[Ottobre 1556.]

XVIII. — Se non che nel mese d'ottobre del cinquantasei il capitan Moretto si trovava affatto malcontento degli Strozzi, e disgustato della sua ventura. Tutti sanno le strettezze dell'erario camerale nel periodo della guerra di Campagna, e ne fa ricordo l'istesso cardinal Pallavicino, citando le parole di quello che chiama suo caro e virtuoso amico, Pietro Nores: parole allora manoscritte negli archivî, ed ora pubblicate per le stampe, e continuamente da me ancora allegate[493]. Però non è da meravigliare nè sul sottile del ritardo alle paghe dei capitani della marina, nè sul grosso del corruccio nel Moretto: uomo da non vivere contento a tasche vuote. Di più egli si diceva creditore di altre somme verso gli Strozzi per ragione dei suoi stipendî decorsi. E mettendo tutto insieme nella disperazione di essere altrimenti pagato, stabilì di impadronirsi della galèa, e di fuggirsene per compenso con quella.

Facilissima l'esecuzione del disegno, come sarebbe gittarsi a precipizio quinci in giù. Egli aveva il comando nelle mani, e quasi tutti gli ufficiali, marinari e soldati di sua scelta, concittadini ed amici. Alla prima occasione di uscir dal porto, prese il vento, e via a golfo lanciato infino al golfo di Villafranca[494]. Là, uomo astutissimo, presentò al conte di Fruzasco, novello governatore di Nizza, le ragioni della sua innocenza e dei suoi diritti. Pentito, diceva, di aver lasciato la bandiera del proprio principe, offeso a bastanza da quel taccagno dello Strozzi, facesse per gran mercè il Fruzasco di rimetterlo nella grazia del Duca suo natural signore, e vedrebbe portenti di fedeltà, vedrebbe fioritura di provincie, scuole di nautica, ricchezza di corso, gloria di nizzardi, e marineria militare: proprio ciò che unicamente mancava alla prosperità del paese, ed all'altezza del Duca.

Il Governatore nuovo di cotesti maneggi, e i terrazzani vecchi amici del Moretto, menarono buone le sue parole, accettarono i servigî, presero le sue parti, e gli resero le patenti e le bandiera. Il duca istesso Emmanuele Filiberto da Brusselle, dove era capitan generale delle armi per Filippo II, scriveva al Fruzasco, sotto la data del ventitrè di dicembre del cinquantasei, in questa sentenza[495]: «Del capitan Moretto, per le persuasioni ed esortazioni vostre, ci contentiamo di perdonargli e di riceverlo in nostra gratia, e di ritirarlo in servitio nostro con quelle conditioni, soldo e stipendio, che Voi e Leyny concerterete seco, a più nostro beneficio, tirandolo a quello manco si potrà[496]. Con questo però che egli si obblighi di stare a ragione pel conto della galera, quando fosse ricercato dal maresciallo Strozzi[497]. E perchè scrivete che è uomo da fare servitii assai, et che ha il modo di farlo, in caso che Leyny non abbia bisogno dell'opera sua nella fabbrica della darsena di Villafranca, lo manderete insin qua da Noi per intendere più cose, massime del modo di armare altre galere: e potrà lasciare il governo di sua galera al prefato Leyny, sotto descritione di inventario. Et per sicurezza sua havemo ottenuto da Sua Maestà che egli possa andare, stare e ritornare con detta galera et genti in tutti i porti, mari e stati di Sua Maestà, la quale per questo effetto manda e scrive al principe Doria, generale del mare[498], che debba fargli il salvacondotto per essere di carico suo; et scrive eziandio all'ambasciator Figueroa di favorirlo ed ajutarlo; sicchè bisognerà per questo indirizzarsi a loro.» Dunque alla fine del cinquantasei il Moretto aveva assettato bene le sue faccende dalla parte di là: rimesso in grazia, preso al soldo, fornito di patente, acconcio di bandiera, e ammesso col salvacondotto in tutti i porti del Re, per la Spagna, l'Italia e l'Africa.

Prevalendosi tantosto di queste concessioni, e prima di gittarsi randagio appresso al Duca per le Fiandre, o di mettersi marangone per le acque a cavargli le darsene, pensò a rimpinzare la borsa: e per questo subito entrato il cinquantasette si volse colla galera e con tutti i suoi alla buona ventura contro i Turchi, secondo il solito pei mari di Levante, facendo in Malta la prima scala, accoltovi con gran dimostrazione di favore e di grazia dai Cavalieri, dal Grammaestro e da tutto il Convento.

XIX.

[Gennajo 1557.]

XIX. — Per questo Piero Strozzi, offeso nell'interesse, nell'autorità e nell'onore, dette nelle furie. E fittosi in capo di voler ricuperare la galèa, ed appiccare il Moretto alla lanterna di Civitavecchia, persuase il Papa, che di questo insulto, se si lasciasse impunito, scapiterebbe nell'onor suo, nella dignità della Sede apostolica, nella sicurezza dei suoi porti: citò gli esempî precedenti contro la temerità dei Doria e degli Sforza, e strinse tutti gli argomenti, secondo l'indole delle persone e dei tempi. In somma ottenne ciò che volle, quanto al fine; e riservossi la scelta dei mezzi per condurre una trama da soddisfare fino all'eccesso ad una incerta giustizia.

Sapeva il maresciallo del viaggio impreso dal Moretto, della sua passata per Malta, e de' suoi disegni in Levante. Perciò fece venire a Roma il capitano Pietro Fouroux provenzale, che comandava un'altra di quelle galere: e dategli a voce le istruzioni occorrenti intorno alla cattura del Moretto e del naviglio, con lettere pressantissime firmate dal Papa, lo mandò a Malta sotto bandiera pontificia, come se dovesse andare al corso contro gl'infedeli. Ed ecco entrare in lizza il Fouroux annoverato ugualmente tra i nostri venturieri. Ma ponete mente ai fatti del capitan Flaminio Orsini, che non si impaccia di cotesti intrighi, e riserba il senno e la spada a più degne imprese. Alla quale saviezza il cardinal Farnese per la penna di Annibal Caro rende onorevole testimonianza, mostrandocelo destro, come era, nello schermirsi dalle confuse brighe[499].