con Cesare[347]. Ma egli, fermo nel proponimento e nella fede, non si lasciò mai abbindolare. Anzi più per messi secreti scrisse al medesimo Papa le proposizioni degl'imperiali: e da lui privatamente fu consigliato di non dover prestare orecchio alle loro ricerche; ma di starsene fermo in Civitavecchia, e di guardarne il porto, altrimenti sarebbe cagione di farlo condurre prigioniero in qualche fortezza di Spagna, come era successo nel caso simile al re Francesco per la via del porto di Genova. Conchiudeva consigliandolo di non si muovere, finchè egli non fosse fuori del pericolo; e poscia di accostarsi più tosto ai Francesi, che agli Spagnuoli, quando ne verrebbe il tempo[348]. Di questi fatti non meno importanti alla storia universale, che alla marina, gli storici nostri municipali non fanno motto.