Intanto i falsi amici correvano a processione in Venezia, sconsigliavano la pace, parlavano di onore, di giustizia e di cristianità; e spargevano tra i popoli le notizie dei loro consigli e delle loro premure. Francesco di Francia (l'alleato dei Turchi) voleva comparire zelante anche esso agli occhi della gente semplice! Più di tutti zelante Carlo d'Austria mandava a Venezia il marchese del Vasto a scusarsi e scolparsi, promettendo di voler mettere pei Veneziani la vita e gli stati suoi, eserciti e armate, e soccorsi inauditi: tutto pel tempo a venire[110]. Erano parole troppo diverse dai fatti. Qui cade in concio un proverbio che mi ricorda aver letto la prima volta in una grammatica per imparare la lingua spagnuola[111], e potrebbesi volgere così: Buone parole e tristi fatti gabban tutti, e savî e matti. Nel vero costoro intendevano giuntare senza lor carico, con sottile artificio, in ogni parte i Romani, i Veneti, i Maltesi, il Cristianesimo e tutti, contrapponendo alle promesse lusinghiere le opere sleali. Mi si conceda raccoglierne la somma, e mostrare in conclusione l'antitesi con che sostituivano alle parole di soccorso il fatto dell'abbandono, alla prontezza di marzo le lungaggini di settembre, all'unione in Levante le gazzarre in Provenza, alle galèe ottantadue il numero quarantuno, alla bravura dei Veneziani la soperchieria dei venticinque, all'abbattimento dei Turchi la consunzione dei Cristiani, alla guerra viva le misere scaramucce, alle grandi battaglie la fuga vergognosa, alla consegna di Castelnovo l'occupazione violenta di quattromila Spagnoli, alle conquiste in Levante le minacce in Terraferma, all'amicizia la servitù. Sia pur che il numero infinito degli stolti si lasci pigliare dall'apparenza delle belle parole; non per questo dovranno i savî tenergli bordone, anzi maggiormente intendere alla sostanza della verità, schifare gl'inganni e conoscere gli uomini (secondo i dettami della sapienza) dalle opere loro. Io ho messo qui insieme i detti ed i fatti, perchè ormai ciascuno pigli da sè il posto che gli compete; e da sè giudichi le vicende del mondo, senza accezione di persone, sian grandi e piccoli d'ogni paese: cosa non potuta sempre fare libera e apertamente dai trapassati, quando i mancatori erano possenti e temuti; nè sempre voluta fare dai moderni per vani puntigli di onor nazionale inteso a rovescio, o per riverenza in tutto a chi non fu lodevole in tutto. Prima gli eterni principî della morale colla loro verità e giustizia, e poi il resto delle persone coi loro difetti e colle loro malizie[112].

[Giugno 1539.]

Ora, per finire questa materia, devo ricordare gli ultimi due atti della guerra nel trentanove, prima che fosse conchiusa la pace tra i Veneti e Solimano. Torniamo a Castelnovo, dove sulla fine di giugno si presenta Barbarossa con tutte le forze dell'imperio turchesco, per ricuperare al suo signore la piazza perduta. I quattromila fecero egregia e valorosissima difesa: ma voluti tenere contro legge e contro natura in Levante, dove il padrone da lontano non li poteva soccorrere, alla fine caddero il dì sette d'agosto nelle mani dei Turchi: i quali senza pietà gli tagliarono quasi tutti a pezzi, e i pochi superstiti posero al remo nelle galere, come testimonî della final conclusione della strana alleanza[113].

Poscia l'istesso Barbarossa col medesimo esercito e colla medesima armata, vie più animoso per la recente vittoria, andò quivi presso a volersi pigliare la città di Cattaro tenuta dai Veneziani, e vi pose assedio pari e più duro che non a Castelnovo. Ma era riserbato al governatore di quella piazza Matteo Bembo, ed a quei spregiati marinari coi loro soldati, romagnoli, marchiani e dalmatini, senza bisogno degli altri venticinque, il dare a Barbarossa tale percossa, che il barbaro lacero e sanguinoso dovette esser contento di andarsene lungi dalla città e dal golfo, senza ardirsi mai più di ritentare quella prova[114]. Perduto adunque Castelnovo dagli Spagnoli, e salvato Cattaro dai Veneziani, finisce l'epopèa della prima grande alleanza nel secolo sestodecimo contro i Turchi. Per la seconda ci rivedremo agli scogli di Lepanto. Ma per la terza del secolo seguente sarà meglio comprovato come a pubblico beneficio della società e della religione tra Roma, Vienna, Venezia e Varsavia allora soltanto poteva durare intemerata la lega per sedici anni fino al trattato di Carlowitz, quando non entravano di mezzo i mestatori dell'Escuriale.

XVIII.

[1540.]

XVIII. — Rimettiamoci attorno ai nostri porti e alla difesa delle spiagge, dove ci si ripresenta, come prima, alla testa delle sette galèe il conte Gentil Virginio Orsini con ordini pressantissimi di Paolo III contro le infestazioni del pirata Dragut. Costui, degno allievo prediletto di Barbarossa, ci è venuto due volte innanzi nel nostro cammino, prima fra la Prèvesa e Santamaura, comandante la vanguardia dell'Aquilone, e poscia rapitore della galèa del Bibbiena. Ora, scioltosi di ogni legame dell'armata ottomana, mena guerra piratica per conto proprio con venticinque o trenta bastimenti da remo, a rovina dei commerci e delle riviere di Spagna e d'Italia. Conseguenza dell'orgoglio cresciuto ai Turchi per gli inutili sforzi della lega dei Cristiani. La navigazione per tutto l'anno trentanove era stata interrotta nel Mediterraneo, con tanta crudeltà e arsioni di terre, e prede di navigli, e schiavitù di gente, che le doglianze dei popoli mossero l'Imperatore a ordinare lo schianto di costui. Indi lettere al Papa e al Grammaestro per ottenere il rinforzo delle galèe di Roma e di Malta; e commissione al principe Doria di non attendere ad altro se non a perseguitare Dragut, e ad estirpare gli altri pirati dal Mediterraneo.

[Aprile 1540.]

Per questo Andrea, non più aggirato nè aggiratore tra la diversità delle parole e dei fatti, non più tra capitoli espressi ed ordini secreti, ricomparisce quel valentuomo ch'egli era; e piglia l'assunto da senno, e in guisa da condurlo a buon termine[115]. Pronto fin dal mese di aprile in Messina, aggiugneva alle galèe sue quelle di Napoli e di Sicilia e di Spagna, e le quattro di Malta e le sette di Roma, ottantuna in tutto; e ne faceva cinque squadre per diversi paraggi, da stringere in mezzo Dragut, secondo l'esempio di Pompèo nella guerra famosa contro i pirati della Cilicia[116]. Erasmo Doria con dieci galèe alla guardia delle Baleari; Giannettin Doria e il conte dell'Anguillara in Corsica e Sardegna con ventuna galea[117], don Federigo di Toledo con undici innanzi alle isole del golfo napolitano, il conte di Requesens con diciassette e i Maltesi a ponente della Sicilia, e il principe colle ventidue consuete per la costa di Barberia. Tutti gli squadroni fecero degna prova, ed ebbero segnalati vantaggi: ma l'onor supremo e il maggior guadagno della gran caccia toccò alla squadra di Giannettino e del Conte, ciascuno colla sua bandiera e le sue galere, che erano quattordici genovesi col primo, e sette romane col secondo[118].

[2 giugno 1540.]