Con questi auspicî non lieti Carlo portò le sue galere a Marsiglia; e subito corse per le poste alla corte in Parigi per baciar le mani al re Arrigo II, il quale in quei primi fervori lo accolse con molte dimostrazioni di gradimento. E Carlo prese servigio, unì le sue galèe a quelle del Re, militò in tutte le fazioni combattute per quei tempi nelle acque della Liguria e della Corsica, ebbe sventure, perse quattro galèe, due per combattimenti e due per naufragio; ne costruì due di nuovo a sue spese, sempre in ossequio e servigio di Francia. Ma non avendo per tutto ciò potuto cessare i sospetti che della sua fede avevano preso gl'invidiosi, e accortosi che qualche brutto tiro mulinavasi contro la persona sua, smucciò via secretamente, lasciando le sue galèe nel porto di Marsiglia. Però il Re le fece sequestrare: ne tolse il governo al capitan Filippo Orsini da Vicovaro, uomo del cardinal Guidascanio, e ne dette il carico al capitan Niccolò Alamanni, fuoruscito fiorentino e francese smaccato, per l'avversione sua contro al duca Cosimo amico degli Spagnuoli[378].
Ciò non pertanto Carlo, venuto in Italia, continuò a militare pei Francesi medesimi nella guerra di Siena, entrando da venturiero nelle fazioni che furono combattute qua e là per quello stato, con molto vantaggio dei padroni, per essere nelle parti medesime le castella della sua casa. E tanto animosamente si era cacciato nella infelice campagna, che in uno scontro di cavalli tra il marchese di Marignano e Piero Strozzi, Carlo per liberare Mario suo fratello fatto prigione da Alessandro Palogi gentiluomo romano, troppo arditamente e senza riguardo alcuno cacciatosi innanzi, incontrò la medesima sorte, ed ambedue furono menati prigioni a Firenze[379]. Per questi fatti Carlo rientrò nella grazia del Re, tanto che si ardì scrivergli come e' desiderava rimettersi sulle stesse galèe al modo di prima per servirlo sul mare, dove meglio poteva: e il Re comandò al capitan Niccolò Alamanni, il quale allora si trovava in Corsica colle galere medesime, che dovesse venire in Civitavecchia a levarlo, subito che, pagata la taglia, si fosse riscosso dalla prigionia.
XXVIII.
[23 maggio 1555.]
XXVIII. — Per la morte accaduta in quest'anno di Giulio III e di Marcello II, era addì ventitrè di maggio divenuto papa il cardinal Giampietro Caraffa col nome di Paolo IV; uomo, per quel che ne dice il Pallavicino e con lui ne dicono tanti altri dotti e virtuosi scrittori, di gran zelo per la religione, ma impetuoso verso ciò che sembravagli giusto ed onesto. Certo della rettitudine delle sue intenzioni, non era ugualmente destro nell'ordinare i mezzi al fine: e non cogliendo nelle opere il punto giusto tra gli estremi, dava nel difetto o nell'eccesso, e più in questo che in quello. A tale disposizione dell'animo aggiugneva molta avversione contro la Spagna signoreggiante in Napoli sua patria, e specialmente contro la corte e i ministri di Carlo e di Filippo per ciò che toccava il loro governo civile e religioso[380]. Queste avvertenze sono necessarie: esse sole bastano a spiegare tutti i fatti della sua vita e della sua morte. Perciò fin dal principio della esaltazione i partigiani si empirono di sospetti, e dovunque inciprignirono le nimicizie, i timori e le trame delle grandi fazioni che tenean divisi i popoli.
Non ignoravano gli umori del tempo e le inclinazioni del nuovo Pontefice i maggiorenti di casa Sforza: prevedevano la tempesta, e desideravano trovarsi uniti e forti per dare e per ricevere maggiori vantaggi. Avvisatisi adunque dei successi di Carlo in Francia, e delle sue disgrazie e ritorni, pensarono volgere ogni cosa a seconda dei loro desiderî, tirando anche lui a parte spagnuola. Di che lo confortarono assai, e lo indussero a dissimulare co' suoi Francesi, finchè non avesse ricuperato le proprie galèe: colle quali, essi dicevano, tornerebbe come capitano di potenza e di seguito più e più accetto a Cesare[381]. Con questi concerti aspettarono che l'Alamanni, secondo gli avvisi di Francia, menasse dalla Corsica in Civitavecchia le galèe per imbarcarvi il Priore; il quale, uscito di prigione, alloggiava in Roma coi fratelli.
[9 agosto 1555.]
Giunto finalmente il capitan Alamanni nel porto di Civitavecchia, Carlo non si fece trovare colà: ma restossi in Roma colla solita scusa d'un piede azzoppato dal calcio di un cavallo. In sua vece mandò monsignor Alessandro suo fratello a trattenere le galèe fino alla venuta sua, dandogli scrittura di piena autorità sulle medesime[382]. Alessandro giovine, ardito e prosuntuoso per la parentela farnesiana, per la grandezza di casa sua, e per la protezione imperiale, arrivato con secrete intelligenze in Civitavecchia, salì a bordo della capitana, ricevuto con tutti gli onori e con molta amorevolezza dall'Alamanni. Dopo desinare, come stanco del viaggio per aver cavalcato di notte, scese a riposo nella camera d'abbasso: ove indi a poco lo segui il capitan Niccolò, volendo domandargli più specialmente le nuove del Priore, e la cagione del non esser venuto egli stesso in persona, secondo il concerto. Alessandro ripetè l'impedimento del piede; e in conferma mostrò all'Alamanni l'ordine in scritto. Leggendo quella carta, Niccolò fece tali e tanti atti di maraviglia che mostrò chiara la poca volontà di contentarsene: il perchè Alessandro, il quale era sul letto, rizzatosi in piè, gli domandò risolutamente, essendo due soli in camera, se intendeva di ubbidire o no. Sopra tale domanda fece l'Alamanni qualche osservazione, allegando varie difficoltà, e specialmente gli ordini del re di Francia. Allora Alessandro, preso con una mano il pugnale, che a similitudine degli ufficiali di marina aveasi allacciato alla cintura[383]; e coll'altra mano stretto messer Niccolò nel petto, gli disse: Vuoi tu dunque tenere per forza la roba di casa mia? e lo minacciò di presente se non prometteva ubbidienza. Sgomentossi l'Alamanni, e rispose saper lui bene, cui le galere di buon diritto appartenessero; e perciò esso e gli ufficiali starebbero contenti agli ordini scritti dal Priore. Subito Alessandro lo rinserrò nella camera di sotto, e salito in poppa alla spalliera trovò da cinquanta a sessanta giovani civitavecchiesi, i quali, perchè affezionati alla casa sua, ed avvisati a tempo, erano venuti a bordo come per visitarlo[384].
Possiamo pensare tra questi il capitan Francesco Andreotti, già seguace di Carlo Sforza in Africa[385], il prode giovane Filippo Filippetti, venturiero alla stessa impresa, e poscia capitano a Lepanto e alle altre fazioni di quella lega[386]; l'alfier Trajano Biancardi, che poi vedremo colonnello[387]; e così il capitan Vincenzo Stella, gli Anselmi, i Rossi, i Rocchi, gli Egidî, i Bonifaci, i Fiori, i Tomaini, i Martinelli ed altrettali, i cui nomi si leggono per quel secolo nei primi onori e documenti della loro patria[388]. Rinfrancato da tanti amici, Alessandro prese animo maggiore, licenziò alcuni fedeli dell'Alamanni, e chiamati a sè gli ufficiali e i marinari, parte ne ritenne, e parte ne prosciolse, dando a ciascuno i suoi stipendî. Nell'altra galèa, governata dal capitan Francesco de Nobili, uomo parziale di casa Sforza, non occorse altra novità, limitandosi Alessandro a fargli intendere che vedesse modo di prevenire ogni inconveniente. Finalmente per queste prontissime disposizioni trovandosi da ogni parte assicurato, cavò dal govone dove era racchiuso l'Alamanni, e con bel garbo gli diè licenza di andarsene a suo talento. Così Alessandro si fece padrone dei due bastimenti col disegno di condurli tra le braccia degli Spagnuoli di Napoli, avendoli oramai cavati dalle branche dei Francesi di Marsiglia.