XXVIII.

[22 marzo 1548.]

XXVIII. — Dopo questi successi tutti in Roma e alla marina richiamavano l'Orsino; e il Papa istesso diceva non esservi altr'uomo che in quelle circostanze potesse rimettere a sesto la squadra, e rilevarne la fortuna. Perciò Orazio Farnese che non aveva ricevuto nè poteva più ricevere dai Fieschi il residuo del danaro alle scadenze pattuite, così consigliato da papa Paolo, le vendette al conte Gentil Virginio Orsini per diciassette mila e cinquecento scudi d'oro in oro, come dall'istrumento rogato in Roma addì ventidue di marzo 1548, per gli atti di Girolamo da Terni, notajo e cancelliere della Camera[182].

Dal documento possiamo arguìre la divisione dei beni liberi lasciati dal duca Pierluigi ai suoi figli; e l'assegnamento delle quattro galere ad Orazio, che già le aveva possedute[183]. E ciò anche per rispetto al suo genio militare, ed alle politiche inclinazioni favorevoli alla Francia: dove poi, sposato alla Diana giovane di Pottieri naturale di Arrigo II, giovanissimo morì combattendo alla difesa della piazza di Hesdin nell'Artoà, da esso stesso fortificata con tanta maestria, che lui vivo non si sarebbe mai potuta espugnare; come disse il celebre generale napolitano Giambattista Castaldo all'Imperatore, quando l'ebbe per suo ordine riveduta[184].

Similmente dallo stesso istrumento abbiamo la continuata presenza del capitan Francesco de' Nobili di Lucca, sempre aderente agli Orsini, ai Farnesi ed agli Sforza nelle cose della marina. Abbiamo i nomi delle tre galèe restateci, Capitana, Padrona e Vittoria; meno la Caterinetta, già pagata nella prima rata dei Fieschi; che sarebbe stata presa in Genova, se non fosse fuggita a Marsiglia. Abbiamo finalmente nell'ultima chiamata dell'Orsino, tutto francese, una prova evidente dei mutati disegni della romana curia verso la corte di Spagna: i cui eccessi, come crescevano fastidio a Paolo III, così dovevano poscia produrre la guerra di Paolo IV.

[Giugno 1548.]

Non guari dopo la compra delle tre galèe, furono pubblicati i capitoli della condotta, precedentemente rifermata dal cardinal Guidascanio Sforza al conte Gentile[185]. Capitoli da non ripetere, perchè simili agli altri già prodotti, riserbando a suo tempo la pubblicazione di quei totalmente nuovi, che saranno concertati tra la Camera e il capitan Francesco Centurioni[186]. Ora fa pressa la fine del libro. Il conte Gentile riprese le redini colla consueta sua diligenza e saviezza: pose sul cantiere una galèa nuova da sostituire alla Caterinetta, e dopo cinque mesi l'ebbe pronta a varare presso all'istesso porto di Civitavecchia; costruita sotto la sua direzione dalle maestranze medesime che teneva nella squadra. Armò le galere, fece alcuni viaggi intorno alle isole vicine. Se non che nel meglio de' suoi apparecchi, venuto infermo qui in Roma del mese d'agosto, pose fine alla vita e al capitanato, ed ora lo pone a questo mio libro.

[Agosto 1548.]

Fu uomo per grandezza d'animo e per antico senno onorato in Italia e fuori; ricercato dalla Francia, e sempre altrettanto osservato dalla Spagna: capitano e marinaro eccellentissimo del suo tempo, salito ai primi gradi nelle armate navali con titoli meno pomposi, ma più autorevoli dei moderni; attore e testimonio romano delle tre famose giornate di Tunisi, della Prèvesa e d'Algeri: vincitore di Dragut, di Mamì e di Scirocco. Edificò nei suoi stati le rôcche di Monterano, di Stigliano, di Cervetri, e dell'Anguillara. Non ebbe discendenza maschile, e la contèa passò a Paologiordano suo cugino. La Maddalena sua figlia, maritata a Giampaolo di Renzo da Cere; e la Caterina secondogenita, maritata a Trajano Spinelli principe di Scalèa, eredi de' beni liberi, vendettero l'istesso anno le tre galere e il fusto di nuova costruzione, ancorchè disarmato, al cavalier Carlo Sforza, novello capitano, del quale avremo a parlare nel libro seguente.