»Item un ferro per sorgere.

»Item un cavetto e due provesi.

»Fra Bernardo Salviati priore di Roma.»

X.

[20 aprile 1534.]

X. — Non posso lasciar correre la lindura e la brevità del documento ora prodotto senza la compagnia di alcuni commenti. Il capitano Salviati, parlando del fusto di un brigantino, non si perita chiamarlo il Bucio. Dunque la radicale ormai notissima del famoso Bucintoro durava pel comune uso tradizionale anche nel secolo decimosesto, e sotto la penna di un marinaro che sentiva a un tempo di Firenze, di Malta e di Roma. Potrei citare altri esempî[475]. Ma più di tutto stimo il suggerimento dell'Archivio Veneto, e l'opinione anteriore di Angelo Zon, da me non avvertita prima, la quale ora corrobora la mia diversamente cavata, e tronca ogni altra disputa con un argomento di fatto[476]. Il cerimoniale della basilica di san Marco, codice del secolo decimoterzo, parlando della festa solenne dell'Ascensione, e della comparsa del Bucintoro alla marina di Venezia, dice tutto aperto[477]: «I Canonici devono accompagnare il Doge quando navigherà sul Bucio.»

Nel nostro documento esce adesso per la prima volta il titolo di capitano Generale[478]. Bisogna avvertire che, venuto al governo della squadra romana, il Salviati già teneva al suo carico la squadra maltese; e per questo comandava sedici galèe, con due capitane. Indi a maggiore autorità fece seguito più grandioso titolo. Lo stesso innalzamento dopo venti anni successe in Malta a proposito di Leone Strozzi, di cui si legge così[479]: «Al primo di giugno 1553 Leone Strozzi, priore di Capua, prese possesso delle galere che erano sette: cioè le quattro ordinarie della Religione, e le tre del medesimo Priore, che stavano al soldo del comun tesoro. E perchè egli aveva avuto così gran carichi, et allora comandava due capitane, per questo fu egli da tutti chiamato comunemente il Generale. E questa fu la prima volta che il capitano con tal titolo chiamato fosse.» Similitudine di cause, di effetti e di avvertenze tra Malta e Roma.

Vuolsi ancora notare nell'inventario il costume romano sul conto delle artiglierie. In ogni galèa undici pezzi, e i tre maggiori serpentini. Intendi cannoni colubrinati, di lunga canna, almeno di ventisei bocche, per più lontana gittata; e non troppo ricchi di metallo per maggior leggerezza. Il corsiero da cinquanta, i laterali da ventiquattro, gli estremi da dodici; due smerigli alle bitte, e quattro alla mezzanìa. Sistema espressamente ricordato dal Pantera con queste parole[480]: «Oltre al pezzo di corsìa, sogliono le galere portare un sagro dall'una e dall'altra parte, e appresso ai sagri si mette un cannone petriero da quindici: e più si suole accomodare verso le posticce uno smeriglio dall'una e dall'altra banda della galèa. Questi pezzetti, caricandosi con i mascoli et maneggiandosi facilmente, sono comodissimi. Alla poppa portano un simile pezzetto da ogni parte alla spalla, o un petriero piccolo, acciocchè aggravino meno. Et quest'ordine si tiene nell'armare di artiglieria le galere ponentine.» Ne vedremo l'importanza e l'applicazione.

Più largamente pel tempo successivo entrano in questi particolari i codici più recenti dell'Archivio camerale, cominciato per ordine di Alessandro VII, e continuato infino agli ultimi tempi[481]. Centinaja di volumi, attenenti alle cose del mare, che forse io solo (dopo messi ai palchetti) ho studiato ad uno ad uno per amplissima concessione del cavaliere Angelo Galli, ministro allora delle Finanze in Roma, e coll'assistenza di Pietro Benucci, archivista del ministerio: ambedue ricordati per debito di gratitudine. Ne darò gli estratti secondo il corso dei tempi seguenti: ma perchè questi ci rimandano agli anteriori, valgano per sempre i cenni presenti di fatto mio proprio, che tutti quei codici ho veduto nel palazzo Salviati (fabbricato dal medesimo nostro capitano Generale), donde sono passati al moderno Archivio di Stato, come mi dice il Corvisieri.