XIV.

[Settembre 1534.]

XIV. — Ma colui non intendeva a questo: anzi fermo nel doppio disegno, riuscitagli a talento la prima parte, non voleva indugiarsi a compiere la seconda. Quindi all'improvviso, rinfrescata nel Tevere la provvisione dell'acqua, e fatta la legna nei boschi vicini, pigliava la volta; e pel rombo di Ostrolibeccio tra la Sicilia e la Sardegna gittavasi a golfo lanciato sopra Tunisi. Muleasse era in festa nella reggia, non attendeva visite, non sospettava di Barbarossa: anzi da buon musulmano, lodava ai suoi tunisini i meriti di lui in così belle fazioni, la cui fama ad arte si era fatta correre in Africa, e per tutto altrove. Pensate se non lo chiamò esso pure pirata e traditore, quando una bella mattina se lo vide accigliato venirgli improvvisamente davanti, entrare nella reggia, e cacciarlo di casa!

Fattosi adunque Barbarossa, per le ladre invasioni sul nostro e sull'altrui, sommamente odioso a tutti i popoli, non altro era a udire in Europa che il grido della pubblica indignazione contro di lui: tutti richiedevano dai Principi, dall'Imperatore e dal Papa che si dovesse subito subito fiaccargli l'orgoglio.

[23 settembre 1534.]

Era allora nell'ultima infermità papa Clemente: nondimeno i ministri ordinarono la leva in massa dentro Roma, il rinforzo delle guardie pel littorale, l'armamento della fortezza di Civitavecchia, l'apparecchio della squadra navale, e la compra di altre sette galèe commisero al capitano Paolo Giustiniani luogotenente del Salviati. Ma essendo poco dopo, addì venticinque di settembre, mancato di vita l'istesso Pontefice, restarono le maggiori provvisioni riservate al successore, come vedremo nell'altro libro[498].

[Ottobre 1534.]

Il Salviati intanto, afflitto e pensieroso per la morte dello zio, rassegnava al nuovo Pontefice i ricchi e nobili ufficî che aveva dal precessore ricevuti, e tra essi la castellanìa di Civitavecchia e il generalato delle galèe, perchè ne disponesse a suo piacimento. Accettata la dimissione, restavasi in Roma col titolo di ambasciatore ordinario e di procurator generale del suo Ordine gerosolimitano presso la santa Sede. Dopo qualche tempo, legato come era dai voti solenni della professione religiosa, e adulto negli anni, lasciò la spada, prese gli ordini sacri, e si ridusse in Parigi presso la cugina, dalla quale fu nominato elemosiniero di Francia, e vescovo di Chiaramonte. Finalmente ebbe il cardinalato da Pio IV, e morì in Roma addì sei di maggio del 1568. Le sue benemerenze si ricordano ancora dai Romani per quel suntoso palazzo che tuttavia mantiene il nome dei principi Salviati suoi successori ed eredi, sulla riva destra del Tevere di fronte al porto Leonino, architettato da Nanni di Baccio Bigio[499]. Palazzo da Bernardo Salviati con grandissimo dispendio fabbricato in Roma a imitazione di Andrea Doria in Genova, per onorarvi, se il caso ne venisse, con splendida accoglienza il Re e i Reali di Francia, come l'altro vi menava in trionfo l'Imperatore e gl'Infanti di Spagna.

LIBRO SESTO.
Capitano Gentil Virginio Orsini,