Alcuni già parlavano di voler fortificare Afrodisio alla moderna: e il Vicerè più d'ogni altro desiderava assicurare con grandiose opere difensive il possesso di piazza tanto importante, conquistata a gran fatica sotto il suo governo. Però a quel Prato architetto e ingegnere militare di sua fiducia, che abbiamo addietro nominato, diè il carico di studiare sul terreno le linee che meglio potessero convenire a rendere vie più sicuro quel luogo, già per sua natura fortissimo. L'architetto eseguì le commissioni, e non istette contento ai disegni di pianta sulla carta, ma volle farne il modello in rilievo di legname, così perfetto e bello, che il Vicerè si tenne onorato di farlo presentare all'Imperatore per le mani di un gentiluomo, spedito per questo rispetto alla Corte[356]. Intanto l'istesso Prato dava mano ai risarcimenti necessarî intorno alle brecce, ed a spianare le trincere dell'assedio, e ad imbastire qualche principio di nuovi rinforzi[357]. Sarà inutile entrare in altri particolari: come ciascuno facilmente prevede, non se ne fece più nulla, per la consueta difficoltà della spesa. Anzi l'istesso Imperatore dopo tre o quattro anni, pensandosi troppo aggravato di qualche soldo che gli andava per quelle genti, mandò colà don Fernando d'Acugna con buona provvisione di piccozze e di fornelli a smantellare tutte le fortificazioni nuove e vecchie, e a ritirarne il presidio[358].
Nondimeno dalle lettere dei contemporanei possiam noi raccogliere quanto fosse pregiata la vittoria e la conquista d'Afrodisio; e come ci metta bene ripetere la scrittura fattane da Annibal Caro per ordine del cardinale Alessandro Farnese[359]: «Al signor Giovan di Vega. — La vittoria, che Vostra Eccellenza ha riportata dall'impresa d'Africa, è tale che io me ne debbo rallegrar seco; non solamente come amico affezionato suo e desideroso della propagazione dell'imperio di sua Maestà Cesarea, ma come cristiano; poichè ne risulta beneficio universale a tutto il Cristianesimo, così per l'esaltazione della fede, come per la sicurezza delle provincie. Il qual frutto solo è tanto grande, che mi pare superfluo di magnificarla con altre circostanze per molte e grandi che sieno quelle che la possono mostrare grandissima, come la è con effetto; massimamente per essere notissime e considerate da tutto il mondo. Me ne rallegro adunque, come ho detto, desiderando che le sia d'altrettanto merito appresso a Dio, di quanta riputazione l'è stata e sarà sempre appresso degli uomini. Di Roma, il primo di novembre 1550.»
[Ottobre 1550.]
Con questo i nostri appresso al principe Doria venivano di ritorno verso la Sicilia e verso Napoli, e ricevevano in ogni parte dalle città e dalle fortezze ogni maniera di onoranza e di saluti; ed ogni dì meglio sentivano quanto da presso e da lungi le corti e i popoli si rallegrassero delle loro vittorie[360]. Il Papa aveva ordinato solennissimi ringraziamenti a Dio nella chiesa di san Pietro, luminarie per tre notti consecutive, fiaccole al Campidoglio, falò e musica per le piazze principali[361]. Le quali pubbliche dimostrazioni di esultanza, come erano state grandi nel Regno, nello Stato e in Roma, così crebbero maggiori in Toscana, nella Liguria e a doppio nelle Spagne; avendo più d'ogni altro quei popoli goduti i frutti della vittoria. Le ricchezze, le artiglierie, gli schiavi andarono ai padroni: ed in Roma Orazio Nocella da Terni, inviato straordinario del Vicerè, portò una lettera diplomatica per dire che, dopo Dio, il gran beneficio della vittoria doveasi a papa Giulio ed alle sue genti, capitani e marinari[362]. Stessero contenti con Dio: chè dagli uomini altro non toccherebbero se non un chiavistello, alcuni cani, tre cavalli, due leoni e qualche arredo barbarico da far paghi i curiosi per le vie a vederli passare. In corte sbraitava il Nocella, dicendo[363]: «Ecco il chiavistello della orribil carcere, dove stavano rinchiusi gli schiavi cristiani. Ecco la bandiera di Dragut tolta dalla torre maggiore di Afrodisio. Questi sono i cani della Libia, questi i cavalli messi alla maniera dei beduini; questi i leoni domati e questi gli archi di corno. Vedete la grandezza dell'animo devotissimo e non pensate alla povertà del dono.»
Così vociava Nocella in palazzo. Ma in piazza si diceva diversamente: e ce ne resta memoria in un foglietto volante di quattro pagine, stampato nella stessa città di Roma con tutte le consuete approvazioni, e proprio di quei giorni, per dare notizia al pubblico dei fatti correnti[364]. Questo non sia per rimprovero ad alcuno, ma valga soltanto a ribadire il chiovo più volte battuto sull'impronta caratteristica della nostra marineria: sempre pronta ad ogni servizio pel pubblico bene, senza altra speranza di privato vantaggio. Ai nostri marini dovete meritamente apporre l'antica formola del dritto romano, ricordata per final conclusione da Tullio, che dice[365]: «Se ne tornino con lode alle case loro.»
XXVI.
[Dicembre 1550.]
XXVI. — Onoratamente pertanto quei signori che abbiamo scorto in Africa se ne tornarono chi a Roma, chi a Perugia, chi a Bologna; e in Civitavecchia non restò altri che il capitano Carlo Sforza senza condotta. Conciossiachè parendo ai Camerali spenta al tutto la potenza di Dragut e degli altri pirati, pensarono togliersi il peso di mantenere le galèe e facilmente di mutuo consenso sciolsero il contratto, lasciando allo Sforza piena libertà di condurre la squadra ovunque meglio gli fosse tornato[366]. Ed egli consapevole di essere odiato dagli Spagnuoli, e per questo non fidandosi di toccare nè i porti del Regno, nè di Toscana, nè della Liguria, dove i suoi nemici comandavano, se ne restò più di prima attaccato al porto di Civitavecchia, corseggiando contro i pirati per conto suo, e facendo buona guardia intorno alla spiaggia romana: di che i Civitavecchiesi, che erano la parte maggiore del suo armamento, gli restarono grandemente obbligati, e divennero sempre più amorevoli a lui ed alla sua casa[367].
[Marzo 1551.]