[22 giugno 1544.]

Del qual vecchio pirata, avendo promesso in alcun luogo dire la fine, ora ricordo che egli per questi tempi dimorava in Suez presso il mar Rosso, come ammiraglio di Solimano alla difesa di quei commerci e navigazioni contro i Portoghesi delle Indie. Sazio di onori, di ricchezze e di poteri, l'ammiraglio del mar Rosso piangeva sempre nel cuore, richiamando il prediletto suo figlio, perduto con tutti i suoi bastimenti a Tunisi nel trentacinque. Il fanciullo, allora decenne e mozzo sull'armata, preso prigione dal principe di Piombino, erasi cresciuto e nobilmente allevato come proprio figliuolo nella casa di lui; dove, battezzatosi di spontanea volontà, viveva onorato e benvoluto da tutti. Alle richieste, di Barbarossa, rispondeva assennato: esser pronto di ritornare liberamente a rivedere il padre, perchè cosa giusta; e richiedere per onor di lui che le terre e le isole dei suoi benefattori non patissero danno. Andò dunque in Egitto: dove il padre, imbevuto dei principî della legge mosaica, dalla quale tanto di perfezione ridonda alla natural legge della paternità, ardentemente lo desiderava. Ma quando un giorno all'improvviso, tra splendida compagnia di servi e di ministri ordinatigli intorno da Barbarossa, rivide il figlio, dopo dieci anni già grande, bello e costumato, il Giudèo ne prese tanta allegrezza, e con sì grande espansione d'affetto abbracciollo, che sollevatoglisi il cuore, in poco d'ora cadde morto[162]. Pietoso e rarissimo caso, cui tra tutti i terribili compagni del tristo mestiere niuno forse più di lui poteva trovarsi soggetto.

[25 giugno 1544.]

Ora a noi, chè Barbarossa si accosta alle nostre marine: e prima occupa per sorpresa Talamone, fa schiavi quanti incontra, trae dalla chiesa le memorie del capitan Bartolommeo, scuote le tombe, brucia le ossa, sparge le ceneri al vento[163]. Nella maremma di Siena arde Monterano, e piglia Portercole dopo breve resistenza. Orbetello si salva soltanto per la sua posizione, e pei rinforzi mandativi dal duca Cosimo. Non così il Giglio: donde Barbarossa cava gran preda di bestiame e di schiavi, e lasciavi ogni cosa cenere. Poi si accinge a disfogare la sua rabbia contro chi lo ha messo in ripicco; e viene deliberato di bruciare in Civitavecchia le galere, i marinari, ogni cosa. Che se il terribile pirata l'indomita ira ritenne a non venire all'effetto, ciò vuolsi attribuire alla fortezza del luogo, ben munito da Bramante e dal Sangallo, e meglio difeso dal capitan de' Nobili e dai nostri marinari; anzi che al rispetto del re di Francia, o de' suoi ministri, o delle terre del Papa[164]. Gli storici nostri municipali al solito non ne sanno nulla.

[1 luglio 1544.]

Quindi la tempesta dei musulmani, menata da Barbarossa nel Regno, si scaricò sull'isola d'Ischia, feudo del marchese del Vasto, nemicissimo della congrega turco-gallica. I ladroni scesero in terra di notte, presero schiavi quasi tutti gli abitatori della campagna, bruciarono i grossi villaggi, specialmente Forìo; e non potuto avere il castello principale per essere ben difeso e inaccessibile sopra rupe nel mare, andarono nella baja di Pozzuolo, fecero bottino a Procida, presero Lipari con settemila prigionieri, arsero Cariati, empirono di strage e ruine la Calabria, e finalmente carichi di preda volsero a Costantinopoli, traendosi appresso in catena infiniti Cristiani, cui non potendo convenientemente nutricare, lasciavanli in gran parte di fame, di sete, di stenti morire; e gittavanli, come inutile e funesto ingombro, nel mare[165]. Gli altri squallidi, impietriti nel dolore, e privi d'ogni umano conforto, navigavano maledicendo la crudeltà delle furie musulmane, e l'ambizione dei principi cristiani, che a loro comodo funestavano l'Italia di tanto crudeli ribalderie. Orrori sul mare pei Turchi, e guerra accanita per Francesco e per Carlo in Piemonte, in Lombardia, e nelle viscere della Francia con gravissima infamia di chi la maneggiava. E quando da ogni parte i popoli disperati chiedevano tregua a tanti mali, senza vederne la fine; allora, contro la comune opinione, a due frati spagnoli dell'abito di san Domenico era riservata la grazia di poter ammansire i feroci animi di coloro, pe' cui rancori a ferro e a fuoco andavano quasi tutti i popoli della Cristianità. Fra Pietro di Soto, consigliere dell'Imperatore, e fra Gabriello di Gusman direttore della regina di Francia, araldi di pace, s'interposero tra le spade dei combattenti; e riuscirono dopo molti stenti sull'entrante di agosto a quei preliminari, che poscia fermarono il diciotto di settembre la pace detta dal luogo di Crespy[166]. Cessate le guerre, finalmente fu tempo di aprire nell'anno seguente il tanto sospirato Concilio generale di Trento.

XXVI.

[10 agosto 1544.]

XXVI. — Chiunque studia le storie del mondo, e s'incontra nei perpetui litigi degli uomini, deve più d'ogni altro intendere la infinita sapienza della legge di mutua carità; senza di che le creature ragionevoli si fanno simili alle belve feroci. Non vi è altra formola per la pace, nè si possono altrimenti finire i dissidî privati e pubblici: se no, questi succedono a quelli, e quelli a questi con tortuosa, ma infrangibile catena. Così ora per punto nella nostra storia, cessate le guerre de' principi maggiori, ma non deposti i rancori dei partigiani, succedono per conseguenza i dissidî privati ai pubblici con tanta perturbazione e sì gran disordine, che niuno potrebbe imaginarne non che prevederne la enormezza, se non vi fosse condotto dai fatti medesimi e dalle loro ragioni. Ne dirò brevemente, perchè non posso ancora separarmi dall'Orsino: il quale avvegnachè non entri nello scompiglio che ora ci stringe, nondimeno sta sempre lì dietro le quinte per ripigliare, come di fatto ripiglierà per conseguenza, il comando. Non ancora avevano i negoziatori di Crespy firmato i capitoli della pace tra le grandi potenze, ed ecco i partigiani attaccarsi tra loro con quelle astiosità, che poi toccarono il sommo nella congiura dei Fieschi in Genova, dove cadde Giannettino; e nella congiura dell'Anguisciola in Piacenza, dove seguillo Pierluigi; e tutto ciò strettamente connesso coi fatti della nostra marina, avvegnachè da niuno fin qui osservata, secondo la sua importanza. Eccone il filo.