A quattro a quattro ci compariscono nei tre periodi della nostra storia i principali archimandriti della pirateria, traendosi appresso alla loro fortuna tutto il codazzo dei minori satelliti. I corifei della prima quadriglia, venutici innanzi, sono già passati fra le ombre. Camalì, principe di Santamaura, impiccato al suo posto[483]. Gaddalì, gran capitano di Tunisi, messo in catena alla Pianosa, e non più riscosso[484]. Curtògoli signore di Biserta, ammiraglio di Solimano, e principe di Rodi, caduto e decrepito nell'isola[485]. E il quarto, Carrà Maometto, viceammiraglio ottomano contro i Gerosolimitani, sbranato da una palla di cannone, durante l'assedio[486].
Sottentra la seconda quadriglia di maggior comparsa: e ci stanno ora innanzi, tutti allievi della prima scuola in aria di superare i maestri, il Moro, il Giudèo, Cacciadiavoli e Barbarossa. Verranno appresso quei della terza: e nomineremo a suo tempo Moràt, Dragùt, Scirocco e Lucciali. Ora diciamo dei presenti.
Il Moro, vero africano di schiatta, di colore e di pelo, faceva da padrone in Alessandria. Di là con molti legni egiziani infestava l'Arcipelago, quando non era ai soldi di Solimano; nell'armata del quale lo abbiamo già veduto presso Corone. Costui ebbe il tracollo nell'anno presente sulle coste di Candia; dove scontratosi con una squadretta di galèe veneziane, che navigavano in Soria sotto la fede de' trattati, volle provarsi a rubarle, facendo le viste di non credere alla bandiera di san Marco. Era o no pirata? Se non che Girolamo da Canale, comandante della squadretta, avvedutosi del furbo, prese anche esso a fingere di non riconoscere gli stendardi del Moro: e di buon senno gli corrispose con tal furia di cannonate, e l'ebbe talmente concio, che mandatigli a fondo quattro bastimenti, ferì lui stesso, e l'afflisse d'irreparabil danno, così che d'indi in poi non se ne dice più nulla. Solimano imperatore non si ardì fare richiamo di ciò, saputo avendo che il Moro era stato il primo a provocare: anzi mostrò di contentarsi delle scuse mandategli subito dal Senato veneziano; e laudò il Canale per valoroso ed accorto capitano. Pensate se a difesa di sfregiato ribaldo voleva accattar briga coi Veneziani, quando gli cresceva grossa sulle braccia la guerra per terra e per mare con Carlo imperatore[487].
Il Giudèo, come indica il nome, isdraelita rinnegato di Smirne, a furia di ruberie aveva acquistato grandi ricchezze, e insieme il dominio delle Gerbe. Da quell'isola navigava con trentaquattro bastimenti da remo a ruina della Sicilia, di Napoli e della Spiaggia romana. Egli era cieco d'un occhio: gli Arabi lo chiamavano Sinàm, i Turchi Ciefùt, e noi col nome comune di Giudèo l'abbiamo più volte ricordato, specialmente quando gli togliemmo due bastimenti a Gianutri; e ne diremo più cose appresso infino al caso rarissimo che gli portò la morte, mostrandolo quale egli era valoroso al pari di ogni altro pirata; e men di ogni altro pazzo e crudele[488].
Aidino (etiope, come scrive il Bosio; o smirnèo, secondo l'opinione del Varchi; o caramano a detto comune), per essere arrisicato e furioso pirata, non altrimenti nominavasi tra i nostri e tra i suoi conoscenti, che col terribile titolo di Cacciadiavoli. Costui divenuto famosissimo nel ventinove, dopo l'uccisione del general Portondo, la strage degli Spagnoli, e la presa di tutta la squadra che aveva lasciato a Genova l'Imperatore, non aveva più chi ardisse misurarsi con lui. Di nome e di fatto spaventoso a tutte le madri e a tutte le spose dei marinari della Cristianità, sarebbe salito ad altissimo segno tra i novelli signori dell'Africa, se per un caso di arsura dopo la guerra di Tunisi non fosse caduto, come tra poco vedremo[489].
I fatti di Barbarossa si legano più strettamente alla nostra istoria, però voglionsi con maggior larghezza trattare. Un greco rinnegato dell'isola di Metellino, chiamato Giacopo, e dai Turchi (tra i quali era assoldato come spahì) detto Jacùb, lasciò morendo due figliuoli, all'uno dei quali aveva posto nome Urudge, e all'altro Chaireddin, sopracchiamati dai nostri storici Oruccio e Ariadeno, e quest'ultimo pel colore del pelame più comunemente Barbarossa[490]. I due fratelli (degli altri qui non cale) poverissimi essendo, si gittarono insieme a vivere di rapina corseggiando con una piccola fusta, armata a spese altrui; ed avendo seguito la squadra di Camali-raìs, guadagnarono tanto con lui, che vennero pian piano ad infrancarsi la fusta, poi ad armarne due, e via via salendo giunsero a tante ricchezze e a sì gran pratica del mestiero, che senza contrasto furono riconosciuti primi campioni della grande pirateria nel Mediterraneo[491]. Vero è che non sempre la fortuna andava a versi di costoro; e non di rado toccavano le busse, come ho detto particolarmente di Barbarossa; quando gli togliemmo in un giorno quindici bastimenti[492]: ma si rifacevano presto, e tornavano più arrabbiati e più destri di prima. Il tristo mestiere aveva profonde radici: la gioventù concorreva numerosa a cercar ventura, la plebe inciurmavasi per fanatismo, i grandi favorivano per ostentazione, e i principi agognavano servirsene per ragione di stato. Scoppiata in Algeri la guerra di successione tra Mesud e Abdallah della famiglia dei Beni-Hafss, avvenne che l'uno dei pretendenti chiamò Oruccio in ajuto, per opera del quale cacciò l'altro, e si fece padrone del regno[493]. Ma non corse gran tempo, come spesso tra simil gente suole avvenire, ed Oruccio ammazzò il cliente e prese per sè il regno di Algeri, assicurandone il possesso coll'investitura dell'imperator Solimano. Così Barbarossa primamente divenne fratello del Re; e, dopo che questi fu morto combattendo sotto le mura di Orano, divenne Re esso stesso, più ardito e più crudele del primo. Di pelame rossiccio, di barba folta, di mediocre statura, di forza erculea, era specialmente sguardevole per un gran labbro spenzolato all'ingiù, che lo faceva alquanto bleso nel favellare, e davagli l'aria di vero pirata. Superbo, vendicativo, spietato, traditore; sapeva nondimeno pigliare le maniere graziose ed affabili, massime nel sorridere col volto composto a dolcezza. Parlava molte lingue, a preferenza la spagnola. Coraggioso, circospetto, amico dei suoi subalterni. Aveva intorno a sè raccolte tutte le schiume: Assan-agà, rinnegato sardo, per suo luogotenente; Haidino delle Smirne, soprannomato Cacciadiavoli, per caposquadra; il Giudèo per capo di stato maggiore; Tabàch, Salech, e Mamì-raìs per ajutanti. Tra i figli di costoro e degli altri marinari sceglieva a preferenza gli ufficiali novelli, dicendo che i lioncini diventano leoni. Studiava continuo intorno alla costruzione navale: da pesante e tarda rendevala leggiera e veloce, e ripeteva alle maestranze che per raggiugnere i cervi più valgono i levrieri che i mastini: questi buoni a guardare la casa, quelli a scorrere per la campagna ed a ghermire la preda. In vece delle grosse artiglierie rinforzate di metallo, che tormentavano i bastimenti proprî quasi più degli altrui, faceva imbarcare colubrine di minor peso e di maggior passata; spiegando ai bombardieri il pensier suo coll'esempio del braccio che, per cogliere e attrappare chi fugge, giova averlo più tosto lungo che grosso. Tale era il re dei pirati, che, avendo fatto scellerate cose contro i Cristiani per le marine dell'Arcipelago, di Sicilia, di Napoli, di Genova e di Spagna, in quest'anno mille cinquecento trentaquattro pigliava il comando supremo della navale armata dell'imperio ottomano. Gli è questo o no il trionfo della pirateria? Abbiamo o no la guerra coi pirati? Udite i fatti di costui nell'anno presente.
XIII.
[20 agosto 1534.]
XIII. — Il possesso dell'ammiragliato ha a essere famoso per inganni e ruine a doppio contro Cristiani e contro Musulmani, presi insieme all'istesso tranello con un tiro il più solenne di quanti mai ne possano balenare alla mente d'un ribaldo. Eccone il filo. Era il regno di Tunisi altresì lacerato dalla rivalità di due fratelli, Rossetto e Muleasse, dell'antica dinastia berbera degli Hafsiti già ricordati, e indipendenti dai Turchi[494]. Il maggiore dei pretendenti, discacciato dall'altro, avendo fatto ricorso a Barbarossa, quale stupido pecorone al lupo rapace, dettegli l'occasione sommamente desiderata di divorarli ambedue, e di menare a un tempo il randello in Italia. Barbarossa fece grossa armata più che ottanta vele; e perchè Muleasse non avesse a pigliar sospetto, nè a mettersi sulle difese, sparse voce di voler tentare imprese nel regno di Napoli per vendicare gli oltraggi ricevuti poc'anzi a Corone. E non volendo che niuno avesse a tacciarlo di bugiardo, nè Maleasse mai a dubitare delle sue parole; anzi perchè si rendesse ciascuno più sicuro dei fatti suoi, venne realmente a Messina con tutta l'armata, passò lo stretto, e tirando su marina marina, come turbine menato da procelloso vento, disperse, disfece, incenerì bastimenti, castella, città. In Calabria saccheggiò Sanlucido, e ne trasse tutto il popolo in schiavitù. Scórse di là al Cetraro, ove trovò la terra abbandonata, e vi fece appiccare il fuoco, bruciandovi insieme alcuni corpi di galere, tra i quali erano tre già finiti per conto di papa Clemente. Per tale incidente veniamo a sapere quanti modi teneansi a crescere la forza materiale della nostra marineria, e come da ogni parte i pirati eranle infesti[495].
Barbarossa venne avanti, sbarcò in Procida, pose lo spavento in Napoli, bruciò bastimenti nel golfo, prese prigioni e roba da ogni parte: bombardò Gaeta, distrusse Sperlonga, e per tradimento ebbe Fondi, fuggendone a stento la celebre Giulia Gonzaga, vedova di Vespasiano Colonna, duca di Trajetto, e riputata la più bella donna d'Italia[496]. Dicono che Barbarossa sarebbe riuscito nell'intento di presentare beltà tanto rara in dono a Solimano, se la giovane Contessa non fosse stata tra i primi a riscuotersi dal sonno, ed a fuggire seminuda dalle branche del ladrone. Il quale nondimeno vendicossi saccheggiando la terra, battendo e bruciando Terracina. Finalmente comparve alli venti d'agosto sulle marine di Roma presso alla foce del Tevere; con tale sbigottimento dei popoli, che gli scrittori contemporanei comunemente asseriscono, che Barbarossa avrebbe preso di certo Roma e Napoli, se ne avesse fatto la prova[497].