Venuta l'armata nell'interno del golfo, e sbarcate senza contrasto le genti e l'artiglieria, mentre i soldati intendevano ai lavori d'assedio, i marinari molestavano la piazza dalla parte del mare, volendo dividere l'attenzione e le forze del presidio. Ma per essere troppo angusto quel luogo, e ingombro di scogli veglianti alla riva, nè convenendosi tenere poche galèe ferme là sotto all'insulto del cannone turchesco, disposero i capitani nostri di mandarle a quattro a quattro: così che, la prima quadriglia, dopo battuto il castello con tutta l'artiglieria, dovesse dar volta, e aprire il passo alla quadriglia seguente per fare altrettanto; e in questo modo di mano in mano mantener vivo il fuoco, e continuo il movimento[103]. Manovra (se vi ricorda) di felicissimi effetti a Corone e alla Goletta: manovra che qui in Castelnovo, subito cominciata, ci darà finita la fazione.

La mattina del ventisette d'ottobre le galèe assegnate al tornèo, messe a scaglioni secondo le distanze, aspettano impazientemente il segno per correre all'arringo. Squilla la tromba, e voga innanzi a tutti la squadretta veneta, e appresso la romana. Giunta la prima a brevissima distanza, sprizzano venti lampi e volano altrettante palle di ferro, tra nugoli di fumo e tuoni risonanti tra le montagne ed il mare. Ma in quella che il primo stuolo provasi a sciare ed a volgere, ecco sopravvenire abbrivata il secondo con tanta prestezza, che, non potendo gli uni comodamente retrocedere, nè volendo lasciarsi investire dagli altri, continuansi ambedue a correre avanti. Arrancano i Veneti, ed appresso i Romani, tanto che insieme a gara percotono degli speroni nelle muraglie del Castello. Eccoti in un punto unite otto galere al piede d'un solo baluardo. I marinari ne pigliano buon augurio e senza altrimenti consultare, saltano in terra, l'uno all'altro prestando ajuto e sostegno di pertiche, di funi, di ramponi e di scale. Beato colui che prima degli altri può mettersi alla prova! In somma di soprassalto con prestissima battaglia di mano, in mezzo a infinite archibugiate di nemici e di amici, tramezzate da qualche colpo di cannone, la piazza non così tosto è tentata che presa[104]. Il giorno seguente, secondo il corso della stessa fortuna, si rende a patti la rôcca del monte. Splendido fatto d'arme compiuto dai soli marinari, quasi a conferma di quanto in alcun luogo ho detto intorno all'eccellenza di questa sopra tutte le altre milizie. Grande là sotto la mortalità dei nostri per la vicinanza e l'ostinazione del conflitto voluto vincere ad ogni costo; morto il terzo dei capitani di Roma, Cesare Giosia da Fermo[105]: essendo gli altri due capitani, il Londano ed il Raimondi, caduti onoratamente alla Prèvesa.

XVII.

[28 ottobre 1538.]

XVII. — Doveva la piazza di Castelnovo, secondo i capitoli della lega, restare nel dominio dei Veneziani; e il general Cappello, lieto di poter dare alla patria sua qualche compenso delle fatiche e del dispendio, col trattato alla mano ne faceva al principe Doria formale richiesta[106]. Al contrario l'egregio e fidato ministro di Carlo V, che non falliva mai al debito suo verso il padrone, ne pigliava possesso al nome di Spagna, metteva alla porta le milizie di san Marco, e se ne tornava contentissimo in Sicilia, lasciando al governo delle armi nella piazza il mastro di campo don Francisco Sarmiento con quattromila fanti Spagnoli, di quei famosi veterani che in gran parte si erano trovati al sacco di Roma, e tutti recentemente avevano fatto ribellione e crudeltà inaudite in Milano[107]. Notate il passaggio: dai venticinque ai quattromila, e dai bastimenti di guerra alle piazze d'armi. Non negavano mica la ragione dei Veneziani: tutto al contrario! Ma stessero quieti, e la piazza sarebbe consegnata loro in futuro[108]. Lo scherno per arrota al tradimento.

[Novembre-dicembre 1538.]

Partitosi il Doria, anche il patriarca Grimani prese congedo dal general Cappello con dimostrazione di benevolenza tanto grande, quanto era stata la soddisfazione mutua dal principio alla fine, e perenne la concordia tra loro, senza pur un'ombra di offensione. Il Patriarca disarmò in Ancona le galèe prese a prestanza; e venne per la via di terra in Roma, dove le sue parole, più che da altri, ebbero la conferma dal conte dell'Anguillara. Il quale, tenutosi sempre da parte nelle querele levantine e con grande riserva, rimenate avendo le galèe a Civitavecchia, sosteneva al Vaticano i diritti conculcati della sacra alleanza: biasimatore acerrimo dei falli commessi durante la campagna. E' vedeva da una parte crescere la superchieria turchesca e l'oltracotanza piratica, e dall'altra vedeva la rovina dei popoli e della religione. Perduta ogni speranza di buoni effetti colle armi congiunte della cristianità.

[Aprile 1539.]

Quale sorta di amicizia fosse cotesta dei ministri spagnuoli inverso gli alleati, giudichi chiunque ne ha patito di simile, non chi ne ha goduto. Basti che il lettore si renda sicuro per l'evidenza del fatto di Castelnovo essere stati violati i capitoli, e rotta la lega, tradito il cristianesimo dai ministri cesarei.

Ondechè i Veneziani, senza mai disarmare durante l'invernata, aspettarono il mese di marzo dell'anno seguente: e poi che ebber veduto chiaro e disteso sempre l'istesso inganno dalla parte medesima, e i Cesariani al solito menare in lungo le provvisioni dell'armamento, pensarono di provvedere ai casi loro, e volsero l'animo a quella pace che aver potevano meno dannosa e meno vergognosa della guerra. Prima per intramessa di Luigi Gritti fecero tregua di tre mesi colla Porta: poi la prolungarono ad ogni scadenza[109]. Durissime le condizioni, tenaci i rifiuti, due anni di prove, e finalmente un trattato gravoso a' venti di ottobre 1540.