[15 agosto 1544.]

Era passato di vita quel monsignor Imperial Doria, vescovo di Sagona in Corsica, del quale per incidente abbiam fatto parola nel quarto libro; e memore dei beneficî e della parentela, aveva lasciato erede di certe sue rendite nel regno di Napoli (ingrandite, come è solito, dalla fama) lo stesso principe Andrea Doria, perchè ne avesse a sollevare dalla miseria alcuni poverissimi della stessa loro famiglia. Se non che volendo Andrea entrare al possesso dell'eredità, trovò l'ostacolo dei Camerali romani, che avevano già fatto giudizio di tirare i beni del vescovo defunto alla camera degli spogli. Vero è che incominciata la lite e venuti i protesti, il cardinal Farnese aveva fatto proporre ad Andrea di transigere con lui nella metà dei beni, ed anche nel tutto, purchè lo ricevesse come dono: ma l'altro, consigliato dai suoi avvocati, e riputandosi maggiormente offeso dalla liberalità, che parevagli oltraggiosa, deliberò con pericoloso e corsaresco consiglio di smaccare i Farnesi, avversarî politici, e di ricattarsene da sè. Avvisò Giannettino suo nipote, e s'intese con lui, perchè catturasse e portasse a Genova le quattro galere, proprietà come è detto dei Farnesi, che la Camera apostolica teneva al soldo per la guardia consueta.

Dopo la ritirata di Barbarossa, Giannettino Doria colle galere della sua casa al soldo di Spagna erasi ridotto a Napoli; e colà per dargli mano aveva altresì fatto raunanza la squadra nostra, condotta dal provveditore e luogotenente generale di Orazio Farnese, che era per questi tempi il capitano Francesco de Nobili da Lucca, più volte nominato avanti, e più da nominare in seguito[167]. La mattina del quindici di agosto, intanto che si spedivano alcune faccende di sua commissione in Napoli, Francesco uscì dal porto colla squadra, e fece una passeggiata di esercizio fino a Torre del Greco. Al ritorno fuori del porto trovò Giannettino sul passo con quindici galere: il quale, fattolo chiamare al suo bordo, dissegli volersi servire della squadra romana infino a Genova. Dopo diverse repliche da una parte e dall'altra, Giannettino uscì tutto aperto e tutto ardito nel mostrare di avere la forza in mano, e di esser pronto ad usargli violenza. L'altro protestò contro il tradimento, e non potendo nè volendo combattere con lui, uscì di bordo, e andò a presentare i suoi reclami alla Nunciatura di Napoli[168]. Giannettino al contrario mandò subito a levare dalle nostre galere i soldati, e ogni altro ricalcitrante, e a mettervi gente dei suoi; coi quali, senza punto indugiarsi, l'istesso giorno prese la via di Genova, menandosi appresso catturata la squadra papale[169]. Non però di meno prima di partirsi per tutta sua giustificazione presso il Vicerè, cui lasciava all'improvviso il tristo retaggio dei litigi con Roma, scrisse il seguente biglietto[170]: «Io mi sono assicurato delle galere del Papa: e non l'ho fatto intendere a V. E. innanzi, per non li fare disservitio. Non vengo da Lei per trovarmi in punto di andare a Genova, e comandimi se posso servirla.»

Andarono via l'istessa notte: e il giorno seguente alterossi papa Paolo grandemente, tanto che pose a general sequestro i beni dei Genovesi in tutto lo Stato, e minacciò di voler procedere severamente contro gli usurpatori. Tutta la casa Farnese attorno soffiava sul fuoco, massime Pierluigi, futuro duca di Parma, ed uomo per vecchie rancure nemicissimo della casa Doria. Però Andrea, dopo alquanti giorni, mosso anche dalle rimostranze della sua repubblica, e non volendo interporre l'autorità di Cesare nel privato negozio, di propria volontà liberò dal sequestro le quattro galèe, e le rimise in Civitavecchia; contentandosi di aver mostrato che non gli mancava nè animo, nè forza da far risentimento. Dopo di che Paolo III ebbe per bene di chiamarsi soddisfatto; e la causa dell'eredità, rimessa alla curia di Napoli, fu decisa in favore di Andrea.

Ma il disordine non finì lì; duravano i partiti, celavansi le vendette e gli odî: ed era scritto nei fati di casa Doria che una sola di quelle galèe cavate da Civitavecchia sarebbe bastata a catturarne venti nella darsena di Genova, e a mettere in ponte il dominio di Carlo e di Andrea nella stessa città.

XXVII.

[Giugno 1545.]

XXVII. — Imperciocchè tornata la squadra in Civitavecchia, i ministri del Papa e dei Farnesi si lasciarono intendere di volersene levare il peso, e darne la condotta ad alcuno che le comprasse e tenesse a suo conto, sotto le condizioni consuete di mutuo vantaggio, specialmente per la guardia della Spiaggia romana. La conclusione del negozio tardò un anno, e intanto la squadra nel giugno seguente, sotto l'amministrazione diretta della Camera, e la condotta del capitan Francesco de' Nobili, navigava a Malta; avendo il Grammaestro offerto al Papa alquanti schiavi da rinforzare le ciurme, purchè gli piacesse mandare le galèe a prendergli, ed a fare una corsa coi Cavalieri suoi, e cogli altri concorrenti contro Dragut[171]. Furono insieme colà del mese di giugno diciotto galere: tre di Roma, quattro di Malta, quattro di Sicilia, tre del visconte Cicala, due del principe di Monaco, e due del marchese di Terranova, che ai ventitrè del mese sciolsero di conserva e si posero a lungo corso per le coste di Barberia, alla Galitta, a capo Bono, a Tunisi, alle Conigliere, alle Cherchene e per tutte quelle isole, senza aver mai trovato una vela di nemici, salvo che la prima sera nelle acque di Trapani sei galeotte, le quali si salvarono dalla caccia per l'oscurità della notte; e ne dettero subito conto a Dragut ed agli altri pirati, per quello che ne fu giudicato dappoi. Ai sedici di luglio, scioltasi in Malta la detta raunanza, le nostre galèe ripresero la strada di Civitavecchia, quando finalmente si aveva a concludere la vendita dei legni, e l'appalto del mantenimento, secondo le forme consuete dei precedenti capitoli.

[23 ottobre 1545.]

Il duca Pierluigi di Parma pose più di ogni altro le mani in questa faccenda; e ne trattò con uno dei Sauli di Genova; ne ebbe domanda anche da Piero Strozzi, e da Adamo Centurioni; e finalmente nell'occasione della visita di omaggio che facevagli Gianluigi Fieschi pel feudo di Calestano, strinse con lui il negozio delle galèe, tanto che addì ventitrè di ottobre dell'anno medesimo 1545 concluse col Fiesco in Piacenza l'atto di vendita[172]. Nel contratto si legge quattro galèe, Capitana, Padrona, Vittoria e Caterinetta: prezzo trentaquattro mila scudi d'oro, da pagare in tre rate; la prima subito, e le altre alla fine dei due anni seguenti: garanzia sull'ipoteca del feudo di Calestano. Ora non mi dà l'animo di aggiugnere altro, nè di esaminare il mercato: ne parlerò tra poco con miglior fondamento e opportunità. Intanto posso asserire che dal solo prezzo, senza inventario e senza carati, non si può arguire frode nell'intenzione dei contraenti.