[10 maggio 1560, al tramonto.]

Avute le lettere e sentite le relazioni dei testimonî di fatto e di vista, avrebbe dovuto il Medina, come dopo segnalato beneficio della provvidenza, ringraziare Iddio, e subito a un fiato imbarcar la gente, lasciare presidio nella fortezza, e ridurre l'armata a salvamento in Sicilia. Sarebbesi levato a cavaliere e avrebbe gittato il nemico tra due fuochi a consumarsi, intra la fortezza delle Gerbe di fronte e l'armata cristiana alle spalle. Ma le stranezze che avevano sempre preceduto e seguìto il corso di questa spedizione, non potevano cessare nel momento supremo: anzi dovevano crescere per la novità ed urgenza del caso. Tutti volevano dirne, tutti diversamente: dunque per la maggior parte a sproposito. E il Medina, come se da vero ci fossero delle dubbiezze a risolvere, faceva raccogliere i capitani maggiori in consiglio presso Giannandrea, surto sopra le Peschiere, davanti al Forte, a due miglia da terra. Perdita di tempo, diversità di sentenze, accrescimento di disordine. Scipione Doria proponeva di abbozzarsi sulle gomene con tutta l'armata, navi e galere ben ristrette, sotto al castello: e voleva quivi aspettando il nemico, riceverlo a cannonate[612]. Ma gli altri di comun consentimento escludevano la vana proposta: e ciò non tanto per la inferiorità del numero e per l'abbattimento della gente, quanto per la penuria dell'acqua e dei viveri; avendo già tolto di bordo quasi ogni cosa, e messo tutto nei magazzini e nelle cisterne della nuova fortezza. In quel modo i Turchi, temporeggiando per poco, avrebber potuto vincere senza combattere; e stringere il progresso della fame coi giannizzeri alla guardia del mare, e coi Gerbini sguinzagliati dalla parte di terra.

Quantunque però quasi tutti, come ho detto, rifiutassero la battaglia per giustissime ragioni; pochi tuttavia sollecitavano l'immediata partenza da quell'infausto arenale, dove non si poteva restare un'ora senza pericolo, nè combattere un minuto senza rovina. La maggior parte pensavano di aver sempre tempo a ritirarsi, perchè l'armata nemica doveva (a parer loro) andare prima a Tripoli, chiamarne Dragut, e intendersi con lui sul piano di battaglia[613]. Laonde concludevano che tra due o tre giorni potrebbero levar la gente a bell'agio, e far l'acquata, e mettersi in salvo.

A questa tristissima opinione, che fu poi causa di infiniti disastri, tuttochè sostenuta dalla maggioranza, due soli voti trovo contrarî: e sono del generale genovese e del romano. Giannandrea minacciava apertamente volersi partire nella notte con tutta l'armata, e pronosticava la comparsa dei Turchi per la mattina seguente[614]. Flaminio senza pretensioni, senza profezie, senza minacce, sostenuto soltanto dalla ragione e dalla esperienza, faceva di convincere l'intelletto dei compagni, persuadendoli della necessità di mettersi al largo allora allora; unico partito per salvare l'armata navale e quanto più di gente si poteva, posciachè il forte era al caso di sostenersi da sè, e di ricevere a un bisogno anche gli ajuti. Egli fece vincere il partito[615]. Quale nel discorso, tale mostrossi Flaminio nelle opere: maestro di guerra, eccellente marino, schivo di lusinghe, inteso al comun bene, fermo al suo posto. E la tempra dell'animo suo meglio pei fatti proprî tra poco rifermerà, che non per gli elogi altrui, sempre scarsi infino al presente intorno ai nostri campioni.

Se non che sopravvenuto in consiglio il duca di Medina non voleva a niun patto consentire alla deliberazione già presa; e chiedeva almeno un giorno di tempo per dare ricapito a quei soldati che (non essendo del presidio) si trovavano in terra pei lavori del forte: innanzi ai quali, prima di allontanarsi, aveva impegnato la sua fede di tornare, di levarli, e di non partirsi senza di loro. Vedi Capitano sapiente a patteggiare sulla disciplina de' suoi soldati, ed a preferire le sue parole alla pubblica salute! Per questi rispetti, credendosi colui a suo senno nell'obbligo della stolta promessa, tanto scongiurò, e disse, e fece, che finalmente Plinio Tomacelli, non volendo disgustarlo in quell'estremo, prese le sue parti, e strinse Giannandrea ad aspettare anche un poco. Col consenso del Doria, il Medina conchiuse di rimettere la partenza al giorno seguente[616]. Non v'ha dubbio. La lettera del commissario Machiavelli al suo Sovrano parla troppo esplicitamente dell'accusa; la risposta del Tomacelli fugge troppo evasiva per abbatterla; e l'analisi del contradittorio resta comprovata e ribadita dal fatto. Differita la partenza.

Sia pur dunque concesso al Medina il trattenersi per la promessa, ed a Giannandrea il consentirgli per la violenza: questo però non toglie nè all'uno nè all'altro in caso simile l'obbligo di provvedere alle emergenze possibili, secondo gli avvisi. Essi avevano la suprema autorità anche sopra i confederati, costretti alla obbedienza dall'ordine dei rispettivi sovrani: essi dovevano almeno aringare l'armata in battaglia con istruzioni concordi e determinate a tutti i capitani per governarsi da savî, per resistere da prodi, per ritirarsi compatti. Ma in vece indugiarono per indugiare, negletto ogni apparecchio: come se il nemico non potesse venire, perchè la maggioranza del consiglio così pensava; o come se avendo escluso il combattimento di elezione, non dovessero tenersi pronti alla difesa di necessità[617]. Anzi con questo il Medina maggiormente confuse gli altrui pensamenti, annunciando al pubblico un pericolo urgente, e senza riparo.

[10 maggio 1560, la notte.]

Esso, uscito di consiglio a notte inoltrata, fece pubblicare ai soldati la decisione della partenza per la giornata del sabato successivo, e però si allestissero. Scoppiò di presente la confusione: questi lodava, quegli biasimava, altri non voleva restare addietro, chi chiamava lo schifo, e chi Michele e chi Martino, e chi a guazzo per imbarcarsi sui palischermi chi a gambe per mettersi al sicuro nella fortezza[618]. Il Duca, desideroso di contentar tutti, confuse pur tutti colle speranze e colle promesse al di sopra del suo potere. Il pánico e il disordine crebbero al sommo durante la notte. Ognuno per sè, infino ai barbari, capirono la folle disperazione: tanto che lo Sceicco dell'isola e il re del Caruano montati a cavallo, fuggirono via, senza pigliar commiato da persona[619]. E come se ciò non bastasse, ecco dopo la seconda guardia turbarsi il mare; e il vento infino a lì disteso da Ostroscirocco e favorevole alla partenza, saltare e fermarsi a Grecotramontana, quasi per prua; cosa invero sinistra, che pronosticava la rovina imminente dell'armata, cui nè anche volendo era più concesso di potersi facilmente allontanare[620].

XXXVII.

[11 maggio 1560, all'alba.]