XVII.

[1556-57.]

XVII. — Mi sono ben guardato in questo scabroso intervallo della mia storia dal crescere fastidio a me stesso ed ai lettori col seguire passo passo le continue navigazioni del capitan Flaminio e delle sue galèe da Civitavecchia a Marsiglia, e viceversa, menando e rimenando soldati, capitani, ambasciatori, convogli per tutte quelle seguenze di alterne fazioni che vanno sempre simili in questa fatta guerre[483]. Talvolta ancora gli bisognò mostrare i denti, senza però venire alle strette, contro le galere di Napoli, che ad ogni occasione propizia uscivano di Gaeta, e venivano a minacciare sulla nostra spiaggia, ed anche alla vista dei porti[484]. Ora però liberato da ogni altro pensiero, e desideroso di far vie meglio conoscere l'accorgimento di Flaminio e le vicende dei marinari nel secolo decimosesto, devo dire di uno importante avvenimento successo qui tra noi ad una delle nostre galere, durante la guerra. Potremo adesso intendere altresì come nel medesimo tempo e per le stesse ragioni finiscono i baroni in terra ed i venturieri in mare.

Avevamo fin dal principio, come ho detto, una quindicina di galere; e tra esse quattro di Piero Strozzi, già tenute dal celebre Lione Strozzi, suo fratello, con un certo capitan Giovanni Moretti, nativo di Villafranca nel contado di Nizza. Ho pur detto che non si vuol confondere questo nizzardo coll'altro Moretto calabrese, capitano altrettanto noto di cavalleggieri al soldo di Spagna. Ora aggiungo che, a volergli trovare un termine di paragone, più simile nei fatti personali che nei nomi appellativi, bisogna ricordare col presente Moretto il trapassato Morosini, che ebbe la mala paga dai Genovesi in Famagosta, come altrove ho narrato[485]. Pari nell'uno e nell'altro l'ardimento, pari l'arte marinaresca, pari l'avversione ai pirati, e insieme pari in ambedue la cupidigia, e lo stesso desiderio di coprirsi sotto la bandiera papale. Il Morosini entrò nella prima categoria dei capitani di ventura, il Moretto ne chiude l'ultimo periodo. La ruota della fortuna volge nell'istesso verso per mare e per terra; e quando è finito il loro tempo arrovescia insieme i baroni e i venturieri per le campagne e per le marine.

La prima comparsa del capitan Moretto nell'anno del giubileo passa col titolo di corsaro, sotto bandiera di Savoja, accreditato dalle patenti del duca Carlo a correre il mare per suo conto contro Turchi e contro Francesi[486]. Sciolse da Nizza in compagnia di suo fratello, chiamato Melchiorre di Belmonte, e di un prode gentiluomo per nome Pierone Foresta, con una sola galèa di sua proprietà, nuova, forte e bella; fornita di eccellenti artiglierie da ponte e da sbarco, remigata a scaloccio dalla numerosa ciurma di trecento schiavi turchi e prigionieri francesi, e armata con centosessanta uomini da combattere[487]. Costui si pose al gran corso sul mare, e in pochi mesi girò quasi tutte le riviere dei Turchi in Europa e in Africa, traendo da ogni parte prede a suo modo. Eccone un saggio. Va a Bona, spiega bandiera e lingua francese, entra nel porto, invita a desinare una dozzina di Turchi dei principali, e se li porta via col boccone in bocca. A Bugia sottomette una galeotta piratica, e ne libera una quindicina di Cristiani. Alle Seccagne piglia prigioni diversi pescatori di corallo. Presso Tagiora dà la caccia ad alcuni piccoli bastimenti, e si accosta tanto vicino al lido, che a colpi d'archibuso ammazza cavalli e cavalieri concorsi sulla riva contro di lui. Al Cembalo si attacca con una nave di millecinquecento salme[488], armata di dieci cannoni, e difesa da sessanta Turchi: la combatte sempre da lato per tutta la notte, e finalmente se la piglia la mattina, non restatevi più che tre persone vive, due Turchi e un Ebrèo. A capo Matapan piglia all'arrembaggio due vascelli carichi di grano: passa a fil di spada chi resiste, e manda tutto il carico e i legni marinati a Palermo. Indi sottomette uno schirazzo ottomano di ottocento salme.

Andiamo innanzi, chè Moretto non si ferma sempre coi Turchi: ma per certi puntigli di parlamento e di obbedienza attacca pur briga co' Cristiani. Prima nelle acque di Candia sequestra una nave veneziana del capitan Bernardi; e non la rilascia se non dopo aver costretto il medesimo Bernardi a chiedergli scusa, e a dargli notizie precise intorno alle galèe turchesche della guardia di Rodi. Indi vira a ponente verso la Morèa, e sotto la fortezza di Modone blocca una galera algerina diretta a Costantinopoli con un messaggero di quel Re; e intanto si piglia uno schirazzo di gran valuta col carico di panni scarlatti. Alla Cefalonia investe sull'áncora due galeoni che il governatore Mustaffaràn teneva in punto per mandare alle Gerbe carichi di grano in dono a Dragut; ed egli ne fa ricatto verso Nizza. A largo mare per tre giorni e tre notti continue combatte altri due bastimenti, e li fa suoi.

Non lascia a quando a quando di pigliar terra, di fare e ricevere saluti, e di rinnovare le provvigioni, sempre che incontra porti e amici. Nella città di Bugia, tenuta in Africa dagli Spagnuoli, siede invitato a desco dal governatore don Luigi di Peralta: a Tripoli di Barberia, presidiata allora dai Cavalieri gerosolimitani, cena col balì Pietro Nugnez di Herrera: in Malta bacia le mani al Grammaestro: e finalmente di ritorno a Nizza, entra nel porto con pubblica festa, acclamato dal popolo, per avere guadagnato nel corso di un anno, e di parte sua, trentamila ducati tra legni, prigioni, merci e danaro; liberati ottanta Cristiani dalla schiavitù, e portato in trionfo armi, cannoni e bandiere nemiche[489]. Una sola eccezione trovo a tanti favori di grandi personaggi e di cospicue città: il modesto magistrato del porto di Cotrone in Calabria mette in sequestro le prede del capitan Moretto, accusandolo di correre il mare in busca di ogni roba, tanto di amici che di nemici[490]. Della sua bravura mi sento sicuro: non così della delicatezza. Parmi avere innanzi risuscitato il capitan Angelo Morosini da Scio, da Siena, da Venezia, da Roma, e dal ceppo di Famagosta.

Negli anni seguenti deve aver fatto, poco più poco meno, l'istessa vita; ma non trovo io un altro Salazar che me la conti: però mi taccio. Solamente posso asserire che, per la sua bravura entrato in grazia di Leone Strozzi, mutò partito e bandiera[491]: divenne nemico degli Spagnuoli, combattè in favore dei Francesi, e finalmente restò con Piero Strozzi capitano di una delle quattro galèe dal detto Piero portate seco in Civitavecchia, dove lo trovo al soldo di Paolo IV per la guerra di Campagna[492].

XVIII.