[Maggio 1546.]

Sì bene dai fatti successivi, dai documenti, e dalla concorde testimonianza dei contemporanei risulta che l'animo del Fiesco fin d'allora covava magagna: perchè non si era mai impacciato nè voleva impacciarsi di navigazioni e di galèe; ma intendeva mutare lo stato di Genova, cacciandone gli Spagnoli e la casa Doria. Non facciam repliche di Catilina, nè di Cicerone, nè di altri personaggi o scrittori di classica antichità: gli è il tramestìo di Genova, solito per quei tempi, tra la plebe, i nobili, il cappellaccio e gli stranieri. I Genovesi m'intendono. Qui abbiamo la scossa delle indomite fazioni francese e spagnola, che intendono a scavalcarsi. Ciò che i signori Fregosi avean fatto agli Adorni coll'ajuto dei Rovereschi, e gli Adorni ai Fregosi coll'ajuto dei Medicei, e ciò che Andrea Doria aveva fatto a tuttaddue coll'ajuto degli Austriaci, voleva il Fiesco fare a tutti e tre col consentimento dei Borbonici. Se fosse riuscito nell'intento sarebbe divenuto doge, cappellaccio, e forse più. Ma perchè cadde, restossi vituperato oltre il dovere nella memoria dei posteri. Difficile è stato e sarà sempre, tanto per la politica quanto per la morale, il maneggiare congiure: e similmente è stato e sarà sempre disonesto l'aggravare nel doppio i caduti, e il tenere diverse misure per gli stessi falli.

Venne il Conte in Roma del mese di maggio pel possesso delle galere, e per la firma della condotta[173]: nè è da stupire se nella stessa città i ministri, i cortigiani, e ogni altro a giovane signore e novello capitano facessero liete accoglienze, e parole di cortesia e di felici augurî. Ed egli con molto bel garbo, mostrandosi contento, pigliava possesso in Civitavecchia, sottoscriveva in Roma i capitoli consueti della guardia, cogli annuali vantaggi e pesi consueti; e poneva in sua vece comandante sulle tre galèe assoldate il conte Girolamo suo fratello minore, del quale non ho a dir nulla rispetto alla marina, se non che governavasi col capitano Giulio Podiani[174]. Sì bene devo avvertire che la Caterinetta, perchè non compresa nei soldi camerali tra le altre tre galèe della guardia, restava fuor di linea agli ordini particolari del conte Gianluigi, il quale facevala navigare da Civitavecchia a Genova sotto il governo del padron Giacopo Conti[175], col disegno di acquistar grazia e autorità nel popolo, e di tenersi attorno gente armata per terra e per mare, senza destare troppi sospetti, e senza scoprire il disegno che nel profondo del cuore chiudeva.

[24 dicembre 1546.]

Questa Caterinetta specialmente da Civitavecchia alla fine dell'anno chiamò col padrone Giacopo Conti: e l'ebbe nel porto di Genova la vigilia di Natale, quando si avvicinava il giorno assegnato al compimento dei suoi propositi[176]. Pei quali aveva già dato voce di voler armare quella galea di gran rinforzo, e similmente accrescere gente di spada e di remo nelle altre tre, sotto colore di mandarle al corso: facendo così venire da' suoi feudi uomini di fiducia, alcuni alla scoperta, altri celatamente, parte nelle sue case, e parte sopra questo bastimento, col quale si preparava all'ultima prova della famosa congiura[177]. Tutti parlano di questa galèa, meno l'Olivieri: e tutti, fuorchè lui, come di principalissimo strumento per coprire e terminare il disegno[178].

[2 gennajo 1547.]

La notte di domenica del secondo sopra il terzo giorno dell'anno quarantasette il conte Gianluigi Fieschi chiamò seco a cena Giambattista Verrina principalissimo confidente, molti amici ed uomini armati: propose il partito della congiura, ebbe l'approvazione di molti, e pose gli altri alle strette di consentire con lui. La maggior parte di coloro, attoniti alla novità, e commossi alle parole di libertà, popolo e patria, che ripetutamente echeggiavano, giurarono seguirlo. In quella, stando la città senza sospetto, e quasi disarmata, occuparono facilmente la porta degli Archi a santo Stefano verso il Bisagno, e quella di san Tommaso alla Lanterna; il capitan Borgognino dalla parte di terra scalava la darsena, e la Caterinetta ne occupava la bocca dalla parte del mare[179]. Essa dava col cannone il segno, essa rinchiudeva, e s'impadroniva di tutte le galèe di casa Doria. Allora Giannettino, tratto al rumore, cadeva morto da un'archibugiata di Agostino Bigellotti da Barga; Andrea quasi solo fuggiva a cavallo fino a Sestri, a vela fino a Voltri, e in lettiga fino al castello di Masone. Il Fiesco per un'ora restava padrone della città.

Certamente avrebbe potuto in quella notte menar via da Genova venti galèe, come altri ne avea menate quattro da Civitavecchia: ma il Conte aveva disegni diversi pel capo, e in quel tramestio gli tuffò tutti insieme colla vita nel mare. Fuor di sè pei primi successi, mentre ratto scorreva dall'una all'altra di quelle galèe, mancatagli sotto una palancola di trapasso, cadde nel mare armato come era di tutto punto, e di sopraccollo tre o quattro congiurati, tutti insieme nel fondo sopra di lui. Dove egli non potutosi ajutare di nuoto per la grave armadura, e per la confusione ed oscurità della notte non veduto nè soccorso dai compagni, restossi, come fu ripescato dopo alquanti giorni, morto nella melma.

Per questa perdita, mancato il capo della congiura, invilirono i complici, rilevossi il partito contrario, e cadde l'impresa: ma d'accordo colla Signoria, e col patto della impunità promulgata e sottoscritta da Ambrogio Senarega, cancelliere del Senato. Non guari dopo tornò il vecchio Andrea più possente di prima, tornarono sitibondi di vendetta i padroni di Spagna, e cominciarono a lavorare i giudici ed i carnefici a dispetto dei patti, e secondo l'esigenza delle pubbliche e private discordie. Anzi più, allora allora si affilarono i coltelli, pe' quali addì dieci di settembre dell'anno medesimo il duca Pierluigi Farnese nella sua camera dentro la cittadella di Piacenza fu fatto a pezzi. Sempre e dovunque si vede avvenire l'istessa cosa: e tale mercede ciascuno ricevere, quale ne fa altrui.

La Caterinetta fuggì da Genova: sbarcò a Nizza alcuni prigionieri che aveva a bordo, tra i quali il capitan Lercari, e si riparò in Marsiglia, ricevuta a gran festa dai Francesi[180]. Le altre tre stettero in Civitavecchia: richieste da Carlo V, come beni di suo ribelle; richieste da Scipione Fieschi, come erede del defunto; e più richieste e tenute da Orazio Farnese, come creditore del prezzo non pagato[181].