XI.
[12 giugno 1534.]
XI. — Ma poichè si avanza la buona stagione per navigare, e già da più parti sul Tirreno scorrono gli amici ed i nemici nostri, gli è tempo di uscir dagli archivi di stato e dei notaj, e di rivolgerci al mare, dove al marzial brio possiamo anche da lungi riconoscere la squadra del Salviati. Sono sei galèe: tre della guardia consueta, ed altrettante armate alle spese dello splendido capitano, desideroso di farsi merito, e sicuro di trovarne compenso. Gran cose deve aver fatto in quest'anno, quantunque non se ne trovi sillaba negli scrittori romani. Ma l'eco della fama allora ne portò infino a Genova le notizie, e di là me le rimena per la penna del Bonfadio; il quale non tanto strettamente narra le cose sue, che non se ne possano talora avvantaggiare le nostre. Il capitano Marco Usodimare (come dice esso Bonfadio e tutti sanno) nobile e prode genovese, facendo gran conto del Salviati e della sua gente, venne quest'anno con cinque galèe a trovarlo, richiedendolo di conserva contro una grossa banda di fuste e di galeotte piratiche, che rapinavano a talento sulle maremme di Toscana. Navigarono le undici galèe intorno a quelle isole, dalla Pianosa all'Elba, ed al canal di Piombino; e finalmente vennero a sapere che il grosso dei pirati, fuggiti da ogni altra parte, si tenea celato all'aspetto sulle ancore nella cala di Montecristo, isoletta allora disabitata dirimpetto all'Argentaro, e ben visibile col tempo alquanto sereno a chi riguarda da Civitavecchia inverso ponente. Dunque antenne in battaglia, serpentini e smerigli in batteria, soldati e marinari alle poste, e voga arrancata verso la cala. Se non che dalle alture dell'isola avendo le guardie dei nemici discoperto le nostre galere, imbrancaronsi in fuga precipitosa; risoluti a loro costume di schivare lo scontro dei navigli militari. Nondimeno due galeotte, meno delle altre preste a fuggire, sopraggiunte e investite, vennero in potere di Bernardo e di Marco; ed una terza, pertinacemente inseguita con lunga caccia, mainò la bandiera e s'arrese all'altura di capo Côrso. Ducento Cristiani liberati dalla catena, cento e più ladroni messi al remo, tre legni presi a rimburchio, e buona preda divisa tra Genova e Roma[482].
Pensate feste al ritorno dei vincitori: feste sovente negli scorsi secoli, e infino al principio del presente ripetute nelle nostre città marittime per celebrare il trionfo dei prodi contro i barbari: feste pur accennate qua e là da parecchi con qualche generica declamazione, ma da niuno divisate colle particolari costumanze tradizionali, che si usavano quasi all'istesso modo in Nizza, in Genova, in Livorno, in Civitavecchia, e in tutti i porti d'Italia. Di che facendosi ogni giorno più languida la memoria per le mutate condizioni dei tempi, andrebbe ogni traccia finalmente a perdersi, se qualcuno non se ne facesse espositore. L'indole di questa storia tanto stringe più che altri me stesso, quanto ognun vede, a pigliarne il carico: però non mi perito di soddisfarvi, come colui che nella mia patria infino dalla prima età, tra il secondo e il terzo decennale di questo secolo, ho potuto raccogliere gli ultimi ricordi dei nostri veterani, attori e testimonî del secolo anteriore; e ne conservo tuttavia vivissima la memoria. Avrò io adesso a tessere il catalogo delle antiche conoscenze, e a nominare tutti i campioni, dal comandante Andrea Zara, infino al marinaro bombardiere Carlo Viola? Per non divagar tanto lontano col discorso di altri e di me, e senza togliere punto di fede al racconto, basterà che dica di quest'ultimo più che ottuagenario, ma vegeto e rubizzo vecchio, cui noi fanciulli col maestro facevamo corona nelle ore del passeggio vespertino sul molo del Bicchiere per udirne i racconti. Ed egli con bel garbo seduto sul calastrello di riposo d'un pezzo da quarantotto, quivi stesso in batteria sul molo, dicendo e rispondendo alle nostre domande, consolava la mestizia del suo verno, e la giocondità della nostra primavera, discorrendo dei primi suoi combattimenti contro i Turchi, e dei suoi ritorni vittoriosi: e divisava ogni cosa così bene per punto e per segno, e colle circostanze delle persone, dei tempi e dei luoghi che era delizia l'udirlo non solo a noi, ma a chiunque s'incontrasse a passare.
Da lui adunque, e da altri ancora di maggior calibro, abbiamo per tradizione perenne infino al termine, che i vincitori dei barbareschi, nel tornare verso il porto colle prede ammarinate, davano avviso da lungi del felice avvenimento e della festosa venuta: gala di bandiere, e nove spari di cannone con tre rapidi colpi per tre lunghi intervalli. A quel segno i cittadini, messa da parte ogni altra cura, concorrevano al porto; i guardiani approntavano le cautele del lazzeretto, la guarnigione schieravasi sulla calata, le campane di santa Maria sonavano a gloria, e la fortezza, spiegati gli stendardi maggiori, salutava i vegnenti con tiri ventuno, la piazza salutava con sei. Le prime notizie ad alta voce davansi e riceveansi dal fortino del Bicchiere, presso la bocca di Levante; e di là partiva il primo scoppio di plauso ai reduci valorosi, e l'ultimo vale di congedo agli estinti benemeriti. I legni entravano nel porto traendosi dietro le prede colle bandiere rovesciate, e lo strascico in mare: pigliavano la posta al molo del lazzaretto; e sbarcavano spartitamente, tra le voci e i saluti del popolo, prima i Cristiani affrancati, e poi i Turchi prigionieri, perchè sotto custodia purgassero la contumacia. Ciò fatto squillavano le trombe di bordo, e salutavano santa Fermina protettrice dei naviganti: poi volgendosi rispondevano ai saluti della fortezza e della piazza colpo per colpo: e subito, senza pigliar pratica, uscivano dal porto per consumare al largo in crociera di guardia la quarantina: pronti ogni giorno a rinnovare le medesime feste e cautele, se la fortuna li avesse rimenati a novelli cimenti. Finalmente cessato ogni pericolo di contagio (per quei tempi anche la peste entrava tra i favori consueti dei Barbareschi), tutto l'armamento, soldati e marinari sotto le armi, scendevano in terra coi loro ufficiali alla testa, e appresso scalzi in lunga fila i Cristiani affrancati venivano a processione nella chiesa di santa Maria, dove rendevano le dovute grazie a Dio e ai Santi: e per memoria del beneficio lasciavano la bandiera maggiore dei legni nemici.
Ricordo io in Civitavecchia, e ogni altro meco del mio tempo può ricordare, come infino a venti anni fa sul cornicione della stessa chiesa duravano ancora ritti agli stipiti di ciascuna finestra i gruppi di queste bandiere: aste di quasi tre metri, e stamigne di color rosso vergate di bianco con più maniere di stelle, di scimitarre e di rosoni. Quei trofei delle nostre istorie tolti dal posto, e messi in pezzi al focolare sotto la caldaja, caddero in un giorno tutti in cenere; tanto che nè a me nè ad altri maggiori (quando il puzzo ne venne in Roma) non fu più dato di poterne ricuperare briciola; e ciò pel fatto stupido di chi ebbe mano negli ultimi ristauri di quel luogo. Al modo stesso pur quivi ne avevano manomessi parecchi anche prima, e continuamente se ne disertano altrove. Colpa di moderne fantasie, e di vecchie ignoranze. Valgano queste parole per avviso, anzi che per biasimo: e servano di compenso ai pubblici monumenti recentemente perduti. Parole scritte da chi ricorda la riverenza con che gli anziani li additavano, e l'ammirazione che i giovani ne sentivano: parole di chi ora, richiamando le prime e care impressioni dell'adolescenza, ripensa come dalle bandiere della Chiesa e dai racconti del Molo siansi forse derivati nella sua mente ancor tenera i primi semi di questi volumi.
XII.
[1 luglio 1534.]
XII. — Ma perchè voglio conchiudere, torno a Solimano, intorno al quale oramai scopertamente si raccoglie e cresce per ragion di stato la grande pirateria. Dopo i rovesci di Corone, caduto in disgrazia prima Omèr-Aly, e appresso Lufty-Bey, sottentra al governo dell'armata ottomana, come supremo ammiraglio, il terribile Barbarossa: e l'innalzamento di cotesto pubblico ladrone ad ufficio e dignità tanto principale nella monarchia mi conduce a considerare più largamente le condizioni di lui, dei suoi pari, e la nuova alleanza al culmine, per questi tempi, tra i pirati e la casa ottomana.
Solimano teneva l'animo alle conquiste; non pure a danno dei Cristiani, ma anche a scapito dei Musulmani. L'Africa settentrionale maggiormente solleticava i suoi appetiti, e non è a stupire che anche verso quelle parti distendesse i capi della sua rete. Vedeavi largamente diffusa per opera dei Turchi, sudditi suoi, la minuta e la grande pirateria; e arguiva il vantaggio che pe' suoi divisamenti avrebbe potuto cavarne. I pirati, datisi alle rapine contro il commercio di levante e di ponente dalle marine di Rodi e di Cipro, infino alle riviere d'Italia, di Francia e di Spagna, per necessità avevano dovuto cercar rifugio, ricetto e protezione nei porti vicini dell'Egitto e di Barberìa; ed i sovrani indipendenti delle antiche dinastie arabe e berbere non eransi ricusati di accogliere lietamente i venturieri per dimostrazione di fratellanza mussulmana, e per ingordigia di guadagni castrensi. Gli stolti chiamandosi in casa gente strania e ladra, e vedendola ogni giorno crescere di potenza, di clientela e di prestigio, non prevedevano doversi attendere a essere una volta o l'altra cacciati. L'occasione alla lunga non poteva fallire, nè potevano i pirati mancare di un punto all'occasione. Venne il destro a senno di Solimano: la strada aperta, i popoli volubili, i ladroni potenti. Egli prese tutti i pirati sotto la sua protezione, e con un sol tiro seppe rivolgere ogni cosa a suo pro; crescere tormento ai Cristiani, rimettere a nuovo la sua armata navale, cacciare i vecchi padroni di Barberìa, e sottoporre l'Africa al suo dominio. Sapeva bene il tristo, come pei fatti si comprovò, che non avrebbero potuto da sè soli i pirati occupare tanto paese, e molto meno mantenerselo lungamente contro i caduti, senza l'ajuto di Costantinopoli, e senza riconoscere, come egli voleva, l'alta sovranità del Sultano. Siamo or dunque al compiuto svolgimento di queste tresche per opera dei maggiori pirati, ed ora fa mestieri chiamarli a rassegna, secondo l'ordine e i meriti di ciascuno.