Sul mezzodì le genti deputate all'assalto presero ristoro di cibo e bevanda, in piè colle armi allato, e tutti a un desco capitani, soldati e venturieri. Indi cessarono i fuochi. Quaranta palischermi portarono i soldati al lido sotto l'ultima breccia, dove prestamente guazzando presero terra, e formarono lo squadrone[348]. Al tocco delle tre pomeridiane, alto silenzio: poi di mezzo ai mille squillò la nota carica, sonata dalla tromba della Reale, e rispose dal campo un colpo solitario. Gli occhi di tutti al cielo, il ginocchio a terra, la mano al petto; i sacerdoti compartirono l'assoluzione in compendio: e i guerrieri, gridando: Avanti, Avanti, corsero ai varchi.
Or non mi è possibile narrare insieme l'andamento delle tre colonne: e come ognuno intende, sono costretto dir le cose ad una ad una, quantunque avvenute nello stesso tempo. Comincio dal punto ove siamo, e dove tutti mi vedono, cioè dalla marina: seguirò brevemente le mosse sempre rapidissime degli assalti, e sarò presto al sommo colle altre due valorose colonne di Spagna. Ecco Claudio, il Vitello, il Baglione, il Savello, la nobile compagnia dei venturieri romani e fiorentini, insieme col fior dei prodi nelle assise di Malta, salgono arditamente verso la breccia. La colonna, stretta in massa, assorbe la scarica dei difensori appostati dietro le rovine: cadono tra ufficiali e cavalieri più che venti persone, tutte principali. Ma al tempo stesso gli assalitori si gittano nella piazza, e pigliano a corpo a corpo colle spade e coi pugnali a sgombrare l'interno delle mura di verso l'istmo, per dare la mano ai compagni. Contrasto fiero, disperato, pertinacissimo, fuori e dentro ad ogni passo: difficile tanto il salire, quanto lo scendere dall'uno all'altro muro, anche per didentro; e sempre ostinatamente conteso dai nemici appostati sulle torri, alle finestre, pei tetti. Ciò non pertanto alcuni di salto, ed altri coll'ajuto di palanche trovate a caso trapassano, ed altri ancora più agiatamente dalla estrema destra entrano e si stabiliscono nell'interno della città, e poi mano mano si prolungano verso la sinistra accostandosi alle altre due colonne di verso terra[349].
Più duro intoppo incontrò lo squadrone del centro, dove caddero o morti o malamente feriti i capitani Zumarraga e Belcazar, e i due Ferranti di Toledo e Lupo, l'alfier Sedegno, il cavalier di Ulloa, cinque alfieri, sedici sergenti, e i tre generosi fratelli Moreróla, l'uno dopo l'altro colla bandiera in mano. Ma infine anche i prodi dello squadrone centrale scavalcarono dal primo al secondo recinto, discesero nella città, e si congiunsero agli altri. Tutte queste difficoltà potrebbonsi quasi stimare per nulla in confronto al contrasto incontrato dall'ultima colonna intorno alle ruine del torrione maestro, chiamato il rivellino: quasi tutti i capitani ed ufficiali restarono sulla breccia, e la maggiore mortalità diè prova di più alto valore. Là, al dir dei contemporanei, finalmente cadde Assan-rais governatore della piazza, nipote di Dragut (da non confondere con altri nipoti nello scambio dei prigionieri); e là si potè in conclusione gridar vittoria, che, vivente Assano, non si sarebbe gridata mai, come egli aveva sempre asserito[350]. Allora si congiunsero le tre colonne, corsero la città, disarmarono il presidio, restrinsero diecimila prigionieri, e aprirono le carceri, dove un centinajo di Cristiani, e tra essi cavalieri, sacerdoti, fanciulli e femmine, lasciavano giubilanti le catene[351].
Or quivi con maggiore esultanza capitani e soldati convenivano, rallegrandosi della fortuna dei liberati fratelli: e chi lodava il valore di questo o di quello, chi il senno degli architetti e degli ingegneri; e chi per isgombrare dalla mente quell'aria di tristezza che sempre gravita sur una città presa d'assalto (anche al pensiero dei vittoriosi soldati e degli umani lettori) ricercava la cervia del Vicerè.
Sia concesso anche a me per le stesse ragioni aver modo di dire come don Giovanni di Vega, vicerè di Sicilia, aveva al campo una giovane e bellissima cervia, mandatagli in dono da donna Isabella sua figlia, da lei stessa ridotta mansueta e domestica. Don Giovanni menavasela sovente appresso, la nutriva alla sua mensa, e ritenevala nella scuderia coi cavalli di battaglia. Tutti i soldati del campo la conoscevano e l'accarezzavano. Quando le colonne si aringarono per lanciarsi alla ultima prova, il mansueto animale venne in mezzo a vedere la mostra: e nel momento solenne del primo distacco, come ebbe riconosciuta la voce del padrone, e la sua mano distesa verso la breccia, e i soldati correre a quella volta, e squillare concitate le trombe di mezzo ai tamburi, essa al modo dei generosi destrieri fiutò la guerra, spiccò un salto, e via innanzi a tutti dentro nella città pei rottami. Dove non avendo poscia trovato nè padroni nè servi, ebbe ribrezzo, come possiamo pensare, della strage; e saltando oltre pei dirupi esterni della piazza ripigliò il genio degli aperti campi, perchè non fu potuta più, nè viva nè morta, ritrovare[352].
XXV.
[11 settembre 1550.]
XXV. — Il giorno seguente, volendo celebrare con più solennità la vittoria e rendere all'Altissimo le dovute grazie, ordinarono l'ingresso trionfale dal campo alla città per la porta maestra. Mettiamci sul ponte, e potremo a bell'agio vedere la sfilata: avanti a tutti i picconieri e la musica, appresso un drappello di archibugeri ed uno di picchieri, indi il vecchio Doria col notissimo berrettone di generale del mare; e in ricchi elmetti con lui don Giovanni e don Garzia: dopo in morione e corsaletto i generali delle galere Sforza, Orsini, e Claudio; e tutti arnesati di piastra e maglia i generali delle fanterie Baglioni, Savelli, Vitelli e gli altri. Ecco in gran frotta tra i capitani Filippo Orsini da Vicovaro, Francesco de Nobili da Lucca, Antonio Fani da Bologna, e tra i gentiluomini ed ufficiali l'Andreotti, il Filippetti, e il Biancardi, gli Oddi, il Ranieri, il Parisani, e tanti altri cavalieri e signori spagnuoli, romani, napoletani, genovesi e fiorentini[353]. Pensiamo splendore e bellezza di gente esultante, soldati e marinari delle varie bandiere, ed entriamo con loro per la sospirata porta nella città, infino alla novella chiesa di san Giovanni, ove si canta laude a Dio, per riconoscimento della compiuta vittoria.
[12-30 settembre 1550.]
Tanto bastò a don Giovanni di Vega per disciogliere a un tratto il triumvirato, quantunque grande prevedesse l'alterazione di don Garzia[354]. Terminata la guerra, solennemente fece pubblica la giurisdizione sua per ragione dell'ufficio, come vicerè della Sicilia: si dichiarò unico capitan generale in Africa, scrisse col suo nome i bandi, prese possesso della città, e la pose sotto il civil dominio di Mùlei Achmet re di Tunisi, amico e tributario del re di Spagna, a patto che non mai più quivi sostenesse nè tollerasse pirati; e di più facesse le spese alla guarnigione di mille fanti, che per malleveria dei patti intendeva lasciar nella piazza al modo stesso che si tenevano alla Goletta[355].