XXXVII. — Le stranezze, quantunque grandissime nella notte, crebbero a doppio la mattina dell'infelicissimo giorno di sabato undici di maggio. Il Medinaceli aveva gran che a fare su e giù tra la campagna e la marina per condurre seco i soldati, secondo la promessa; Giannandrea rodevasi sulla Reale, aspettando il Vicerè e gli affidati; e gli altri capitani di mare, mandati in terra gli schifi a levare le fanterie e a compiere l'acquata, apparecchiavansi a una corsa intorno per un po' di scoperta, senza niuna prescrizione determinata nè per combattere nè per fuggire[621].
Intanto Pialì, pascià del mare, informato pienamente dagli stessi Gerbini dello stato e confusione dei Cristiani, non volendo dividere la facil gloria nè con Dragut nè con altri, senza volgersi a Tripoli, erasene venuto verso le Peschiere, dove sapea essere l'ancoraggio dell'armata nostra. Tenendosi in giolito e sopravvento, aspettava il giorno chiaro per investire.
Tra quelle nebbie, che quasi sempre nel mattino velano le basse spiagge delle regioni africane, qualcuno cominciò a vedere certi bastimenti: e appresso dando la voce e cominciando a fare strepito e rumore, tutti riconobbero l'armata nemica, e tutti crebbero intricamento e confusione. Scipione Doria, quel desso che voleva abbozzar le gomene, ed era stato messo capofila del largo per la scoperta, fu il primo a fuggir via verso Malta[622]. Giannandrea dall'altra parte fece vela, corse due bordate, volse in senso contrario, poggiò al vento, investì in terra sotto la fortezza, e andò a chiudercisi dentro, abbandonata in secco la Reale[623]. La maggior parte dell'armata, seguendone l'esempio e lo stendardo, chi prima, chi dopo, rovesciarono il bordo per arrenarsi meglio in diverse direzioni, tanto pur di mettersi in terra, e di mandar la gente correndo a rifugio nel forte.
[11 maggio 1560, la mattina.]
Luccialì, capo di vanguardia, veduti tali strani e inconsiderati movimenti, dette dentro con tanta sicurezza, che al primo colpo pigliò e rimise venti galere: quattro del Doria, compresa la Reale, due di Roma, due di Sicilia, due di Firenze, una di Monaco, quattro di diversi, tutte di Napoli, e insieme quattordici navi di alto bordo, e più di cinquemila cristiani tra soldati e marinari[624]. Appresso Pialì e i Barbareschi gittaronsi a falciare di seconda mano qualunque legno là intorno non era stato ancor concio. Dove tutta la bravura in continuati scontri, e per ogni maniera di caccie e di sutterfugi, finiva o colla resa in mare, o coll'arrenamento alla spiaggia[625]. Giannandrea e il Medina dal ballatojo supremo del forte, dove eransi rifugiati, volgendo attorno lo sguardo, potevano vedere nel giro la propria e l'altrui rovina: navi e galere in mano ai Turchi, soldati e capitani cinti di catene, bastimenti grossi e sottili infranti alla riva, tutt'altrove rottami, e del continuo uscir gente dal pelago, a nuoto o sopra tavole, chi avvolto di miseri cenci, chi tutto nudo, e lunghe file di fuggitivi correre a ripararsi nel forte. La guarnigione, fattasi sugli spalti e sui ponti, accoglieva gl'infelici: ma impietriti nel dolore guardavansi in faccia l'un l'altro senza mutarsi nè anche una parola; dimostrando però nell'aspetto somma pietà verso i compagni, e profonda indignazione contro chi era in colpa d'aver condotto le armi cristiane a tanta vergogna e a tanto strazio.
XXXVIII.
[11 maggio 1560, mezzodì.]
XXXVIII. — In mezzo al generale scompiglio, mentre l'armata cristiana per infiniti modi disbarattavasi, vi furono alcuni capitani che, senza smarrire, cercarono nell'arte nautica lo scampo alle poche galèe non ancora assalite dal nemico. Essi non avevano che una sola via di salute, ma pericolosa e difficile. Occorreva spelagare, spuntando apertamente l'estrema destra del nemico, coi bastardi all'orza, fatto il carro al più presso del vento; e poi a remi crescere l'abbrivo, correggere lo scarroccio, sforzare il capo di Sfax, e mettersi pel canale delle Cherchene. Questa precisa manovra, piena di fortuna e di ardimento, che poteva esser tentata soltanto colla vela latina, orzeggiando a poco più di quattro quarte di vento, e facendo forza sui grandi bastardi anche a rischio di scavezzare le antenne; questa manovra, dico, che metteva altresì il nemico nella stessa necessità di prueggiare e nel medesimo rischio di rompere, come ebbe il principio da una galèa di Malta, così la pronta imitazione di una genovese, delle capitane di Roma, e di Firenze, e di parecchie sensili, l'una appresso all'altra, infino al cavaliere Gil d'Andrada che veniva alla coda di tutti. Degna mostra dell'arte sul mare nell'arduo maneggio dei legni! Ecco ritte le antenne maggiori, eccovi distesi cinquecento metri di cotone in un solo triangolo, ecco ciascuna galèa parallela alla conserva, e ciascuna a gara nella corsa. La prua a Maestro quarta di Bora, la spinta da Grecotramontana, il carro al vento, l'orza (per dispetto in questo caso dei pedanti) alla destra, lasca l'osta di sottovento, tesata l'opposta, cazzata la scotta, la barra a richiamo; e il naviglio nel contrasto di tante forze alla banda, sollevandosi e ricadendo, come il cavallo nei salti delle barriere. Ti sembra arrestarsi nella levata, ma di altrettanto lo vedi trascorrere nella ricaduta, e fendere l'acqua a tagliuzzi continuati e progressivi. Il piloto tien l'occhio alla rotta ed al pennello, desideroso che il vento gli ridondi: e il nocchiero affidato alla rigida verga dell'antennale, che gli scusa bolina, stringe il vento; e col fischio e colla voce ripete: Carica! all'orza, alla scotta, all'osta, alla drizza!
Se non che l'arte degli eccellenti marini maggiormente accendeva le voglie e l'emulazione degli imbaldanziti nemici, i quali, trovandosi più vicini, di presente pigliavano la caccia contro i fuggenti, con impeto così grande, e con tanta furia di cannonate, che venuti da presso alla galèa dell'Andrada, già colle nude scimitarre alla mano stavano per investirla ed arrembarla, quando nel medesimo punto il Capitano romano porgeva inaspettato soccorso al Cavaliero spagnuolo.