[28 ottobre 1541.]

Fattosi giorno, chi si trova accampato tra i pantani, stretto di vittuaglia, e privo di ogni comunicazione coll'armata, alla incerta apprensione della oscura notte vede succedere la trista realtà di spaventoso sguardo. Lunghi cordoni di onde accavallate biancheggiano intorno al lido, valli e colline alla rinfusa sul mare; orizzonte ristretto dalle nubi, e la volta del cielo simile alla tinta livida dell'acqua. In piccolo spazio settecento navigli di ogni grandezza, tutti umili e dimessi: tutte le alberature ridotte a metà, tutti i fianchi paralleli, tutte le poppe opposte al vento, tutte le teste legate agli ormeggi: gusci oscuri, circondati da liste bianche di spuma, mosse e mutate in ogni senso. Ma al tempo stesso quei legni, chi più chi meno, dall'una o dall'altra banda a perpetuo contrasto si scuotono: talvolta li vedi sbandati fin quasi a trabocco; e improvvisamente sollevati di poppa fino a mostrarti la chiglia; e poi, arrizzati davanti, tutta presentarti la coverta, inondata d'acqua e di spume correnti giù dagli ombrinali. Fissa oltracciò lo sguardo, e vedi continuato contrasto di ciascun legno cogli ormeggi suoi, secondo le diverse forze spinte, e chiamate dell'onde, del vento e delle gomene. Eccoli barcolloni più volte alle bande; e poi bruscamente dare indietro, traendo fuori d'acqua tutta tesata la lunghezza dei canapi: eccoli all'improvviso farsi avanti verso il ferro, mollando i calumi; e poi barcollando e rifuggendo tesarli un'altra volta: sempre con durissime tentennate. Chi ha pratica, ed ha visto di simile, egli soltanto può distinguere il discorso tecnico dal romantico.

Dopo quindici ore di rabbiosa procella col vento sferratore di Tramontana, tra le continue strappate delle gomene, e il consentimento sforzato dei legni, cominciano le falle, e il gettito, e le grosse avarie. Sartie e manovre a pezzi, cime fileggianti in bando tutte da una parte a seconda del vento; alberi scavezzi a precipizio, palischermi infranti, murate e fianchi sdruciti, rottami sparti e trabalzati sulle onde. Chi si trova debole di corbame, o fiacco d'ormeggio, entra in distretta: a questo il canapo stremato si strappa; a quello le bitte e le coste gli vanno appresso. L'uno piomba nel fondo con tutta la gente; l'altro, miserabile spettacolo, irreparabilmente sferra, ed è gittato dai flutti a perdizione sulla costa. Lo sferrare in bocca dei marinari è maledizione assolutamente intransitiva, alla quale attivamente non si opera come nel salpare, ma si è soggetti come nel morire; e vale perdere i ferri, e la ritenuta delle gomene, e la conserva dei compagni; Esser portato a precipizio dalla violenza del vento e del mare. Via dunque di qua il maniscalco arcigno che sferra attivamente le bestie al travaglio; via il ringhioso pedante che sferra a rovescio la penna sulla carta; via le sferre di ogni altro prosuntuoso mestatore. Sferrano altrimenti i miseri marinari; e in men che si dice, il grosso mare e il vento rabbioso nelle secche e sugli scogli li percuote a certissimo naufragio. Vengono abbrivati, urtano nei bassi, cadono gli alberi, e lo scafo sbattuto dai marosi sul duro letto si apre, e va in pezzi. Della gente in quel momento, chi piomba nell'abisso per non uscirne mai più, chi resta maciullato dalle onde sugli scogli, e chi cade trafitto dalla scimitarra degli Arabi. Costoro guardano il lido avidi di strage, e non danno quartiere.

Ciò non pertanto la capitale sventura pareva rifugio ai miseri, stanchi dei travagli del mare. Tanto era grande lo spavento e la perturbazione! Scaduta la disciplina, molti volevano volontariamente investire in terra, mettendosi nelle stesse condizioni che altri per violenza pativa. La smania di levarsi dal pelago, la corrosione progressiva delle gomene, la difficoltà di sgottar la sentina, la disperazione di non potersi lungamente sostenere, massime alla cieca nella notte ormai vicina, condusse non pochi al tristissimo partito di tagliar le gomene, messo in non cale il divieto dei capitani[134]. Tanto che sull'ora di vespro più di cencinquanta bastimenti di ogni maniera e quindici galere erano sul lido miserabilmente infranti, non essendo più altro a vedere in quella parte, che rottami, alberi, bariglioni, tavole, corde, cenci, attrezzi, corredi, e uomini che di mezzo sorgevano per iscampare, e invece trovavano più pronta la morte, o tra i gorghi del mare, o tra gli acciacchi degli scogli, o sotto alle spade dei nemici[135].

In quella Andrea Doria non ismentì la fama di esperto ed intrepido marino: avrebbe potuto facilmente salvare sè stesso e l'armata nel porto vicino di Bugia; ma non volle mai abbandonare l'Imperatore e l'esercito, quantunque gli pesasse gravissima la perdita di quasi tutte le sue galere pel sollevamento della gente e pel taglio delle gomene, essendosi dovuto piegare al tristo espediente l'istesso Giannettino[136]. L'incauto giovane insieme con tanti altri sarebbevi restato morto, se l'Imperatore, vedendolo naufragato alla riva, e chiedere coi segnali il soccorso, non avesse mandato di gran fretta don Antonio d'Aragona con tre compagnie di Italiani a cavarlo fuori dalla rabbia degli Arabi e del mare[137]. Grazia singolarissima, usata a lui solo per riguardo dello zio: chè gli altri si lasciavano alla loro ventura, non forse altrimenti tutta l'armata si avesse a gittare in terra, e tutti i bastimenti a rovina, senza speranza di ritorno a nessuno.

Grandiosa tra tanto schianto comparisce alla vista di tutti la figura dell'Orsino, l'arte e la virtù dei Romani, la saldezza dei petti e dei legni, la bravura dei soldati e dei marinari. Essi fermi, intrepidi, intatti; essi riguardati con maraviglia, essi citati ad esempio[138]. La squadra di Malta, per colpa dei marinari, già era in procinto di naufragio: e i forsennati a colpi di scure avrebbero senza dubbio eseguito il tristo proposito di tagliare le gomene e di dare in terra, se il comandante di quella capitana, mostrando da una parte la disciplina dei Romani, e dall'altro la punta della spada sguainata, non si fosse opposto; minacciando risolutamente la morte al primo che di ciò si fosse ardito[139]. Pei fatti di Algeri, e per le lodi da tutti ripetute alla squadra romana, Ottavio Farnese, genero dell'Imperatore, formò primamente il disegno di appoggiare nella sua casa, come poi seguì, la compra di esse galere.

[29 ottobre 1541.]

L'Imperatore e gli altri accampati miseramente tra fossi e dirupi, abbattuti nell'animo alla vista continua di tante sciagure; perduta nel mare l'artiglieria d'assedio insieme coi barconi di rimburchio, dove l'avevano il giorno avanti discesa; corrotte o assorbite dal pelago le munizioni e le vittovaglie, si trovavano a mal partito. Carpire le radici salvatiche, macellare i cavalli, e pel fuoco raccogliere in giornèa le tavole dei bastimenti naufragati, bastava nel giorno seguente a nutricare di insolito pasto trenta mila uomini: ma non poteva durar lungamente. In quella veniva a Carlo una lettera di Andrea, portatagli a nuoto da intrepido marangone, assicurato anche meglio da un fodero di sugheri. Andrea scongiurava l'Imperatore a levarsi di là, se non voleva vedere tutti sommersi o massacrati; esortavalo a venirsene verso il capo Mattaffuso, dove sperava poterlo raccogliere, e rimenare in Europa. Carlo, perduta ogni speranza di conquista, accettò le conclusioni del Doria: dètte i segnali, e imprese la ritirata a piccole tappe in tre giorni, sempre combattendo cogli Arabi sul destro fianco ed alla coda.

[30 ottobre.]

La sera del ventinove essendosi calmato il vento, e potendo salpare i ferri verso il largo (ma non approdare al lido, dove l'onde infuriate tuttavia orribilmente frangevano), il Doria sparò il tiro dell'avviso, perchè nella notte ciascuno si riattrezzasse a dovere e si mettesse in punto di far vela al primo segno. La mattina del trenta prese il vento colle poche galere che gli restavano: e, sempre sostenuto dalla squadra romana, condusse il convoglio delle navi all'àncora nella cala del Mattaffuso, dove è sicura stallìa per tutti i venti, salvochè da Ponentemaestro. Le galere di Malta sotto colore di necessità si allontanarono[140]. Al contrario le nostre continuaronsi nell'assistenza degli afflitti, levarono le genti dalla spiaggia, servironle all'imbarco, le scortarono al porto di Bugia, tenuto allora dagli Spagnoli, quantunque sempre perseguitate dalla pertinacia delle tempeste, e dal sentimento delle altrui avarie. Solo disastro per noi un colpo di mare, che nelle acque di Bugia scoprì la poppa della Capitana nostra, e ne strappò l'immagine del Santo protettore[141]. Del resto fino all'ultimo, coll'arte e col magisterio dei marinari e degli ufficiali governandosi, evitarono le disgrazie più e più funeste nella ritirata di quell'armata: servirono l'Imperatore, assicurarono l'esercito. Indi per Biserta, la Favignana e le Eolie, se ne tornarono dolenti, altrettanto che onorati e salvi, al porto di Civitavecchia.