[8 settembre 1557.]
Non per questo il duca d'Alba abusò della vittoria: anzi accolse e corrispose alle proposizioni di pace che prestamente furono trattate e sottoscritte dal cardinal Caraffa e da lui stesso nella terra delle Cave in Campagna di Roma, addì quattordici del mese di settembre di quest'anno cinquantasette. Può ciascuno leggere la restituzione delle fortezze, delle terre e delle provincie, come sono scritte; la sommissione promessa dal re Filippo, l'imparzialità da papa Paolo, e tutto il resto, per esteso nei codici manoscritti e nei libri stampati che cito[468].
XVI.
[14 settembre 1557.]
XVI. — In vece mi accade ora fermarmi sopra due grandi fatti, strettamente connessi coll'argomento mio e colla memoria del trattato di Cave: l'uno notissimo a tutti, l'altro non avvertito da niuno, per quanto io ne sappia. Come prima nell'istesso giorno di martedì quattordici settembre alle ore quattro pomeridiane tornò in Roma il cardinal Caraffa plenipotenziario papale coi capitoli della pace, sottoscritti alla presenza dei reverendissimi cardinali Santafiora e Vitelli (ambedue testimonî), facendosi intorno ai tre gran festa dalla corte e dal popolo, e mentre volevano la notte i Romani fare le solenni dimostrazioni consuete, con musiche e fuochi per le piazze, non ostante che da due giorni piovesse dirottamente con venti caldi e sciroccali; eccoti il Tevere proprio in quell'ora mettersi per la città; e crescere tanto nella notte, e nel giorno seguente, che fino a oggi restano i segni della terribile alluvione, per la quale andarono in pezzi tre archi del ponte Senatorio, distrutte le nuove fortificazioni di terra intorno al castello Santangelo, rovinate case, campi, fondachi, molini, gualchiere, e le acque dentro la città infino a trenta palmi sopra il livello ordinario. Cosa non mai più veduta dai Romani[469]. Udiamone la relazione a stampa, proprio di quei giorni, scritta da testimonio di veduta, e messa al pubblico in Roma[470]: «Il martedì alli quattordici di settembre 1557 circa le ventidue hore ritornarono a Roma i nostri Reverendissimi[471], ma non con molto fausto, imperò che quasi in quello stesso tempo il Tevere haveva fatto una grossissima piena, ingrossando la notte seguente e il mercoledì circa le hore dodici[472] era l'acqua più alta di un uomo in Agone[473].... E questo crescere di acqua durò tutto quel giorno infino alle quattro o cinque hore di notte, che cominciò a mancare. Ha portato via la metà del ponte di Santa Maria[474], insieme con quella bella cappelletta di Giulio III, che v'era nel mezzo con tanta arte e spesa fabbricata. Ha levato dal suo luogo alcuni pietroni di marmo grossissimi che facevano sponda a castello Santangelo. Ha buttato giù un pezzo di Corridore che va da castello a Palazzo, ec.»
Delle tante ruine la più importante pel regime del Tevere resterebbe ora incerta ed oscura, tra il silenzio dei contemporanei e gli errori dei moderni, se io non venissi apertamente a stabilire come in questi precisi giorni il fiume mutò di letto nell'infimo tronco e sfilò lontano mille metri dalla città di Ostia. Non prima, perchè durante l'assedio l'abbiamo certamente veduto lambirle il piede; non dopo, perchè subito all'entrar di Pio IV la rotta era già fatta. Soltanto adunque nel tempo intermedio per una piena straordinaria come quella del cinquantasette, poteva naturalmente avvenire che la gran massa dell'acqua corrente, movendo impetuosa verso il mare, e cercando la linea più bassa e più breve, scavalcasse e rompesse gli argini a capo Duerami; ed anzi che incanalarsi per l'obliqua giravolta del cubito primitivo infino ad Ostia, si precipitasse per la corda, scavandosi il nuovo letto direttamente dal detto Capo alla torre Bovacciana. Da quel giorno l'alveo antico restossi a secco con pochi acquitrini tra gli argini vuoti, che hanno durato oltre alla metà di questo secolo col nome di Fiumemorto, ed io stesso finalmente l'ho veduto colmare e livellare per opera di quella moderna Società che dal suo intendimento ha preso il titolo delle saline e dei bonificamenti di Ostia. Le belle tavole del Canina mostrano a dito le linee di queste mutazioni[475]; ma le sue parole ci manifestano che egli ed ogni altro con lui comunemente ne ignoravano il tempo e la causa, scrivendo così[476]: «Questa rottura del Fiume si dice essere accaduta verso la metà del secolo passato: ma non si può precisare nè l'epoca, nè il modo come avvenne.»
Se non che prima di lui Giambattista Rasi, unico in questo tra tanti scrittori delle cose tiberine, aveva ben avvertito doversi cercare la risoluzione del problema nelle leggi ripuali, e specialmente nella costituzione di Pio IV, dove se ne contengono gli indizî[477]. Nel vero il tiro delle barche, le tariffe doganali, l'appostamento delle guardie, e tutta la polizia della navigazione doveva essersi risentita del cambiamento successo nel letto tiberino per un tratto notabile, e lungi dalla principale fortezza del passo. Infatti Pio IV, poco stante dopo l'inondazione, premesse le consulte dei mercadanti, dei castellani e dei doganieri, coll'intervento del notissimo Martino d'Ayala console dei marinari, e sotto la presidenza di monsignor Luigi Torres chierico di Camera, e prefetto delle Ripe, finalmente pubblicò alcune leggi colla data del sedici di maggio 1562, dalle quali tiro fuori al nostro proposito gli articoli come sono nello stesso originale espressi in lingua volgare[478]: «Capitolo primo. La barca che arriverà prima al luogo detto Boacciano, dove al presente si è messa la guardia di Ostia, rispetto alla nuova rottura e via che ha fatto il Tevere di qua da Ostia.... sarà tirata prima delle altre, venute dopo.» Continua: «Capitolo quarto. Che li doganieri di Ripa, o vero per loro il castellano d'Ostia, debbano tenere in detto luogo del Boacciano, rincontro alla nuova rottura del Tevere, l'uomo deputato che faccia le bullette.... senza che li marinari sieno tenuti andare a Ostia, e per conto della rottura e della nuova strada non si paghi ad Ostia.» — Capitolo ottavo. «Che li bufali devano tirare le barche fino a Ripa, massime che la nuova rottura del Fiume ha abbreviato la tratta di quello che era prima.»
Dunque non verso la metà del secolo passato, ma nel mezzo al cinquecento la rotta del Tevere già era successa tra il capo Duerami, la rôcca d'Ostia e la torre Bovacciana, come dura infino al presente. Di più il fatto dicevasi nuovo, la strada abbreviata, trasferita la guardia; e così per altri dieci anni, finchè (fabbricato più giù nel basso Tevere il fortino di san Michele) Pio V con un'altra costituzione, ricordando questi fatti medesimi, non ebbevi trasferito la guardia, il tiro e i proventi[479]. Laonde avendo piena certezza degli estremi, perchè nel cinquantasei il Tevere lambiva le mura ed entrava nei fossi della rôcca d'Ostia, come risulta dalla pienezza dei fatti e delle testimonianze dell'assedio; e trovandosi con altrettanta dimostrazione di certezza subito dopo allontanato con tutto il letto per mille metri; sarebbe impossibile supporre nel breve intervallo tanta grande novità nella enorme massa di real fiume altrimenti che per la forza della straordinaria alluvione nell'anno intermedio, e nel giorno preciso che veniva in Roma la certezza della pace conclusa a Cave.
La seconda memoria, e più strettamente connessa col trattato medesimo, da niuno avvertita, è il finale tracollo in Italia della baronia armata. I feudatari corsero l'ultima lancia nella guerra di Campagna, e non risalirono mai più a cavallo, fiaccati e sbalorditi a un tempo, e con un sol colpo, dagli amici e dai nemici. Imperciocchè ai sovrani, desiderosi di concentrare il comando nelle loro mani, secondo l'opinione prevalente appo tutti nel secolo decimosesto, sapendo male della potenza feudale, venne finalmente il destro di opprimerla, e non vollero mancare alla buona ventura. La prima questione, dopo quella del Regno, era stata nella guerra il feudo di Paliano, e le convenienze del duca precedente Marcantonio Colonna, e del duca novello Giovanni Caraffa: questi barone napolitano in guerra contro il Re, quegli barone romano in guerra contro il Papa. Ora dai capitoli di Cave resta esplicitamente escluso proprio questo feudo principale, ed ambedue i pretendenti con pochi riguardi messi da parte; dove in tutti gli altri simili trattati pei tempi anteriori erano stati sempre compresi. Si sa che alcun temperamento doveva essere nelle convenzioni secrete: ma queste non troppo limpide, e lasciate nel profondo del petto ai contraenti. In somma Paolo voleva le mani spiccie per punire quando che fosse i Colonnesi, e per abbattere con loro gli altri baroni: ma decrepito non ebbe il tempo, prevenuto dalla morte nel biennio[480]. Filippo al contrario giovane nel lungo regno, cupamente dissimulando, aspettò il tempo delle sue vendette: e spense nelle grandi casate napolitane ogni vanto di passati armamenti ed ogni ticchio di futuri[481]. Egli con doppio trattato e per ordini secreti ed opposti tra l'ordinario e lo straordinario suo ambasciatore, tuffò tutto insieme il sistema feudale nel sangue di casa Caraffa, del Duca e del Cardinale, che per compenso di questa guerra volle non guari dopo versato sotto la stretta del carnefice[482].
Dunque l'ultima comparsa della baronia in gran frotta di regnicoli, di statisti, e di altre province in più centinaja fra maggiori e minori, armati alla testa dei proprî vassalli, viene nella guerra di Campagna; e il primo trattato di pace che non comprende la grazia dei baroni, sta in quello di Cave. Indi in poi non vedremo più nelle storie nè i grandi difetti, nè le magnanime prodezze dei feudatari. Essi perderanno a poco a poco le fortezze e i cannoni, resteranno contenti di nomi e di titoli, andranno pei giardini e pei teatri, patiranno di splene e di vertigini. Dagli alti spiriti di generoso sangue se ne togli la forza e la sapienza, tu vi metti la follìa. Non tanto le singole parti di una sola giornata, quanto due lunghi secoli in un giorno solo tratteggiò e corresse pel suo tempo il Parini.