XXX.
[15 Settembre 1555.]
XXX. — Per questo non era lontano il vicerè di Napoli dal consentire coll'ambasciator di Roma alla restituzione delle galere: temperamento divenuto ormai necessario pel proposito irremovibile del Papa, e per togliere ai nipoti il pretesto di giustificare col rifiuto la guerra che macchinavano. E quantunque agli Sforzeschi non piacesse il perdere quelle galere, e mal volentieri soffrissero di restarsi sgarati; pure considerando il disordine della famiglia nel tempo presente, e il maggior pericolo che le sovrastava pel futuro, dibattuto il pro e il contra di questa bisogna in Napoli tra il vicerè Mendozza, il principe Doria, il conte di Castro, e quel di Santafiora, conclusero la restituzione e il modo del ritorno. Alessandro rimenò le galere innanzi al porto di Civitavecchia: ed essendone esso solo quivi presso smontato, si rivolse con una fregata verso la Toscana, lasciando ordine al capitano Antonio Fani ed a Francesco de Nobili, che ambedue far dovessero quanto sarebbe loro commesso da parte del Papa[395]. Poco dopo il capitan Alamanni rimettevasi al governo di quelle galere in servigio del re di Francia, che non le rese mai più agli antichi padroni, risoluto di tenere per sè quegli eccellenti bastimenti di guerra, anco a costo di pagarne ad alto prezzo la valuta[396]. Del Fani non mi torna più notizia veruna: del Nobili una sola lettera, scritta dal cardinal Farnese dopo questi successi, parla molto onorevolmente; e ce lo mostra disposto a ritirarsi col titolo di Protonotario in Lucca sua patria[397].
Così ebbe fine il capitanato di Carlo Sforza: il quale in grandi intricamenti per tanto tempo vissuto, senza mai potere nè sè, nè le sue cose avere in assetto, nè in Malta, nè in Africa, nè in Roma, nè in mezzo agli Spagnuoli, nè appresso ai Francesi, finalmente deliberò di non più intromettersi nelle altrui brighe; e quietamente si ridusse a vivere in Parma nella priorale sua casa di Lombardia. Là menò il resto di sua vita tranquilla, servendo al religioso suo Ordine infino alla morte, che fu dopo l'anno settantuno[398]. Gravissimo danno la ritirata degli uomini di senno e di valore dal maneggio dei pubblici affari. Ma vi sono certi tempi che rendono non solo onesta, anzi necessaria la solitudine. Quando nella civil società pel mal governo delle fazioni si ottenebra il criterio illativo e pratico intorno ai dritti e intorno ai fatti; quando gli inganni ed i soprusi aduggiano ogni semenza di virtù, e troncano ogni slancio di generoso operare pel comun servigio; insomma quando l'interesse e lo spirito di parte mena tutto agli eccessi, allora agli onesti, consapevoli del proprio dovere e della propria dignità, non resta altra scelta che tenersi in disparte, come fece il capitano Carlo Sforza.
LIBRO OTTAVO.
Capitano Flaminio Orsini,
signore di Stabia.
[1555-1560.]
SOMMARIO DEI CAPITOLI.