Erano insieme attelate nella linea principale di fronte settanta galèe, cioè diciotto di Spagna, venti del Doria, dodici di Napoli, dieci di Sicilia, sette di Roma e quattro di Malta, con al centro l'Imperatore e le altre capitane imbandierate e in armi: a tergo trecento navi da carico, piene di soldati, di munizioni e di artiglieria; e appresso altrettante navette minori di sussidio e di complemento per trentamila uomini da sbarco delle tre nazioni. Colonnelli delle fanterie italiane, Camillo Colonna di Roma e Agostino Spinola di Genova: capitan generale il marchese del Vasto[129].
Non prenderò a descrivere la inospita costa d'Algeri, dove tante mutazioni sono avvenute del tempo nostro, molto più che non avrò a fermarmi lungamente alla sua vista. L'attacco di Algeri per Carlo V può dirsi tragedia di un atto solo. Quindi basterà accennare che l'armata sorgeva distesa nel golfo, a piccola distanza dalla città, tra il capo di Mattaffusso da levante e il capo di Cassino da ponente, sopra fondo di fango nero e tenace. Ferma sugli ormeggi passava senza alcuna novità due giorni, ordinati al riposo delle fanterie, in gran parte deboli e mareggiate dalla fastidiosa navigazione, prima di esporle in terra a fronte dei nemici: molto più vedendosi attorno il mare tuttavia grosso e frangente sul lido, quantunque il vento si fosse calmato.
Dentro alla piazza non era gran presidio: quasi tutti i pirati, memori del successo di Tunisi, avevano coi loro legni già preso la fuga. Restavano solamente ottocento turchi veterani, e cinque mila mori assoldati, oltre la numerosa cavalleria dei Beduini per la campagna. Il governatore supremo dell'armi Assan-agà, rinnegato sardo, allievo ed amico intimo di Barbarossa, disegnava menare in lungo più che si potesse la fazione; confidando nell'entusiasmo di quei popoli, nell'esempio di altre simili invasioni sfallite agli Spagnuoli, e principalmente nei rovesci della stagione che si potevano facilmente prevedere. Con questo Assano si faceva beffe dell'araldo, che gli portava l'intimazione della resa a nome di Cesare.
[26 ottobre 1541.]
All'alba del ventisei incominciava lo sbarco dell'esercito a levante della piazza, così: le galèe entravano sotto alle grosse navi, riceveano alla scala le fanterie colle sole armi manesche, poscia i soldati medesimi cogli schifi delle galere e sotto la protezione del loro cannone, saltavano in terra, ordinandosi sul lido, mano mano che arrivavano, per mantenere il terreno occupato. Sul mezzodì, ingrossatisi già gli squadroni fino a ventimila uomini, l'Imperatore istesso poneva piede in terra e montava a cavallo, e disponeva l'accampamento e le prime operazioni contro la piazza; seguendolo appresso i capitani e gentiluomini della sua casa militare a poco a poco che venivano in terra i destrieri e le barde. Il barchereccio da carico doveva convogliare appresso le bagaglie, i viveri, le munizioni, le artiglierie. Operazioni condotte sempre combattendo contro gli Arabi; i quali di galoppo a briglia sciolta con badalucchi continui ed assalimenti repentini molestavanci dovunque paresse loro di poterci offendere. Opportunamente però, e qui lo ricordo per la storia dell'artiglieria, si era provveduto al modo di contenere gli insulti dei cavalli nemici, assegnando a ciascun corpo delle nazioni diverse tre pezzetti da campagna; i quali maneggiati a dovere producevano effetti stupendi. Nulla meglio del cannone, al quale non erano assueti, faceva imbizzarrire e fuggir via le mandre dei Beduini[130]. Con quest'ordine occuparono le alture, e passarono la prima notte all'addiaccio. Trista notte per le privazioni, per la pioggia continua e pel freddo.
[27 ottobre 1541.]
Compivasi lo sbarco delle fanterie la mattina del ventisette, e già metteansi dentro terra al lungo trasporto delle salmerie e delle provvisioni, intanto che l'esercito marciava arditamente per investire la piazza. Continue le avvisaglie, gli agguati, i combattimenti con molta bravura e poco frutto. Le masse a stento si difendevano. La pioggia avea disteso un guazzo di fanghiglione tenace per la campagna, dove i picchieri non potevano agiatamente maneggiare l'armi d'asta, nè i cavalli caricare; e gli archibugi, allora tutti a miccio, stavano come inutile ingombro nelle mani dei soldati: guasta la polvere, bagnate le corde, spenti i fuochi[131]. Si noti il fatto non certamente di piccolo momento per la diffusione del fucile a ruota, come appresso dirò. Nondimeno si ebbero ad ammirare diversi tratti di singolar bravura per parte dei nostri. Un cavaliero ardì avanzarsi infino alla porta di Algeri, e lasciarvi confitto per segno il pugnale: un altro di grande statura e di forze gagliarde afferrò un turco per un braccio, e, trattolo giù da cavallo, l'uccise in terra a colpi di stocco: il capitan Lucidi della squadra romana, tuttochè ferito, non si peritò di farsi incontro ed assalire a corpo a corpo colla spada il più terribile e grande combattitore nemico e distenderlo morto ai suoi piedi[132]. Così passò la giornata del ventisette.
XXI.
XXI. — Più calzante al nostro proposito viene il discorso che abbiamo a fare intorno alla marina, tutta turbata l'istessa sera del ventisette. Il sole tramonta sotto il velo di densa caligine. Non colori brillanti di crepuscolo, non azzurro ranciato di cielo, nè chiarezza lucente di mare: ma tinte fosche, aria umida, acqua torbida, e dal lato boreale una lontana parata di nugoloni oscuri, pesanti, immobili in prima sera; e poscia mano mano sorgenti e torreggianti più e più in alto, senza altra luce che qualche guizzo di baleno. Il piloto impensierito pronostica da quella parte il vento furioso di Tramontana, traversia funesta del rivaggio; e ansiosamente cerca tra nube e nube il punto ortivo della temuta stella, già nota ai miei lettori[133]. Osservato diligentemente e con segni sinistri il tramonto del sole e la levata della stella, sibila e risquittisce il fischietto del comito e del nocchiero: e tutti i marinari dalla tolda a riva son pronti per la manovra di mal tempo alla sicurezza delle navi e delle galèe. Vedete da ogni parte ammainare le antenne e i pennoni, sghindare di gabbia, arridare gli stragli e le sartie; e giù in coverta chiudere le boccaporte, parare i portelli, trincare le artiglierie, mettere le tende a pendio; ed altri in mezzo colle barche assicurare gli ormeggi, filare i calumi, attrezzare i pennelli: crescere di fuori nel mare gomene, ferri, gherlini; e di dentro bozze, paglietti e trinche sulle bitte. Intanto avanza la notte, e insieme la furia del vento, la gonfiezza del mare e l'oscurità del cielo: cadono rovesci di pioggia obliqua tra lampi paurosi, e scrosci di folgori, e scoppî di tuoni, ripercossi da tutti i monti nel bujo. Le onde corrono infuriate verso la costa, gittansi rapidissime sugli scogli, saltano alle creste, e ricadono come torrenti spumosi. Odi ronfìo profondo di mare, e fischio rabbioso di vento, e vedi quanto v'ha di più terribile nella confusa battaglia degli elementi. Là in mezzo apprende il marino a vincere il sentimento del terrore, e a pigliar pratica del suo mestiero.