Se non che verso la primavera seguente fu costretto partirsi anche di qua per la guerra vicina tra Francia e Spagna, poscia allargata in Italia ed in Europa. La prima scintilla scoccò da Parma, dove quel duca Ottavio, genero dell'Imperatore, per non essere cacciato di casa sua, e per non perdere Parma tra gli artigli del suocero, come aveva perduta Piacenza, erasi gettato in braccio ai Francesi: indi altra guerra tra le nazioni rivali. Carlo unito coi Papalini, Arrigo coi Turchi. Tornò l'armata ottomana sui lidi d'Italia, tornò Dragut più terribile di prima. Bruciata Agosta in Sicilia, arsa la rôcca, offesa Malta, preso il castello del Gozzo e quattromila isolani fatti schiavi, perdute sei galere dal Doria, cacciati i Gerosolimitani dalla città e fortezza di Tripoli. Travolto dal turbine Carlo Sforza si ritirò colle sue galèe a Marsiglia[368]. Seguì la stessa strada che prima di lui avean battuta altri quattro dei nostri capitani; il Doria, il Vettori, il Salviati, e l'Orsino. Tutti a un modo e di primo slancio da Civitavecchia a Marsiglia, ma niuno di loro per lungo tempo contento.
[Maggio 1551.]
Meno di ogni altro ebbe a restarne soddisfatto lo Sforza, i cui strani ed infelici casi devono essere da noi ricordati. Infin dal primo viaggio di Marsiglia, menando seco Orazio Farnese duca di Castro, con Francesco de Nobili, Antonio da Gubbio, Aurelio Fregosi, e altrettali partigiani, naufragarono presso a Viareggio, perdendovi due galere, e mettendo in sospetto i Signori lucchesi, i quali subito ne scrissero a don Ferrante Gonzaga così[369]: «Illustrissimo et Eccellentissimo signore[370]. Havendo questa mattina hauto aviso dal Commissario nostro di Viareggio, che per fortuna erano date a traverso dui galere nella nostra spiaggia, in un luogo vicino alle confini con l'Illustrissimo duca di Fiorenza, inviammo subito a quella volta un nostro Commissario particolare, per intendere il successo, et di chi fussero le galere, inventariare le robe, et farle guardare, il quale all'arrivo suo ritrovò che le galere erano del priore di Lombardia, et che havevano portato il signore Horatio Farnese[371], il signor Aurelio Fregoso[372], il capitano Antonio di Augubio, con tre o quattro altri servitori del signor Horatio[373], li quali tutti insieme con le robbe di già era stati condutti a Pietrasanta, castello ivi vicino, dai sudditi del prefato signor Duca, et lassati alcuni altri, pure da Pietrasanta, alla guardia delle galere, nelle quali non era restato altro che artiglierie, vele, et remi, et parendoci pur caso di consideratione et importanza, c'è parso debito nostro farlo intendere con diligenza a Vostra Eccellenza[374], sì come faremo sempre che occorrerà cosa degna di aviso, et alla buona gratia sua ci offeriamo et raccomandiamo con tutto il cuore, pregandole felicità. — Il dì xv di maggio MDLI».
Al tempo stesso i Signori lucchesi, tenendosi in equilibrio, scrivevano condoglianze e facevano offerte ad Orazio duca di Castro, come risulta dalla risposta di lui nel giorno seguente e in questi termini: «Molto Magnifici Signori. Io desiderava grandemente fare il camino di Lucca per poterle ringratiare a bocca delle cortesie et offerte che gli è piaciuto farmi, ma per essere stato intertenuto qua in Pietrasanta più che non pensava, mi è parso per spedirmi più tosto del viaggio, pigliare il camino più breve, così hoggi, piagendo a Dio, piglierò il camino per Parma, come da M. Francesco Nobili intenderanno appieno, al quale ho commesso in nome, che li visiti, mi l'offerisca, et le dia conto di quanto occorre, le piacerà dargli tutta quella fede che farieno a me proprio, che sarà il fine della presente con raccomandarmegli, et offerirmegli quanto maggiormente posso, che nostro signore Iddio le concedi ogni felicità. — Di Pietrasanta, alli xvj di maggio MDLI».
Replicavano nell'istesso tuono quei Signori rispondendogli così: «Illustrissimo et Eccellentissimo Signore. Con la lettera di Vostra Eccellenza da Pietrasanta, et per relatione di M. Francesco Nobili habbiamo inteso il buon animo suo verso di Noi, et la cortezia che s'è degnata di usare in farci partecipi de' suoi felici successi[375]. De' quali sentiamo quel piacere che si possa maggiore, et ne le rendiamo infinite gratie di così corteze offitio, rendendola certa, che c'è dispiaciuto grandemente in questa sua aversità di mare non haverle potuto mostrare quanto siamo obligati alla sua casa Illustrissima, et perchè più appieno potrà essere informata dal detto M. Francesco, rimettendoci a lui non le diremo altro, se non che alla buona gratia di Vostra Eccellenza ci offeriamo et raccomandiamo con tutto il cuore pregandole ogni felicità. — Il dì xix maggio MDLI».
[1552-53.]
In somma col naufragio di Carlo Sforza e di Orazio Farnese cominciò la guerra di Parma, e l'anno seguente ebbe termine per la mediazione dei Veneziani[376]. Ma fu tregua di breve durata, chè si accese subito la guerra di Siena. Da capo, per terra e per mare, Turchi, Protestanti, Francesi e Spagnuoli in arme: guerra in Toscana, in Piemonte, in Francia, in Germania; desolazioni di Dragut in Sicilia, all'Elba, in Corsica. In mezzo a queste furie brancolava lo Sforza[377]; e finalmente gli succedeva quell'intricato caso, di che, avendosi ora piena contezza per le recenti pubblicazioni dell'Archivio storico, non devo io passarmi. Qui si parranno le costumanze marinaresche del secolo decimosesto, qui le notizie delle città littorane, e gli intrighi delle fazioni, e le astuzie dei partigiani, e qui la causa prossima della famosa guerra di Campagna tra gli Spagnuoli e Paolo IV. Prendo a dirne dal principio.
XXVII.
[1554.]
XXVII. — Si noveravano per questi tempi cinque personaggi, tutti di alto affare, nella casa Sforzesca: ciò è a dire, il conte di Santafiora, capo della famiglia; il cardinal Guidascanio, camerlengo di santa Chiesa; Alessandro, chierico di Camera; e i due minori fratelli, che seguivano la professione delle armi, Mario e Carlo. Stando l'Italia divisa dalle fazioni francese e spagnuola; e non potendo i baroni sperar nulla, e presso che non dissi vivere, senza accostarsi o a questa o a quella, dove con grande insistenza e con ogni maniera di artifizî erano chiamati, anche a costo di rompere la fede ai proprî sovrani e la pace nelle istesse loro famiglie, v'ebbe pur screzio nella casa Sforzesca; i primi tre, Conte, Cardinale e Prelato tenean fermo a parte spagnuola; e gli altri due, Soldato e Marinaro, a parte francese. Ma perchè la maggiore autorità stava coi primi, non rimaneva ai secondi nè gran forza nè gran credito: e per quanto si studiassero di parere franceschi, non potevano mai togliere dal capo a costoro che, essendo eglino fratelli dei nemici loro, non dovessero essere guardati e avuti a sospetto.