Dato il segno dal campo, sfolgorò l'artiglieria da ogni parte contro la piazza, traendo ciascuno a gara dell'altro, dalle trincere, dall'armata e dalla sambuca. I nemici peggio che peggio infuriati rispondevano a tutti, principalmente mirando a subbissare la macchina, che prevedevano più dannosa per loro. I colpi maggiori pareano diretti a quel solo bersaglio: e le palle come gragnuola frullavangli intorno, toccandola a quando a quando nei terrapieni, nelle opere morte, e talvolta anche nel vivo. Si sentivano già cigolare le botti, e vedevasi crescere acqua nella sentina: e la macchina, sparando a furia, e coperta di fumo, oscillava a ritroso sulle anche. In quella una palla di colubrina nemica, entratavi d'infilata, prima rompeva una bozza sulla bitta, appresso portava via ambedue le mani ad un servente, e la testa a quattro soldati[336]. Momento spaventoso pei macchinisti: corse il brivido per le ossa di tutti, si diffuse il panico, e tutti in massa a fuggire dabbasso. Di più spacciarono un palischermo al Doria, supplicandolo che li facesse incontanente levar di là, se non voleva vederli tutti perduti insieme colla sambuca[337]. Il Doria, mosso a compassione pel pauroso rapporto che a nome degli altri doveva aver fatto il più eloquente e il più costernato di tutti, mandò per loro. Ma che? Fosse arte, fosse fortuna, la sambuca stava immobile sull'orma, e non dava indietro un pelo, per quanto vi si adoperassero i marinari. Naturalmente a parer mio, (senza ricorrere ai prodigi del Nocella) aveva a star lì: perchè già menata quanto più si poteva vicino a terra, col sopraccarico di sì gran peso, dopo tante scosse e colpi, doveva essersi accasciata sul fondo, e tenacemente appiastrata tra la sabbia e l'alga: qualità tuttavia propria di quel rivaggio fino ad oggi, come segnano le carte marine dell'ammiragliato britannico[338].

Di che facendo ragione l'Arduini, e vedendo la sua macchina più stabile di prima, l'acqua allo istesso segno e non crescente nel pozzo delle trombe, l'artiglieria senza danno, e il fuoco dei nemici all'incontro rallentato, pensò che la gente di bordo farebbe di necessità virtù. Si pose tra loro con animose parole, fece sgombrare i cadaveri, mandò altrove il moncherino, e chiese un rinforzo di soldati per isgombrare ogni rimasuglio di pànico coll'esempio, e bisognando anche colla forza. Ebbe subito il sergente Pallares con sessanta fanti spagnoli; appresso il capitan Orihuela, che fu costretto a ritirarsi ferito di scheggia alla prima comparsa; e finalmente il capitan Solis colla sua compagnia. La gente tantosto riprese animo, tornò al dovere come prima: tutti a gara intorno ai pezzi per far bei tiri; e così andò il resto della giornata crescendo il fuoco della sambuca sempre con maggior vantaggio, a emulazione delle altre batterie di terra e di mare, che non avevano mai lasciato di trarre.

[9 settembre 1550.]

Nella notte lavorarono le maestranze a risarcire qualche danno della macchina, ed a crescervi quei ripari che l'esperienza e il raziocinio avevano mostrato convenienti. L'equipaggio prese ristoro, dimenticò lo spavento, e la mattina seguente più baldo e sicuro calcava i cartocci, e appuntava i pezzi sui tagli verticali e orizzontali che far si volevano a compiuta apertura del muro. Il dì nove si parve a tutti evidentissima la eccellente posizione di quella macchina, e il maneggio della sua artiglieria, che non solamente smantellava le muraglie della marina, ma i fianchi del così detto rivellino, e la spalla dell'ultimo torrione tra mare e terra sull'istmo; e di più scortinava per di dentro e di rovescio quasi tutta la difesa della fronte. Ondechè al furioso trarre della sambuca ruinò gran parte della cinta: e l'istesso gran rivellino maestro, che percosso in faccia non aveva mai dato un crollo, ora squassato da tergo, cadeva a pezzi. E quantunque i nemici infuriati per tanti danni, che principalmente provenir vedevano dalla terribile macchina, avessero volto tutto l'animo e lo studio a bruciarla, bolzonando colle balestre e col cannone saette ardenti di fuoco artificiato, non per tutto questo smettevano i nostri diligenza: anzi più prontamente giuocavano di cannonate, plaudendo l'uno all'altro ad ogni bel colpo; e spegnendo sempre che bisognasse l'incendio colle copiose acque del mare; eziandio che ciò costasse a parecchi la vita[339].

In somma la sera del martedì, nove di settembre, la piazza era aperta: e tutti avrebber voluto alla fine entrarci dentro. Solo il vicerè di Sicilia don Giovanni de Vega si oppose, e sostenne doversi l'assalto rimettere al giorno seguente, dicendo che per la notte ormai vicina si andrebbe male dentro una piazza sconosciuta, tra nemici disperati, a rischio di esser fatti a pezzi negli interni traghetti, e forse anche costretti a uscirne fuori con molta vergogna. L'esperienza successiva comprovò la saviezza del consiglio antecedente.

XXIV.

[10 settembre 1550].

XXIV. — Nella stessa notte capitani, soldati e marinari approntarono le armi per la imminente giornata: chi assegnato di guardia alle trincere, chi di riserva ai soccorsi, chi ad una delle tre colonne di assalto. Nella prima, s'intende, don Garzia di Toledo contro il rivellino diroccato[340]; nella seconda don Giovanni di Vega contro la muraglia della primitiva prova[341]; nella terza dalla parte della marina mille italiani. Contate trecento romani del naviglio di Sforza, condotti da Astorre Baglioni[342]; altrettanti fiorentini, delle galèe dell'Orsino, sotto Chiappin Vitelli[343]; e quattrocento tra soldati e cavalieri di Malta, col commendatore Claudio della Sengle[344]. Claudio volle unirsi alla colonna italica, sebbene avesse a suo talento la scelta di quella che più gli fosse gradita. Sapeva bene il savio commendatore, e futuro Grammaestro, doversi unire i marini ai marini: massime a quelli, la cui tempra e valore negli ardui cimenti eragli di lunga mano già conta. Imperciocchè quanto allora stava in alto la fama delle fanterie spagnuole per la fermezza dell'ordinanza, altrettanto per gli assalti pregiavansi le milizie italiane: e veramente quel giorno a gara romani, fiorentini, genovesi e napolitani confermarono onorevolmente la comune riputazione[345].

Come fu giorno, tutte le galèe in battaglia si accostarono alla piazza, e la posero come bersaglio centrale a un semicerchio di cannoni. Il Doria al primo posto collo stendardo del Crocifisso all'albero maestro, secondo la consuetudine delle grandi giornate, spiegava da poppa gli aquiloni imperiali in ruote sopra le lunghe filiere dei gagliardetti e delle banderuole[346]: alla destra le galere sue, di Napoli e di Sicilia, che non avevano fanteria da sbarcare; a sinistra le galèe di Roma, di Firenze e di Malta, tutte imbandierate a festa come in giorno solenne; e i mille in arme allestiti per discendere in terra.

Se non che prima di venire all'ultima prova parve conveniente ai Triumviri di stancare nella mattinata i difensori, ripigliando a batterli con tutte le artiglierie dal mare, dalle trincere e dalla sambuca: volevano spianare vie meglio le brecce, e radere ogni riparo che vi potessero avere i nemici imbastito nella notte. Nella qual fazione di soverchio ardore, di prestezza e di fuoco incalzante, ebbe a crepare qualche pezzo; e tra gli altri uno delle galèe romane, senza altro danno, nè delle persone ne del legno[347].