La capitana di Roma, bellissima di forme e ricchissima di ornati, andava all'orza a raso sotto vela meglio di ogni altra galèa[626]. Condotta da intrepido capitano, e difesa da egregi soldati coi prodi gentiluomini della casa Orsina, sarebbe stata delle prime a salvamento in Sicilia, se all'improvviso non se le fosse rotta in tronco l'antenna maestra alla trinche dell'osta[627]. Caduta a precipizio la penna, squarciata la vela, rotti quasi tutti i remi di sottovento, e impigliatosi lo strascico nel timone, restò immobile di mezzo al pelago. Non si avvilì per questo Flaminio, non mainò la bandiera, non dette la spada, non si fece conoscere personaggio di alto affare e di gran riscatto, non si arrese. Pensò ai compagni. E dappoichè non poteva più sperare di mettere in salvo il suo legno, la sua gente e sè stesso, prese il nobile partito di coprire le reliquie dell'armata cristiana, e di proteggere a suo potere la ritirata degli altri. Aprì il fuoco contro i Turchi: e questi da lui provocati, e mossi pur dalla cupidigia di saccheggiare la bella capitana che dava di sè ricchissima mostra, lasciarono l'Andrada, e l'impeto loro rivolsero tutti contro Flaminio solo[628]. Terribile momento di lotta suprema, di fuoco, di ferro e di sangue: momento degno di memoria, ed unico fatto onorevole della giornata. L'Orsino ed i Romani combattono infino all'estremo, restandovi quasi tutti tagliati a pezzi[629]. Possiamo pensare da ogni parte cresciuti i nemici, oppressi i difensori, ferito, morto, calpestato l'Orsino: e finalmente dai grembi della scomposta vela, tra le scimitarre dei Turchi alla loro usanza, uscir fuori menata pe' capelli la bella e nobil testa di Flaminio, cui pur nell'ultimo palpito battendo le ciglia fia dato minacciare i nemici[630].
L'egregio fatto del prode capitano di grande famiglia, e di più grande città, mi sono studiato tanto meglio rilevare da quel che brevemente ne dicono le storie comuni, quanto manco se n'è tenuto conto nelle memorie domestiche. Il glorioso nome del moderno Curzio, pronto a dar la vita pel pubblico bene, e a suggellare col senno e col valore, vivendo e morendo, le glorie di Roma; il nome, ripeto, non si trova scritto nel catalogo de' suoi, manca ai genealogisti della famiglia, disparve nel pelago insieme colle ossa tra i gorghi africani, senza cippo, senza lapida, senza ricordo[631]. Squilli adunque più alta la tromba della storia, perchè non si abbia a dire anche di lui, come di tanti altri si è detto, che alla fortuna chi ben fa dispiace.
Intanto vada pur lieto il venturoso cavaliero Gil d'Andrada: egli è salvo. E la memoria dell'Orsino romano, suo protettore alle Gerbe, lo renderà amico del romano Colonnese negli intricati successi di Lepanto. Piglino i pirati la capitana di Flaminio, e la serbino dieci anni; chè penserà a tempo Ruggero degli Oddi a riscattarla da prode per forza d'armi nella grande battaglia. Ma senza scorrere da lungi ricercando altre conseguenze che fruttino onore all'estinto campione, basterà guardarci qui intorno nella stessa mattina e pochi minuti dopo la sua morte per abbatterci nel pietoso tratto di quel suo Paggio, donde possiam raccogliere quanto ricco tesoro di onore e di magnanimità aveva saputo Flaminio colle parole e coll'esempio anche nei pargoli della sua casa trasfondere.
Piangeva dirotto il giovanetto afflitto di vedersi schiavo: e sbigottito dalla morte crudele del suo Signore, guardava fisso dai bandini sul mare, dove ne era stata gittata la salma, quando fu scosso dalla nota voce di un malvagio di catena, che a lui rivolto dicevagli esser pur giunto il tempo tanto desiderato di averlo in potere e di farne strazio. Ciò non fia mai, gridò il Paggio, ch'abbia io a cadere nelle mani di sì vile uomo. Il mio Signore mi ha difeso e mi difende, vivo o morto, all'ombra della sua grandezza sarò sicuro. Il fanciullo girò lo sguardo, e non vide dinanzi altro che schiavi o nemici. Non seppe, non pensò nella sua semplicità se non al Signore nel mare. Gittossi capovolto tra i gorghi, e non fu riveduto mai più[632].
[Maggio-luglio 1560.]
Io non dissimulo, pur dinanzi a voi che leggete, la compassione ed il pianto: però datemi tregua, e vi basti nel resto il compendio delle nostre sciagure[633]. Giannandrea di notte sopra piccola barca dal forte fuggì in Sicilia, dando al vecchio Zio l'estrema consolazione di saperlo salvo, e di morire in pace, come dobbiamo ricordare, addì venticinque di novembre, nella sua età di anni novantaquattro[634]. Il Medina similmente di nascosto con un navicello riparossi in Sicilia, procurando celare alla vista del popolo la sua vergogna, e l'immenso cordoglio onde era straziato per le pubbliche e private disgrazie, e per la perdita di un figlio giovanetto, teneramente amato, che gli fu poscia dai Turchi fatto morire[635]. Don Alvaro de Sande si difese per due mesi nella nuova fortezza, quantunque sfiduciato di soccorso: mancatigli tutti gli elementi della vita, vuote di acqua le cisterne alla sete ardente, l'aria corrotta intorno dai cadaveri insepolti, il fuoco spento sul focolare per difetto di combustibile, e la terra soperchiata dalla rena, fuggì, fu preso, e andò schiavo coi compagni per la via di Costantinopoli, dopo aver veduto all'ultimo di luglio dello stesso anno cadere il forte, e sul loro giaciglio gli infermi e i feriti per mano dei Turchi messi al filo della spada[636]. Dura tuttavia, orrendo spettacolo, su quella riva la funerea piramide, murata coi teschi dei nostri soldati e marinari[637]. Il vento aquilonare percuote ancora dopo tre secoli le aride ossa degl'infelici, e fischia tra le vuote occhiaje, a testimonianza perenne della moslemica barbarie nel cospetto dei navigatori di ogni nazione, che quivi ricordano la perdita di diciottomila uomini, di ventisette galere, di trenta bastimenti da carico, e di quattordici vascelli di alto bordo.
Della squadra romana nulla più tornò indietro, essendosi perdute al primo scontro le sensili, e poscia in battaglia la Capitana. Galeazzo Farnese menato a Costantinopoli e poi riscosso, prese servigio coi Veneziani, governò e difese Zara in Dalmazia. Del capitan Filippo e degli altri non più memoria. Ucciso dai nemici il Generale, dispersi gli ufficiali, imprigionate le genti di capo, perdute le ciurme, rotto il magistero e la tradizione, termino doloroso questo periodo della mia storia, lasciando le patrie sponde alla mercè dei pirati, tra i gemiti e le lacrime che le vedovate spose, gli orfani figli e i vecchi derelitti traggono dolorando sulla perdita dei loro congiunti.
Niuno dall'altra parte potrebbe adesso esprimere a parole la baldanza dei pirati e l'orgoglio degli ottomani, divenuti padroni, e riputati ormai invincibili per mare. In questi giorni Solimano e Selim, Luccialì e Dragut aprono il petto a più larghe speranze, disegnano novelle conquiste, e deliberano cominciare da Malta e da Cipro. A noi non resta che preparare gli animi e forbire le armi per le future riscosse, rimettere in sesto le fortificazioni littorane, e difenderci almeno in casa nostra dagli insulti dei barbari. Tempo verrà che la giornata delle Gerbe, vinta dalle orde turchesche e piratiche, e principalissimo fondamento della loro superbia, sarà scritta nei fasti della marina come ultimo termine dei loro trionfi.
FINE.