XXIX.
[10 agosto 1555.]
XXIX. — Restava però la difficoltà di tirarli fuori del porto di Civitavecchia, luogo neutrale alle due fazioni, dove pur si faceva diligentissima guardia dopo il successo di Giannettino nel quarantaquattro[389]. Il castellano Pietro di Capua, senza il cui permesso non si poteva uscire, conoscendo le inclinazioni del Papa, e udite le querele del capitan Niccolò, non volendo offendere nè la Spagna, ne la Francia, andò a pregare monsignore Alessandro che non si partisse, infino a che non si fosse dato conto a Roma delle cose successe. Alessandro, non potendo di meno, consentì: ma al tempo stesso, per la importanza del caso, spacciò subito una fregata con avviso al cardinal Guidascanio di ciò che si era fatto, perchè prontamente mandasse la licenza di uscita libera. La fregata con buon vento di Ponente nella stessa notte imboccò la Fiumara, e la mattina seguente avacciando a remi e all'alzaja fu in Roma: dove il Cardinale, udita e pesata ogni cosa, facilmente ottenne da don Giovanni Caraffa, conte di Montorio, nipote del Papa, e novello capitan generale di tutte le milizie nello Stato, una lettera coll'ordine al castellano di Civitavecchia di non impacciarsi in questo negozio, e di lasciar liberamente partire Alessandro colle galèe quando e come a lui piacesse. Perciò, avvisato Alessandro che poteva andar liberamente pe' fatti suoi, questi senza mettere tempo di mezzo, uscì subito colle galèe dal porto, e andò a sorgere sei miglia lontano a ridosso di capo Linaro per aspettarvi il fratello.
[11 agosto 1555.]
Se non che due giorni dopo lentamente, viaggiando a piedi, arrivò in Roma l'uomo del Castellano; e appresso comparve pure il capitano Niccolò, menando scalpore, e facendo altissime querimonie specialmente presso i partigiani, tanto che l'Ambasciatore francese corse dirittamente a palazzo, e rappresentò al Papa il fatto come frodolento ed oltraggioso al re Arrigo, in un porto libero, e con discapito dell'autorità pontificia. Paolo prese fuoco: e subito senza cercar quali ordini su quell'affare avesse dati il Conte suo nipote, fece rispondere al Castellano che si guardasse bene attorno, e non lasciasse fuggire i temerarî.
Costui ricevuta da Roma la seconda risposta contraria alla prima, e ridotto a non potersi più ajutare colla forza, scese alle preghiere. Andò amichevolmente ad Alessandro, narrandogli il suo impaccio, e scongiurandolo insieme per l'amor di Dio e dei Santi a ritornare. Ma l'altro, più che mai risoluto, stette fermo sul niego: congedò Pietro, chiamò gli amici, e dicendo di essere ormai troppo innanzi per tornare indietro, fece volgere le prore verso Napoli: dove a gran festa fu ricevuto dal vicerè don Bernardino di Mendozza, e dal principe Doria capitano generale del mare[390].
Il Papa all'incontro per la sinistra relazione avuta di questo successo, e per le feste fatte in Napoli a suo disdoro, sdegnossi anche di più: e correndo ai risentimenti, fece citare sotto gravissime pene monsignor Alessandro, e intimar al cardinal Guidascanio che dentro tre giorni facesse tornare le galèe, non ammettendo nè scusa nè ragione che egli potesse allegare in sua discolpa.
[24 agosto 1555.]
Questo accidente riscaldò in Roma le passioni ed i partiti. Spagnuoli e Francesi guardavansi in cagnesco, nulla più desideravano quanto venir presto alle mani[391]. I partigiani del Cristianissimo correvano a palazzo, e mantacavano sul fuoco; quelli del Cattolico si riunivano di notte presso l'istesso Camerlengo, e facean catasta. Discorsi e progetti sediziosi bollivano. Intanto, spirato il termine del monitorio, Paolo faceva condurre in Castello il Lottino segretario del Camerlengo[392], poi l'istesso celebre Cardinale, appresso Camillo Colonna[393]. E minacciava di non si fermare; quando il marchese di Sarrìa ambasciatore di Spagna, vedendo il Papa risolutissimo, la fazione francese potente, il palazzo e la città ben guardati, si rivolse a mitigare lo sdegno di Paolo, offerendosi mediatore per rendergli le galèe; sicuro che ad un suo cenno sarebbero state da Napoli rimandate a Civitavecchia. Sperava in questo modo estinguere l'incendio.
Le private corrispondenze dei contemporanei, che in gran copia ancora ci restano edite ed inedite, sono piene dei rumori crescenti intorno al successo ora narrato; e tutte prevedono gli eccessi della guerra. A me basterà un brano scritto dalla penna del Caro da parte del cardinal Farnese al cavalier Tiburzio, agente farnesiano nella corte di Francia; lettera citata pur dal Pallavicino colla data del 24 agosto 1555 di Roma[394]: «Delli tredici di questo scrissi una lettera al Re (Arrigo II) dell'accidente seguìto delle sue due galere, che il signor Alessandro Sforza ha levate del porto di Civitavecchia, e condotte agli Imperiali; e del risentimento che Nostro Signore n'ha fatto, e della mala satisfazione, che per questo era cominciata tra Sua Santità e gl'Imperiali. Io non ne scrissi a Voi non avendo tempo, per la fretta che l'Imbasciatore fece di spedire il corriero: ma penso che arete inteso tutto come è passato. Questa sarà per dirvi come le cose sono andate di poi pigliando augmento, ed inasprendo sempre: perchè questi Imperiali, avvezzi con papa Giulio, tengono lor modi soliti; e Sua Santità è molto generosa e di saldissimo proposito, massimamente dove si tratta dell'onore e della dignità sua. Fin ad ora gli hanno dato parole ed intenzione di far ritornare le galere, ed offertele anche sicurtà; ma con effetto non hanno fatto cosa che Sua Santità voglia. E mi pare di vedere che le cose mirino più a rottura, che altrimente: non ci essendo più l'onore di Sua Beatitudine a cedere; tanto si è messo innanzi e con le parole e con le provvisioni: avendo fatto venire i cavalli del Duca d'Urbino, e fatte alcune compagnie per Roma persino a due mille fanti, con altri provvedimenti che tendono tutti a questo fine, o di avere l'obbedienza di questi signori Santafiora, o di farne dimostrazione. Pare però a molti che il partito sia molto pericoloso per il Papa, essendo circondato dalle forze dell'Imperatore, e non avendo noi più forze in Toscana che tante. Per questo non si manca di contentare il Papa nel medesimo proposito; ed i Ministri di Sua Maestà potranno far fede dell'opera mia, senza che io entri in altro. Ma io veggo che la cosa corre da sè stessa al palio.»