Il Fouroux, ben accolto in Malta da quei Signori, facilmente trovò la compagnia di un'altra galèa appartenente al giovane cavaliere fra Francesco di Lorena, fratello minore del duca di Guisa e gran priore di Francia, comandata da fra Antonio d'Aumale, soprannomato Nancei. Con essi s'intese per andare al corso di conserva. Ma il secreto disegno del Fouroux non era di cercare i Turchi per quei mari, sì bene seguire soltanto le tracce del Moretto; del quale continuamente pei porti e dai naviganti pigliava lingua; e trovava pur sempre sue buone ragioni per condurre i Lorenesi più tosto a questa che ad ogni altra parte che fosse. Tanto meglio che Francesco, per rispetto alla bandiera del Papa, gli si era gentilmente sottoposto, e gli dava la destra, e nel navigare gli si teneva sottovento; quantunque il Fouroux nascondesse ad arte più che poteva lo stendardo delle Chiavi, e in quella vece sfoggiasse di croci bianche e di stendardi rossi, insegne notissime dei Gerosolimitani, dicendo volersi uniformare con quelle, e rendersi più formidabile ai pirati[500]. Lusingava l'amor proprio del compagno; e ne tirava l'effetto consueto degli elogi creduti sinceri.
In somma non andò molto per le riviere levantine in questo modo cercando, ed incontrossi col Moretto. E questi che già prima aveva riconosciuto da lungi agli stendardi e all'andamento i supposti amici, non che mettersi in fuga, si fece volenteroso incontro a loro, desiderando cavarne notizie di ponente, ed anche all'occorrenza buona compagnia. Venuto da presso, strinse le vele, sparò la salva; ed essendogli stato corrisposto, mise in mare lo schifo, e mosse subito verso quella galèa dove era il Fouroux, parendogli al certissimo superiore pel posto di sopravvento che teneva, e pel contegno del saluto. Il Moretto veniva lieto con bel garbo e brioso a cattivarsi la benevolenza del comandante: e il Fouroux stava co' suoi di guardia per pigliarlo al primo abbordo[501]. Detto e fatto: a pena ebbe sgambettata la scala, e come si fu tirato giù il cappello alla spalliera, una diecina di marinari gli saltavano addosso, e Fouroux lo faceva condurre dabbasso in catena. Al tempo stesso (tutto concertato) prolungandosi a contrabbordo sulla galèa Moretta, se ne impadroniva con tanta franchezza, che i Maltesi, i Lorenesi, e quasi gli stessi Nizzardi non se ne erano accorti. Tanto vale la sorpresa sottilmente condotta, quando altri non l'aspetta!
XX.
[2 febbrajo 1557.]
XX. — L'arduo punto adunque è superato, la galèa fuggitiva ripresa, e il rapitore in prigione. Ma non istà tutto qui. La cattura del Moretto ha ad essere tra i principi cristiani quel che si dice nelle favole dell'aureo pomo tra i numi. E la prima questione deve cominciare qui subito in mezzo al mare tra il cavalier Francesco e il capitan Pietro, chiedendo quegli ragione all'altro della fede violata con tanto spregio, senza metterlo a parte de' suoi disegni; anzi servendosi di lui come di zimbello nella caccia, al fine di allettare l'avversario. E già Francesco di Lorena metteasi in punto d'investire Pietro di Provenza per ricattare a libertà il Moretto ben conosciuto da lui e da tutti i Maltesi, e munito di amplissime commendatizie dal Grammaestro. Certo così avrebbe fatto, anche a costo di un combattimento, se il Fouroux non gli si fosse raccomandato, mostrandogli l'ordine esplicito che di ciò aveva dal Papa. Nondimeno Francesco e i suoi vollero solenne promessa dal medesimo Fouroux di tornare incontanente colle tre galèe a Malta; e di rimettersi colà, senza altre frodolenze, alla decisione del Grammaestro e del suo Consiglio.
Con questo le tre galèe volsero a Malta: e alli due di febbrajo del cinquantasette, per volontà del Principe entrarono nel porto grande della città, dove subito subito tutto il Convento fu sossopra. Il priore di Francia e il cavalier d'Aumale non volevano scrupoli sulla coscienza, nè onta all'onore, nè taccia di traditori, nè macchie di sangue pel supplizio d'un uomo preso con inganno all'ombra del loro stendardo al fine di condurlo altrove a morte ignominiosa. Gli altri Cavalieri, secondo i diversi partiti, propugnavano diverse sentenze: chi voleva impiccato il ladro per vendetta dell'oltraggio fatto al Papa, al re Enrico e a Piero Strozzi; chi domandava la libertà di un capitano valoroso, e munito di patenti e commendatizie dal re di Spagna, dal duca di Savoja e dal principe Doria; patenti riconosciute già e accettate per valide in Malta. Il vecchio Grammaestro tentennava: consapevole degli umori boglienti dei suoi Cavalieri, temeva di offendere, e non sapeva chi scegliere tra Francia e Spagna, tra Roma e Savoja: pigliava tempo. E intanto il Moretto, che capiva il grandissimo suo pericolo, e che era stato un po' francese e un po' spagnuolo, parlava le due lingue secondo il genio di ciascuno. Appellava all'onore, chiedeva protezione, scriveva memoriali, non rifiniva di toccare i tasti più delicati, se pur gli venisse fatto di uscirne vivo.
[Marzo 1557.]
Divulgatasi poi la cattura del Moretto e la questione del Fouroux, come se tutto il precedente fosse nulla, crebbero a doppio i fastidî, e sbucarono da ogni parte i creditori contro l'uno e contro l'altro. I Signori veneziani, per conto del capitan Bernardi e di altrettali, chiedevano il compenso dei danni patiti dal Moretto, ed a sicurezza dei crediti il sequestro della galèa, dei beni e della persona. Molti altri al modo stesso ricorrevano contro il Fouroux, protestando angherie, e chiedendo danari, Marin de Luca ragusèo, Niccolò Piccaluga sciotto, Antonio Cassigero siciliano, Pietro e Giovanni Lomellini del Campo, Antonio Giustiniani, ed altri mercadanti genovesi e levantini da lui medesimo danneggiati nelle precedenti scorrerie; tanto che bisognò imprigionare anche il Fouroux, e mettere eziandio il sequestro sull'altra galèa[502]. Cose di piccolo momento sembran queste, ma ove andassero neglette ne patirebbe discapito la storia, la cui integrità deriva dai fatti di ogni maniera, tanto grandiosi, che minuti. In questo modo l'hanno intesa i classici latini e greci e di tutte le nazioni, infino al Bartoli e al Colletta, per non dir più. Senza fatti non v'ha certezza nè ragionamento di cause e di effetti, di conseguenze e di principî: in somma sui fatti e non sulle nuvole poggia la filosofia della storia. Io non mi appello a situazioni, come dicono, fatali; nè seguo la forza ignota del destino, nè mi lascio menare da arcane necessità preesistenti. Vado coll'italica scuola sperimentale, e soffio sulle nebbie del settentrione. Sembrano alte le nubi, pajon sublimi; ma tornano vuote, come ognun sa pel fatto d'Issione. Senza confonderci nei vani amplessi, tutto si spiega lucidamente quando si intende con chiarezza. Mettete insieme la verità dei fatti, la giustizia de' diritti, la legge di natura, il giuoco delle passioni e l'ordine dei tempi, e voi avrete senza tanti stenti i principî e le conseguenze, i motivi e gli ostacoli, le cause e gli effetti: in somma avrete tutto il raziocinio, e compiuta la filosofia della storia. Ora ci vediamo crescere innanzi il potere e l'accentramento dei principî, e cadere tutto in un fascio il sistema dei baroni, dei comuni e dei venturieri per terra e per mare. Sappiamo che la fine deve rispondere all'alterazione del principio: quindi dobbiamo vedere la caduta dei baroni per la grandezza delle soperchierie, la fine dei comuni per la universale corruzione, e similmente la fine dei venturieri per la stranezza delle avventure. Dunque volendo chiarire a me stesso e ai lettori il principio e la fine di costoro, raccolgo gli strani successi dell'ultimo capitano di ventura, come ho fatto pei primi: e scendo a tutti quei particolari che ne hanno a decidere la sorte, e che a niun'altra storia forse meglio che alla mia possono convenire. Qualche schifiltoso parla di fatterelli. Io dico tanto necessaria allo storico la cura dei particolari, quanto al pittore la sottile macinatura dei colori; e quanto al naturalista il minuto conto dei micrometri. Trovo nel Pallavicino l'istesso concetto, quando scrive[503]: «Essere in ciò simigliante la fisica in formare le sue posizioni, e l'istoria le sue narrazioni: che l'una il fa col riscontro di molti effetti, e l'altra di molti detti.» Il Cardinale, come savio, non intende di detti vuoti e vani, ma rispondenti a fatti positivi ed importanti, così grandi come piccoli nella loro specie. Tutto il criterio di chi studia sta nel coglierne il valore, non ostante la piccolezza; e nel trovare il legame dei principî e delle conseguenze. Così pure colle parole e coi fatti ne insegnò quel grande filosofo italiano, cui la caduta d'un sassolino dalla torre, e l'oscillazione d'una lampada nella chiesa (minutissime osservazioni, da niun altro prima curate), dettero argomento per determinare le leggi della gravitazione, e per condurre nuove teorie dalle pietruzze e dalle lampade infino agli astri.
XXI.
[Aprile 1557.]