Dunque mossero i trecento all'altra prova, giudicata necessaria dal Duca per la mancanza delle munizioni. Superarono costoro, benchè con morte di molti, la difficoltà del passo e della salita, e cacciaronsi pur nella camera: la quale ad arte, non facendosi di dentro alcun movimento, fu tenuta buja e silenziosa, tanto sol che fosse piena. Allora insieme all'improvviso bagliore dei lampi una grandine di archibugiate sprizzò dai pertugî, senza cadere colpo in fallo per la vicinanza e il pieno di tanta gente; sì che cominciarono quei cotali a pentirsi di essere venuti tanto oltre, ove non potevano nè difendersi nè ritirarsi. Avanti un muro massiccio, in faccia archibugiate sonore, e appresso tanti compagni incalzanti nelle angustie della mortifera caverna, che era impossibile oramai vederne uscire uno vivo. Laonde il Duca, mosso a compassione, e cedendo all'arte ed al valore di Orazio, fece sonare a raccolta, e volle che la seconda colonna si ritirasse, come la prima. Lasciarono centocinquanta cadaveri addietro, tra i quali l'alfiere di Mardonès, con diversi ufficiali; e quel che più dolse a tutti l'istesso colonnello don Alvaro, ferito in una coscia, passò di vita il giorno seguente. Dal principio alla fine di questo assedio, di ferro, di fuoco, di stento, vi ebbero fuori di combattimento in Ostia millecinquecento soldati[451]. Dunque alla prova in quella rôcca aveva disegnato e lavorato a dovere, secondo arte militare, Giuliano da Sangallo.
Le vestigia dell'assedio, impresse tuttavia sul terreno circostante, e più sulle muraglie medesime per tutto il fronte occidentale, io scrittore di questa storia ho vedute e rivedute più volte, prima che andassero in gran parte cancellate dai recentissimi ristauri. Ho riconosciuto i pezzi della cortina rifatti da Pio IV, ho visto il fianchetto cimato, e i crepacci della breccia alla torre angolare in ampio cerchio fin presso alla linea del primo cordone, mal celati dai risarcimenti dello stesso Pio[452]. Ho palpato i forami delle cannonate, e riconosciuto i rovinacci intorno di grandi massi e di primitiva costruzione; sono entrato nella camera fatale, che risponde alla gola del torrione di ponente. Intatta ho veduto la parte bassa dal cordone in giù; intatte le troniere e le batterie casamattate, le porte, gli stipiti e gli spiragli delle strombature basse, che tuttavia conservano i marmi, e le iscrizioni originali scolpitevi dal cardinale Giuliano vescovo d'Ostia, nel tempo di papa Sisto[453].
Ora i maggiori segni dell'assedio sono stati quasi tutti cancellati pei grandiosi ristauri eseguiti a spese dell'erario negli anni cinquantanove e sessanta del presente secolo, quantunque pensati qualche anno prima; ed anche anticipati, secondo il detto pensiero, nella lapide moderna con data anteriore sopra la faccia non battuta nè ristaurata del baluardo verso la città[454]. Al nuovo muro della breccia maggiore sulla torre occidentale hanno similmente affissa una lapidetta con miglior consiglio senza data[455]. Pei riscontri ora non resta che qualche antica incisione, la stampa dell'Orlandini[456], la memoria di chi l'ha visitata nel tempo anteriore ai restauri, come io ne ho scritto[457]; e sopra tutto la bella fotografia rilevata dal notissimo artista bergamasco Giacomo Càneva, nel 1855, prima dei ristauri, di che conservo un esemplare presso di me, e l'ho dinanzi mentre scrivo[458].
XIII.
[18 novembre 1556.]
XIII. — Riuscito il secondo assalto a peggior termine del primo, restarono le genti del Duca insieme spossate e sbalordite: l'istessa cavalleria, tanto valente, sentì l'abbattimento. Consumate le munizioni di guerra, l'inverno vicino, la rôcca in piè, e il maresciallo Strozzi ai fianchi: il quale aveva pur esso gittato sopra due barconi un ponticello sul canale più angusto di Fiumicino, e accennava con frequenti scaramucce di voler molestare sull'isola il campo di Spagna. Se Orazio avesse potuto penetrare col pensiero nelle strettezze dell'avversario, sarebbe stato il signore della prima campagna, e avrebbe ridotto lo Spagnuolo a pessimo partito: ma, chiuso da ogni parte dentro alla piccola cerchia della rôcca, non poteva vedere nè sapere altro più che le private condizioni di sè stesso e de' suoi. Il presidio pieno di coraggio, un solo morto, pochissimi feriti, le vittuaglie a sufficienza: solamente aveva a dolersi della penuria della polvere. Nei quattordici giorni dell'assedio aveane tenuto stretto conto, erasi guardato dal contrabbattere sull'isola, dismessa quasi ogni difesa lontana, e riservate le munizioni al bisogno estremo dell'assalto. In quest'ultimo caso doveva esser largo, e tale si era mostrato, ributtandone vittoriosamente due ferocissimi, e consumando le ultime provviste, che non erano state messe per durar tanto.
Pensando dunque che il nemico non farebbe fine, nè lascerebbe di rimettersi alle batterie ed agli assalti, e non avendo egli con che rispondere, chiamò il dì seguente quell'anfibio di Ascanio della Corgnia; e sperando buon trattamento per aver fatto alla presenza dell'uno e dell'altro esercito onorata difesa, gli si arrese a discrezione[459]. Io l'assolvo: fin dal principio ho detto che egli era giovane.
Così fu perduta la rôcca d'Ostia per solo mancamento di munizioni e per trascuranza di chi amministrava la guerra. Il duca d'Alba, sommamente lieto dell'acquisto non più sperato, uscì d'impacci: piantò la sua bandiera sul mastio, e fece chiudere Orazio con tutti i suoi in fondo di torre, donde non li lasciò uscire altrimenti che consunti dalle infermità e dal digiuno. Agli stessi estremi disegnava colui ridurre la città di Roma, impedita ormai la navigazione del Tevere sopra e sotto corrente; occupato Monterotondo ed Ostia, e stretto il cerchione da ogni altra parte, salvo che da Civitavecchia, dove brillò dal principio alla fine incontaminata la diligenza e la fede del capitan Flaminio Orsino.
[19 novembre 1556.]
Il blocco crebbe lo sgomento nella città. Di che prevalendosi quanti erano imparziali nella corte, signori, prelati e cardinali, presero a suggerire più miti consigli. I Caraffeschi avevano bisogno di riposo, e più di loro il duca d'Alba; il quale, quantunque vincitore, si trovava sparpagliato con poca gente in un semicerchio di sessanta miglia, da Ostia a Marino, ed oltre a Zagarolo, a Tivoli e a Monterotondo. Egli aspettava rinforzi, e voleva stabilirsi meglio nei luoghi occupati: però dètte ascolto volentieri alle proposizioni di tregua, che fu sottoscritta addì diciannove di novembre per dieci giorni, e poscia prorogata sino all'ultimo dell'anno[460].