Visitarono insieme le coste di Sardegna, e finalmente ebbero avviso che Dragut, dopo aver dato il guasto alle riviere della Corsica, era stato veduto con undici vele trapassare le bocche di Bonifacio, e dirigersi alla Capraja, isoletta dei Genovesi, allora quasi disabitata[119]. Lo seguirono in quella parte, e udirono le cannonate che egli tirava contra la torre di tramontana. Per questo stando più vigilanti, con buone guardie, e pigliando lingua da quei che fuggivano con piccoli legnetti, e dai pescatori, vennero a sapere che i pirati eransi levati di là, e rivolti alle alture di capo Corso; e finalmente alla deserta cala della Girolata, che è sulle coste occidentali dell'isola presso alla Cinarca e quasi nel mezzo, dove facevano baccano, gavazzando e dividendo a ciascuno la parte che gli veniva di preda e di schiavi. Costume perpetuo dei barbareschi il mettersi subito alla partizione delle prede, tanto per quietare gli ingordi appetiti, quanto perchè meglio ciascuno pigliasse nel viaggio la particolar cura delle cose sue. Costume eziandio perpetuo lo scegliere per tale bisogna gli ascosi recessi di qualche isola deserta, dove non avessero a temere nè concorso di bastimenti da guerra, nè stormo improvviso di abitatori.
Lietissimi i nostri girarono l'isola, e addì due di giugno 1540 di buon mattino posero gli agguati a ponente per assicurarsi il beneficio dei venti consueti nella stagione dal secondo e dal terzo quadrante. Oltracciò Giannettino mandò innanzi verso la cala il solo Giorgio Doria con sei galere ed una fregatina, perchè fattosi scoprire allettasse il nemico alla caccia, e lo traesse dove le altre quindici galèe stavano soppiatto ad aspettarlo. Veduti i pochi di Giorgio, il Pirata temerario chiamò all'armi; e lasciando due soli bastimenti alla guardia del bottino, si spinse contro di lui, che a maraviglia infingevasi di fuggire, tirandosi appresso i pirati verso l'agguato. Corsero qualche tempo i legni barbareschi, in numero di nove, contro i sei di Giorgio, infino a che questi con un tiro diè il segno, e comparvero agli occhi stupefatti di Dragut le altre quindici galèe di Giannettino e del Conte, che venivangli risolutamente incontro col vantaggio del vento. Virò costui subito subito di bordo, e prese a fuggire: ma i nostri avendolo sottovento, e forzando di vela, non potevano mancare di investirlo per poppa. E già il Pirata, sentendosi alle calcagna più e più da presso i cacciatori, si teneva perduto, quando disperatamente pensò volgere la faccia, e provare se colle armi potesse meglio provvedere allo scampo. Eccolo dunque dare alla banda, venire al vento, mainare le vele, e mettersi a remo: eccolo a suon di trombe approntarsi ferocemente al conflitto. Ma non gli fu dato nè anche il tempo di cominciare: conciossiachè a pena voltato, Giannettino col cannon di corsia gli assettò tale un colpo, che incontratosi di imbroccare nella ruota di prua, gliela strappò quasi dal calcagnolo, sfondandogli la galera. In quel punto di confusione, ed egli che scendeva nello schifo, e gli altri legni che perdevano la speranza, circondati nell'impeto dell'abbrivo, restarono tutti uncinati e presi, da due infuori che prima degli altri avean preso la fuga.
Intanto che Giannettino incatenava Dragut e rimetteva i sei legni predati, il conte dell'Anguillara seguiva innanzi verso la cala, dove si vedevano le due galere dei barbareschi di guardia al bottino; e pigliavasele ambedue senza colpo ferire, essendosi Mamì capitano di quella guardia gittato in terra con tutti i suoi, abbandonata ogni cosa alla riva, colla speranza di salvarsi nei boschi vicini[120]. Ma poco gli valse la fuga; perchè inseguito dai vincitori, e cacciato dalla fame nel termine di due settimane con tutta la sua brigata venne in potere dei vincitori. Splendido successo senza niuna perdita dei nostri: mila ducento Cristiani liberati dalla schiavitù, altrettanti Turchi fatti prigioni, cattivato il terribile Dragut, in catena l'ajutante Mamì, presi nove bastimenti nemici. Tra quelli due lasciati alla cala l'Orsino riconobbe e ricuperò intatta la galèa del Bibbiena, che avevamo perduta due anni prima nello scontro del ventisette settembre alla Prèvesa, come si è detto[121].
Non trovo che il conte dell'Anguillara abbia toccato parte dei guadagni; nè punto me ne dolgo o maraviglio, tale essendo la condizione perpetua della marineria romana, combattere per debito, non per mestiero, per onore, non per guadagno. Soltanto mi meraviglio e dolgomi che niuno degli scrittori ligi ad Andrea l'abbia voluto nominare a questo proposito[122]. Il silenzio di costoro, contro la testimonianza di tutti gli altri, prova soltanto quella parzialità, che mi auguro abbia a essere emendata da qualcuno de' dotti e virtuosi scrittori genovesi, i quali per loro gentilezza fan conto delle cose mie, e non lasciano cadere a vuoto i miei desiderî. Dunque il conte Gentile se ne tornò con molto onore a Civitavecchia, e fece feste in Roma, come se ne facevano in ogni parte dai popoli cristiani con fuochi, spari e dimostrazioni di pubblica esultanza per vedersi liberati da potente e capitale nemico.
XIX.
[22 giugno 1540.]
XIX. — Dall'altra parte Giannettino ai ventidue di giugno entrava trionfalmente nel porto di Genova con una schiera di legni acquistati, una lunga infunata di prigionieri, e Dragut alla catena[123]. Il quale, come trasognato, non credeva a sè stesso di avere in un tempo solo perduta la roba, la libertà e la riputazione. Caduto in tanta bassezza, consumavasi di rabbia, nè ammetteva consolazione che dare gli volessero gli altri compagni: anzi dolendosi con loro non potè tanto tenersi che non gli uscissero parole ingiuriose contro Giannettino, dicendo sua pena principale essere la viltà d'un imberbe ed ignoto vincitore. Le quali parole riferite, come succede, a Giannettino, che non si teneva nè per fanciullo nè per oscuro, il fecero montar sulle furie, tanto che gli pose il piè sul mustaccio, e ordinò al comito di legarlo al remo, e di farlo vogare alla pari con tutti gli altri galeotti. Più mansueto trattò con lui il cavalier Giovanni Parisotto della Valletta, che doveva poi divenire celebre grammaestro di Malta. Il quale, chiamandolo per nome, secco secco alla soldatesca gli disse: Capitan Dragut, usanza di guerra. E l'altro, riconosciutolo subito per professo di Malta, sul medesimo tono: Signor cavaliere, mutazion di fortuna.
E così successe, come ebbe detto il pirata. Perciocchè l'anno seguente il cavalier della Valletta cadde prigione del Zoppo di Candia alle seccagne di Barberia: e colà egli schiavo si incontrò un'altra volta con Dragut rimesso in libertà e in grandezza, e divenuto principe più di prima. Di che dobbiamo esser tenuti alla generosità di Andrea Doria, e della Principessa sua moglie, e dell'imperator Carlo V; i quali tutti insieme accordarono il riscatto del ribaldo per tremila cinquecento ducati[124]. E costui divenuto più niquitoso per le ingiurie, più cauto pei disastri, e più sitibondo di sangue e di vendetta, tornò peggio che peggio a spremer lacrime da chiunque aveva riso nel vederlo prigioniero. Crebbe per molti anni in ribalderia, si fece beffe del vecchio Andrea, gli dette i brividi sul letto di morte, sconfisse Giannandrea alla prima comparsa sul mare, e impresse il suo nome come simbolo di rovina per tutti i lidi del Mediterraneo infino alla punta di Malta, che tuttavia lo ricorda. Ne avremo lungamente a parlare.
Tutti i contemporanei, senza eccezione, biasimarono di tal fatto Andrea. Tra i moderni non pochi si ostinano a rinfacciargli l'avarizia, come se tremila ducati di più o di meno disformassero il cassetto d'un principe suo pari. Altri vorrebbe spiegare la cosa pel desiderio di volgere coll'esempio generoso i Turchi agli usi e costumanze di buona guerra: follìa, che non poteva capire nella testa di Andrea, conoscitore solennissimo delle differenze che passano tra milizia e pirateria. Io penso tra me che egli abbia voluto provvedere al contraccambio in caso simile, al quale i giovanetti suoi nipoti ed esso stesso erano continuamente esposti: e penso questo argomento più di ogni altro e con tutte le possibili conseguenze essere stato destramente maneggiato dall'istesso Dragut, e fatto sentire alla Principessa, massime nell'udienza con tanto studio richiesta ed ottenuta da lui in Genova per averla favorevole, come l'ebbe, alla sua liberazione.