XXXV. — Intrattanto Luccialì colla sua galeotta a golfo lanciato per l'alto mare navigando, e sempre fuggendo dalle Gerbe, era giunto in Costantinopoli: dove consegnate che ebbe le lettere pressanti e i ricchi doni, da parte di Dragut, al Granvisir e agli altri principali ministri della Porta, facilmente otteneva l'udienza dell'Imperatore, e gli dimostrava la bella opportunità di conquidere sulle spiagge di Barberia tutta l'armata dei Maledetti. Egli, testimonio di veduta e sagace, dicevagli il numero e la qualità dei nostri navigli, la stranezza del governo, la stultizia dei procedimenti: dimostravagli la facilità di armare un'ottantina di galere negli arsenali dell'imperio, e di ottenere solenne vittoria da assicurargli per sempre la padronanza del mare. A Solimano non facevano di mestieri nè troppi stimoli, nè tanti argomenti: egli sentiva da sè l'importanza del caso, e nella certezza di cavarne a suo vantaggio stupendi effetti, ordinava con gran secretezza e prima del tempo consueto l'armamento del suo navilio, pur di averlo pronto alla vela sulla fine di aprile. Ma quantunque egli si studiasse di nascondere gli apparecchi, e di coprire i suoi disegni, non potè fare che qualche indizio non ne trapelasse fuori per una città così popolosa e così piena di gente d'ogni paese, come era la sua capitale. Da più parti gli esploratori, i diplomatici e le spie ne mandavano avvisi a Madrid, a Venezia, a Roma, a Malta, e di rimbalzo anche alle Gerbe.

Il grammaestro la Valletta pel primo, sapendo degli armamenti turcheschi, già dagli otto di aprile aveva insieme avvertito il Medina e richiamate le sue galèe per servirsene nelle necessarie provvisioni dell'isola, volendo metterla in punto di fare buona difesa, se mai la sua disgrazia menassegli l'armata ottomana ad attaccarlo[605]. Rispedì in Africa dopo tre settimane soltanto tre galèe a carico del cavalier Maldonado, disarmate le altre due per la grande mortalità di ciurme, e di gente, e di cavalieri, compresovi l'istesso generale de Tessieri, che pochi giorni dopo arrivato in Malta morissi.

Il marchese della Favara, luogotenente di Sicilia, ripeteva gli avvisi, ed alla vista del pericolo mandava alle Gerbe quattro navi e un migliajo di soldati per rinforzo. Il vicerè di Napoli, ripicchiando sulle notizie ormai certe dell'armata nemica, esortava il Medina a star cauto, a ritirarsi, ed a pensare che in vece di conquistare in Africa alla fine era mestieri attendere ad altro, cioè a sostenersi e a difendersi in Italia. In questo modo scrivevano pur da Genova, da Roma, da Venezia[606].

[25 aprile 1560.]

Ciò non pertanto il Medina e i suoi colleghi tiravano innanzi senza nuovi espedienti. Gli animi sentivano dello strano, alcuni non prestavano fede agli avvisi, e molti dicevano impossibile all'armata ottomana uscire dai Dardanelli prima di mezzo maggio. Giannandrea era ricaduto di flusso; le infermità avanzavano più di prima, si empivano gli spedali e le fosse[607]. I savi, costretti alla tolleranza per non crescere confusione, facevano capo al Doria stesso col pretesto di visitarlo: dicevangli non esser più tempo di indugi. Ed esso dal letto mandava e rimandava Plinio Tomacelli non solo sollecitando, ma importunando il Medina alla risoluzione della partenza[608]. Il medesimo Plinio nella sua lettera giustificativa conferma gli altrui fatti e le sue premure[609]. Ma non per questo lo assolveremo noi dell'essersi dappoi piegato lui proprio a restare colà coll'armata ancora per quell'ultimo giorno fatale, che non doveva aver più nè consiglio nè riparo. Vedremo le opere, e leggeremo le attestazioni del capitano Piero Machiavelli, commissario delle galèe fiorentine, nella lettera scritta giusto di quei giorni al duca Cosimo per ragguagliarlo dei successi precisi del venerdì dieci di Maggio alla sera.

[5 maggio 1560.]

Come fu imbastita alla meglio la sciagurata fortezza, il Medina strinse lo Sceicco al giuramento di fedeltà: e costui, per non poterne di meno, finalmente venne al campo cogli anziani dell'isola, e una squadra de' suoi cavalieri. Gittò per terra lo stendardo di Dragut, un vecchio drappo di seta verde, prese dal Medina la bandiera di Spagna, la brandì tre volte, la mostrò ai circostanti, e sottoscrisse l'istrumento di vassallaggio giurandone sul Corano la lealtà. Al quale atto crebbe valore la presenza del re di Caruano, venuto poc'anzi in gran festa a salutare il Medina, per l'odio mortalissimo che nudriva contro Dragut, dal quale con pessima frode eragli stata rapita buona parte del dominio[610]. Intervenne altresì per ragioni equivalenti colui che chiamavano l'Infante di Tunisi, nipote del Muleasse già rimesso sul trono nella spedizione del trentacinque contro Barbarossa. Costoro, e ogni altro nemico dei turchi e dei pirati, mantenevano continue corrispondenze con la corte di Spagna, coi vicerè di Napoli e di Sicilia, col Grammaestro di Malta, e coi supremi comandanti delle armate cristiane[611]. Essi ora corteggiavano il Medinaceli, quantunque ne vedessero già vicina al tramonto la fortuna.

XXXVI.

[10 maggio 1560, ore 5 s.]

XXXVI. — Nel vero il tempo stringe, gli avvenimenti precipitano, e dentro le ventiquattro ore tutte le stranezze saranno al termine. Stava intento il Duca co' suoi più intimi a mettere terra e piote sui parapetti della nuova fortezza, quando la sera istessa del ripetuto giorno dieci di maggio, alle cinque vespertine, giugneva colà tutto trafelato il cavaliere don Ugo Coppons, spedito in gran diligenza sur una fregata da Malta con lettere del Grammaestro allo stesso duca di Medina ed al Doria, per avvisarli ambedue che la sera del sette era stata veduta dall'isola del Gozzo tutta l'armata ottomana, forte di ottanta galèe e di più altri legni, navigare di lungo per Ostrolibeccio verso di loro, dopo aver fatto nella isola medesima acqua e carne.