[Marzo 1543.]

Per queste ragioni di guerra tra casa di Francia e casa d'Austria, coi Turchi di mezzo sulle nostre marine, avvenne un'altra occultazione del conte dell'Anguillara. Tutta la casa Orsina correva a parte francese, e tutta la Colonnese a parte spagnola: questi gelosi di quelli, ambedue dei Doria, e così via via. Catena di miserie domestiche per le altrui comodità. Quindi non potendo più il Conte combattere i Turchi senza offendere i Francesi uniti con loro, prese congedo; e menandosi appresso le quattro galere di sua proprietà, se ne andò a Marsiglia, dove quel Re lo accolse con molte carezze, e gli dètte l'Ordine di san Michele, e lo fece luogotenente generale di tutte le sue armate di mare[148]. A questi tempi, e durante il congedo, voglionsi ridurre i doni fatti e ricambiati tra l'Orsino e Barbarossa, di che tutti i biografi parlano; e specialmente le dieci tavolette liscie coi veri ritratti dei dieci sultani in miniatura: cose da non esser noverate tra le più felici della sua vita. E bene se n'ebbe esso stesso a pentire (come molti altri andativi prima e dopo), disgustato dei sospetti del re Francesco e della gelosia dei cortigiani. Anzi non potendo mai tanto parer musulmano, quanto costoro avrebbero voluto, patì prigionia, ed ebbe a gran ventura il ritornarsene.

XXIV.

[Aprile 1543.]

XXIV. — Intanto il Pontefice, restato con tre sole galèe, e tutta l'armata turchesca vicina, chiamò a sè il capitan Bartolommeo Peretti da Talamone, che era stato luogotenente del Conte[149]. Nominatolo comandante della squadretta, gli ordinò di andarsene subitamente a Malta, e di tenersi là al sicuro colle tre galèe, infino a che Barbarossa non fosse passato; sapendosi per certo che tra poco doveva venire nel mar Tirreno, diretto a Marsiglia, e aspettato dal re Francesco. Il capitano Peretti, uomo di gran valore, scritto alla nobiltà di Siena, accasato con una dei Migliorati di Pisa; pel cognome, per lo stemma, e per le relazioni dei posteri ci fa pensare alla sua consanguinità coi Peretti portati in Roma da Sisto V: comunemente dicendosi da uno stesso ceppo illirico essersi derivati quelli della Marca, di Toscana e di Corsica, per la emigrazione notissima degli Albanesi, che dopo la morte di Scanderbeg fuggivano a torme dal dominio dei Turchi[150]. Il valoroso discendente degli ultimi campioni della Macedonia ci si mostra prima comandante di fanti pei Senesi, poi nel trentasei venturiero sul mare con una galèa, nel trentotto capitano coll'Orsino, nel quaranta suo luogotenente, e finalmente in quest'anno successore: però quasi sempre nei servigi della marina romana, ai quali erasi dato di preferenza, avvegnachè talvolta negli intervalli di scioverno o di congedo abbia fatto da sè o con altri per mare e per terra[151].

[Maggio 1543.]

Il capitan Peretti non ebbe gran che da indugiare per mettersi in salvo, essendo Barbarossa uscito di Costantinopoli nel mese d'aprile coll'armata ottomana e piratica: settanta galere, cinquanta legni minori, cento navi grosse, e quattordici mila turchi di sbarco, accompagnati da Antonio Polino, ambasciatore del re di Francia, e direttore della tregenda. Costoro alla fine di giugno per lo stretto di Messina fecero capo a Reggio di Calabria, donde tutto il popolo spaventato erasi fuggito ai monti. Di là gl'infelici vedevano nel giorno il sacco, e nella notte l'incendio della patria. Altri ed altri appresso videro nello stesso modo ruine, saccheggi e fuoco per le riviere della Calabria e della Campania, e infinita gente di ogni sesso e condizione imbrancata sulle galere turchesche a perpetua schiavitù[152]. La temerità di Barbarossa nella passata trionfale giunse in fino alle rive del Tevere, donde bravando e minacciando sarebbe voluto venire a veder Roma e il Papa, se non fosse stato ritenuto a stento dal Francese. Piena la città di costernazione per più giorni, e i popoli delle campagne e delle terre vicine tutti in fuga, cercando ricovero nelle fortezze e nei luoghi sicuri. Fatta l'acquata nel Tevere, i Turchi passarono a Nizza, ebbero a patti la città, bombardarono il castello, saccheggiarono il contado: e finalmente si ritirarono a svernare nei porti di Marsiglia e di Tolone[153]. Colà a maggior confusione dei miseri Cristiani fatti schiavi, ed ammassati come vili giumenti sopra i legni infedeli, si facevano bellissime feste in onore di Barbarossa e dei Turchi. Scellerati!

[Settembre 1543.]

Intanto il capitan Bartolommeo, tornato da Malta a Civitavecchia alla larga appresso all'armata ottomana, e avute nuove istruzioni da Roma, prestamente ne ripartiva coll'ardito disegno di entrare nell'Arcipelago e di dare il guasto alle marine dei nemici, lasciate in abbandono da Barbarossa. Voleasi fargli danno e vergogna, ed anche indurlo a levarsi presto dai nostri mari. Tornò dunque a Malta colle tre galere, vi giunse addì ventotto di settembre, nel qual giorno presentò al Grammaestro e al consiglio due brevi del Papa per avere seco di conserva le galere dei Cavalieri a difesa comune[154]. Ma non sembrando a quei signori conveniente l'invito, per la confusione dei Turchi coi Francesi; e non volendo, come dicevano, mettersi al pericolo di combattere gli uni in vece degli altri, o vero tirarsi addosso il risentimento simultaneo di tutti e due, lasciarono i Romani senza conserva.